Linea d'ombra - anno XIV - n. 119 - ott./nov. 1996

44 CINEMA: FARGO STORIEVERE O CHEFINGONODIESSERLO Ethan Coen Traduzione di Leonardo Deho A proposito di storie vere, nostra nonna ce ne raccontava sempre una, successa a New York, molti anni fa. Un giorno, sola nel suo appartamento, la nonna sentì bussare. Apri la porta a una "negrona" - come la chiamò in seguito - che, stanca e assetata, le chiese un bicchier d'acqua. La nonna la invitò a sedersi in anticamera e andò a prenderle l'acqua, ma prima di arrivare in cucina si fermò e, tornando dalla donna per chiederle se voleva del ghiaccio, la sorprese chinata sul tavolino a frugare nella sua borsetta. La negra alzò gli occhi proprio mentre stava estraendo il portafoglio e, per un breve istante, le due donne si fissarono impietrite. Poi la nonna spiccò un balzo e le afferrò il braccio che teneva il borsellino. Fu una lotta. La negra, indietreggiando, mollò un ceffone alla nonna facendole volar via gli occhiali, che caduti a terra andarono in pezzi. Ma la nonna rimase tenacemente aggrappata, affondando le unghie nel polso della negra. La donna lanciò un urlo, lasciò cadere il borsellino e fuggì. La nonna ci raccontava spesso la storia della negrona e noi non eravamo mai stanchi di ascoltarla: il suono innocente del campanello, l'incontro, la trasfo1mazione sbalorditiva del personaggio e quindi la drammatica zuffa. La nonna si agitava sempre quando arrivava al punto in cui la negrona la colpisce e le fa volare gli occhiali. La scena delle unghie che affondano nel polso è sempre presentata come un incredibile lampo di genio, mentre l'ululato della negrona rapace che fugge non è soltanto l'apogeo della storia, ma soprattutto il culmine della sconcertante metamorfosi della donna, da umile mendicante d'acqua a furiosa arpia. Grazie alla sua teatralità o alla sua ripetizione, la storia divenne un mito. Ci si immagina la donna di colore come un'enorme battista del Sud con cappellino da sole, occhiali da vista e seno maestoso. La nonna, una russa piccola ed esile, le si getta addosso come un cane a un orso eretto. Gli occhi della donna di colore roteano dalla paura e dall'ira, il suo vestito a fiori, per la brusca torsione del corpo, rimane sospeso a mezza voluta, mentre una mano, lontana dietro il corpo, agguanta il borsellino su cui si getta la nonna, ringhiando a denti digrignati. "La nonna e la negra", un tema che per secoli avrebbe potuto ispirare grandi artisti. A posteriori, però, alcuni aspetti della storia della nonna ne mettono alla prova la veridicità. Davvero gli occhiali "vanno in pezzi" quando toccano il pavimento? È normale che la gente stanca e assetata salga al dodicesimo piano di un edificio di West End Avenue per un bicchier d'acqua? Se non è così, un ladro si inventerebbe una storia del genere? E anche se fosse, funzionerebbe con la nonna? E poi, come ha fatto a fuggire esattamente la grassona? In preda al panico, ansimante, coi seni traballanti, giù per dodici rampe di scale? O forse ha chiamato l'ascensore e aspettato con ansia, saltellando da un piede all'altro e canticchiando a bocca chiusa vecchie canzoni religiose? Si è costretti quindi a dubitare delle altre storie "vere" che ci raccontò la nonna. Chissà se è vero che per poco, in barca, non affogava nel Fiume Volga, a Caricyn (ribattezzata Stalingrado e, successivamente, Yolgograd), dove era cresciuta? Beh, perché no? Ma suo cugino, diventato ufficiale dell'Armata Rossa, avrà sposato sul serio una donna splendida che dalla prima notte di nozze non si alzò più dal letto, dove passava il tempo a mangiare cioccolatini ingrassando a dismisura fino al giorno in cui (e forse anche in seguito) il marito, sgomento, frustrato e depresso, si sparò? La nonna dice di sì. Sono storie vere e accaddero così. Si potrebbe pensare che, solo per la loro ambientazione, non fossero credibili per due bambini cresciuti nella periferia di Minneapolis. E invece no, noi accettavamo tutte le sue storie, forse perché i bambini sono creduloni, o perché noi eravamo dei creduloni, oppure perché le pianure del Minnesota non sono poi così diverse da quelle che circondano Caricyn. Inoltre c'è da dire che la nonna non era la sola nella nostra città del Midwest. C'era Mar Ralnick, un insegnante della scuola ebraica che ci raccontava di quando, da ragazzo, i cosacchi irrompevano nella casa di famiglia - e a sentire lui accadeva quotidianamente - in cerca di sacchi di grano. Il giovane Mar Ralnick diceva ai cosacchi che non c'era grano, ma un bel giorno lo fece con troppo poco rispetto e uno di loro se ne risentì. "E poi" disse Mar Ralnick, oggi un uomo anziano con occhiali da vista spessi come fondi di bottiglia, vene delle mani grosse come corde e guance cadenti, "il cosacco mi fece sentire la frusta". La tensione tra il familiare (Mar Ralnick) e l'esotico (il cosacco che brandisce la frusta) risulta straordinaria solo oggi, anni dopo, a posteriori. Allora non sembrava strano che quei cosacchi in cerca di grano dovessero attraversare così pesantemente il cammino di una persona. Ma anche se fosse strano, ciò non prova che il fatto non sia successo, così come la relativa banalità del!' avventura della nonna con la negra non è garanzia della sua veridicità. È un dato di fatto, a proposito di Russia, storie vere e punti di vista personali, che Lev Trockij abbia vissuto per qualche tempo in Yyse Avenue, nel Bronx, e che un giornale locale, nel1'ottobre del 1917, aprisse così: "Uomo del Bronx guida la rivoluzione russa". Perché non crederci? Il mondo, per quanto grande, presenta pieghe e grinze che accomunano luoghi distanti in modi bizzarri. Un proverbio dice: "Tutto il mondo è paese", e questo è un caso particolare del truismo secondo cui tutte le esperienze sono personali. Di conseguenza, in un certo senso, non esistono esotismi. Tutto è rapportato alle esperienze personali e, paradossalmente, ciò che è più vicino a casa può apparire esotico. Non possiamo parlare dei Mari del Sud senza paragonarli a Minneapolis, e non riusciamo a descrivere Minneapolis, neanche a noi stessi, senza accostarla ai Mari del Sud. Ma torniamo alla nonna. Adolescente, emigrò da Caricyn a New York dopo la rivoluzione. Quando era ultraottantenne cominciò a perdere la memoria; se ne andò velocemente, i suoi discorsi non avevano più senso e smise del tutto di parlare inglese. Durante il suo ultimo anno di vita parlava sì, ma in russo. Non aveva usato la sua lingua madre per quasi ottant'anni, o perlomeno la usava di rado, ma per qualche motivo ci incoraggiava a memorizzare la frase "Jazyk do Kieva dovedet", cioè "Con la lingua arriverai a Kiev", un detto che significa "Quando non sai, basta domandare". Che cosa, secondo lei, avremmo dovuto farcene di quella frase a Minneapolis, non lo sappiamo. Ma immaginate il mondo come l'avrebbe immaginato la nonna, vale a dire un pallone coperto di una crosta sottile di oceani, terra e neve. La gente brulica su questo strato sottile per arrivare in qualche

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