FrancesMcDormandeJohnCarrai Lynchin Fargo.FotoFaraboia con perizia alchemica dalla Major hollywoodiana e il film atterrò in tutto il mondo accompagnato dal sospetto imprimatur di pellicola apertamente femminista, irrispettosamente, provocatoriamente dalla parte delle donne, una pellicola rivoluzione. Peccato che, a ben guardare, il vero eroe del film fosse il poliziotto buono e paternalista interpretato da Harvey Keitel. Peccato che la ricerca di libertà o di semplice identità delle due protagoniste finisse in un salto nel vuoto. Peccato per le tante cose omesse, finte, eccessive e il gusto un po' macabro, un po' punitivo degli autori di farci sentire euforiche davanti a un intreccio volutamente depressivo. Torniamo a Fargo, 1996. Alcuni critici lo vedono e si entusiasmano per via del suo "femminismo". Un femminismo questa volta indiretto, che passa attraverso una sorta di dichiarato mea culpa o pentitismo maschile, di ansia degli uomini di mostrarsi in tutta la loro "differenza" (violenza, brutalità, implosione emotiva e affettiva, sconnessione da se stessi) e dunque di ammetterla. I fratelli Coen avrebbero messo il dito nella piaga, rivelando, senza pararsi le spalle, il nocciolo duro della prevaricazione maschile (attenzione, non maschilista). E, per farlo, avrebbero dato la palma del bene - speranza, buon senso, salvezza del genere umano - a una donna poliziotto (mestiere tradizionalmente maschile), incinta al settimo mese (mestiere tradizionalmente femminile), e al suo "femminilissimo", innocuo, marginale, quasi stupido marito. C'è chi, all'esca preparata con humour beffardo dai Coen e dall'ineffabile Frances McDorSU FARGO/NADOTTI 47 mand (l'attrice protagonista, moglie di Joel e all'epoca davvero incinta), ha abboccato in totale buona fede. Senza accorgersi che, se i maschi di Fargo sono un Circo Barnum degli 01Tori, il mite e servizievole marito-bambino della poliziotta non è certo da meno. Anche se non spara, non picchia, non alza la voce, non ricatta, non fotte e basta, e sembra prendersi cura della moglie, risulta difficile prenderlo per un modello di ruolo, scambiarlo per !'"uomo nuovo". Il fatto è che il suo personaggio è una caricatura impazzita del genere "mogliettina trepidante"; tutta presa dal proprio mondo di bambole (nel caso specifico, un paio di hobby: la pesca col verme e il disegno di francobolli), apparentemente devota, in realtà ferocemente centrata su se stessa, resa indipendente dai bisogni del partner dalla propria assoluta bisognosità e dipendenza. Lei, l'eroina del film, non è invece la caricatura di un uomo e se ne sta coi piedi fin troppo piantati per terra. Arriverà non a fare giustizia, ché la giustizia nell'universo di Coen è categoria del tutto disattiva, bensì a svelare la trama dell'assurdo e a mostrarci chi ne sia il vero tessitore. Dopo la solitaria cattura del serial killer (il rintronato, primario, teledipendente maschio interpretato da Peter Stormare), sola alla guida del mezzo con cui lo sta portando in carcere, la donna lo/si/ci interroga: "tutto questo per qualche soldo? la vita vale qualcosa di più, non credi? ed eccoti qui ed è una bellissima giornata ... Io proprio non capisco". Sguardo luminoso e attonito verso la cortina di neve, verso quel non luogo di grigio biancore su cui si è aperto il film. Co-
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