Linea d'ombra - anno XIV - n. 119 - ott./nov. 1996

S2 SU RITRA1TODI SIGNORA/MEREGHETTI colari altrimenti condannati sullo sfondo. E l'inconsueta rilevanza data ai momenti meno gradevoli della vita familiare (la presenza non sempre "silenziosa" dei domestici, la loro "invadenza" - con Gilbert che esplicitamente chiede loro di allontanarsi dalla scena della discussione con la moglie-, la scelta di mostrare del sontuoso ballo soprattutto i momenti privi di grazia, come gli svenimenti o l'oppressione dei vestiti e del caldo) aiuta a non cadere nella trappola "estetica" che con un soggetto simile rischia di essere sempre in agguato. L'Ottocento di James diventa così un modernissimo viaggio dentro i gangli dell'animo umano, dove la tradizionali divisioni - in classi, in sessi, in culture - dimostrano tutta la loro inaffidabilità: non esiste solidarietà femminile se proprio madame Merle è l'artefice del trabocchetto in cui cade !sabei, così come la cultura e il gusto non bastano a identificare le persone di cui ci si può fidare (ché Gilbert di cultura e gusto ne ha da vendere), né il solo rifiuto di un mondo aristocratico di cui non si condividono le regole aiuta la protagonista a non commettere errori. La !sabei Archer della Campion è una nostra contemporanea, una donna divisa tra la passione e il dovere, tra il bisogno di realizzarsi e l'accettazione di certi condizionamenti sociali, a cui la scena finale lascia, coerentemente, la sospensione della scelta se non proprio la possibilità della rivolta, con una foto fissa che arriva dopo un lungo rallentamento dell'azione e trascolora in un nero che rimette lo spettatore davanti ai suoi dubbi e alle sue domande. Nicole KidmaneJohnMalkovich. Così è il dolore - come sofferenza a cui non si può sfuggire, incontro inevitabile lungo l'arco di una vita (ieri, da Sweety a Un angelo alla mia tavola a Lezioni di piano come ostacolo da cui non farsi condizionare, oggi nel Ritratto come rischio in cui si può incappare) - è il dolore, dicevamo, che diventa il tema sotterraneo del film. Non come condanna metafisica e metastorica, ma come realtà concreta e (probabilmente) ineliminabile che oppone i desideri umani alle pulsioni e ai sentimenti. Nella Campion e nella sua rilettura di James il dolore e la sofferenza diventano il concretissimo modo di esplicitare la contraddizione tra aspirazioni e risultati, tra educazione e felicità, tra ideali e natura, secondo una logica di scontro e ricomposizione degli opposti inseguita soggettivamente ma frustrata oggettivamente. Come se la vita con tutte le sue sorprese potesse assomigliare alle oscillazioni di un pendolo, che ci respinge nel buio proprio quando pensavamo di essere usciti a raggiungere la luce. Ecco allora che anche gli inserti narrativi così sottolineati e teatrali conquistano una loro intima necessità (gli stacchi sui viaggi, gli spostamenti o il fluire del tempo ricreati secondo le più "tradizionali" e "primitive" forme del racconto cinematografico), a sottolineare la finzione e a ricordare sempre come ci si trovi di fronte a un film, a una riflessione, a una lettura personale. E, in nome di una rivendicata modernità di lettura, non cedere alle tentazioni psicologiche o affabulatorie che un testo come quello di James inevitabilmente contiene.

RkJQdWJsaXNoZXIy MTExMDY2NQ==