C'è una figura che spicca per assenza nelle sue storie: quella paterna. E c'è un racconto che colpisce, perché ricorrente: quello de/figlio che ritrova il padre morto, ibernato in un lastrone di ghiaccio, sicché il figlio stesso, al momento del ritrovamento, è più anziano del genitore. Cosa significa tutto questo? Vorrei precisare che è una storia vera: quando l'ho appresa, sono rimasto sconvolto. Non so quale possa essere il suo significato, non so neppure bene cosa significhi davvero per me, so solo che la trovo bella e terribile al tempo stesso. Una specie di incubo. L'ho usata anche in Smoke. Mi scusi se insisto, ma lei non ha risposto alla mia domanda. Perché i rapporti tra padri efigli sono così problematici, perché i padri sono così distanti? La realtà dei miei libri è questa, lei ha ragione, ma io non sono in grado di spiegarle perché accade. Glielo assicuro. Le cose di cui si scrive, le ossessioni che continuano a popolare la fantasia dello scrittore, sono inspiegabili. Proprio per questo si chiamano ossessioni. Si scrive sempre di qualcosa che non si è in grado di comprendere sino in fondo. Si cerca di esplorare questi universi insondabili, ma se si sapesse in partenza tutto di essi, forse non si scriverebbe più. Si scrive soprattutto di ciò che è complesso e sfugge alle nostre percezioni razionali. Non crede? Forse si scrive anche di ciò che non si riesce ad accettare. Come la morte violenta di un genitore, che cade dal tetto di casa... Sì, sono cose terribili. Per accettarle bisogna in qualche modo "digerirle" letterariamente. Ma restano comunque cose terribili. Lei mette spesso la sua biografia a disposizione dei personaggi dei suoi romanzi, che la saccheggiano, la esasperano, la deformano. Lei stesso, con tanto di nome e cognome, diventa un personaggio de La città di vetro. In questo modo cerca forse di confondere il suo destino, cerca un'immortalità di carta? Questa domanda ha bisogno di due risposte distinte. Cominciamo dal fatto che un certo Paul Auster compare nelle pagine de La città di vetro. Normalmente il nome dell'autore è solo in copertina. Poi cominci a leggere, c'è qualcuno che ti parla, il narratore, ma quella voce non coincide necessariamente con quella dell'autore. A me interessa lo iato esistente tra l'io biografico e l'io letterario. Di conseguenza, mi ha tentato la possibilità di mettere quel nome, nel libro, come personaggio. Spero però che risulti chiaro che sto prendendomi in giro. Questo Paul Auster è abbastanza stupido e sciocco: ogni cosa che dice è folle e sbagliata. Non per questo direi che così facendo cerco una forma d'immortalità, magari di carta, come lei dice: sperimento piuttosto un modo di fare ironia su me stesso. Del resto, ogni scrittore prende in prestito dalla propria vita qualcosa. Ho appena finito di leggere la biografia di Samuel Beckett: normalmente non si pensa a lui come a uno scrittore dal forte tasso autobiografico. Eppure il suo biografo dimostra che tante volte ha preso delle esperienze di vita vissuta e le ha trasposte, direttamente, nei propri romanzi. Anch'io lo faccio. Ma non per raccontare la mia vita, che non avrebbe alcun interesse per il pubblico. Scelgo delle vicende che secondo me hanno una valenza universale e per questo sono dicibili: del resto l'arte ha sempre radice nell'esperienza personale. Lei usa spesso la parola "caso" nei suoi libri, ma non sembra affatto fatalista. Il caso, quindi, lo costruiamo soprattutto noi uomini, muovendoci goffamente tra i nostri destini? INCONTRI/ AUSTER 43 Il caso, come la parola "solitudine", è per me un termine neutro. Le cose stanno così e basta. Abbiamo la nostra volontà, abbiamo le nostre intenzioni, abbiamo i nostri desideri e i nostri piani. Tutto è molto importante, in quanto abbiamo sempre la possibilità di scegliere. Sono tutti fattori di estrema importanza nel determinare il corso della nostra esistenza, però c'è sempre l'imprevisto. E accade in continuazione. E le nostre intenzioni vengono ritoccate proprio dall'imprevisto. Ed è così che si crea una vita: dall'effetto congiunto di scelte deliberate e caso. A volte, nei libri, l'elemento del!' imprevisto viene ignorato o per lo meno sottovalutato. Brodskij più volte ha confessato che gli risultava impossibile pensare alla propria vita come al succedersi ordinato di fasi e · momenti diversi. Solo aggirata la boa della morte - diceva - potrò dipanare ilfilo complesso della mia esistenza ... Questa è la classica visione greca della vita, per la quale non si può giudicare un mondo fino a quando non è morto. Tanto più una vita, fino a che non è conclusa. Però è vero.Anch'io sono totalmente d'accordo. Solo a posteriori si comprendono le trame del caso e i nostri disperati sforzi di dare un senso alla vita. La società che fa da quinta alle sue narrazioni, già a partire dalla Trilogia di New York, un universo che si sfalda, che lascia sulla strada del progresso tante vittime chiamate sradicati, barboni, alienati. I suoi personaggi - il Black della Stanza chiusa ma anche Benjamin Sachs del Leviatano - amano Henry David Thoreau e le sue scelte di rifiuto radicale di una società alienata e alienante. Anche lei si pone, politicamente, su questa linea che accarezza l'idea della disobbedienza civile? Immagino di sì. Ma più passano gli anni e più si appannano la mia fiducia e il mio ottimismo. Una volta pensavo che bastasse credere in tanti nella stessa cosa, scendendo in piazza per gridarla al mondo intero, per riuscire a cambiare il mondo. Oggi non riesco a illudermi più ... Però continuo a provare orrore, osservando gli effetti della devastazione che ha compiuto il capitalismo, con la sua glorificazione del denaro su tutto il resto. Quindi ci sono delle vittime, nella nostra società, per le quali io provo un'enorme pietà e compassione. Thoreau ha scritto in un'epoca molto interessante della storia americana. Stiamo parlando del periodo attorno al 1850, quando il paese passava da una società prevalentemente agricola a una decisamente industriale, quando le tendenze schiaviste di una società che si diceva democratica stavano diventando insopportabili per buona parte della società. Credo che abbia intuito quello che stava accadendo: perciò ha voluto dar voce alla sua personale protesta, espressa in uno stile bellissimo e ancora oggi esemplare. Walden è un libro che consiglio a tutti di leggere. Insomma, lei contesta una società senza farsi troppe illusioni di cambiarla? Dopo tanti anni che ti guardi intorno e vedi l'ingiustizia prendere corpo nel destino di tante vite fallite, la speranza finisce per dissolversi. Se da ragazzo ero ottimista e arrabbiato, col passare degli anni sono diventato sempre più pessimista circa la possibilità che le cose possano cambiare abbastanza rapidamente, ma anche molto più interessato ai momenti di bontà, di solidarietà umana che comunque, miracolosamente, continuano a verificarsi. Solo pensando a questo posso continuare a sperare. Sono quindi certamente più pessimista, ma anche un po' meno arrabbiato.
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