42 INCONTRI/ AUSTER Harold Perrineaue ForestWhitaker sulsetdi Smoke. FotoFarabola. media. Cosa nasconde questa sindrome e perché ha deciso di renderla parte del suo universo narrativo? Diciamo che gli esempi che lei ha portato, sono altra cosa rispetto a quelli presenti nei miei libri. E anche qui vanno fatte delle differenze: Mc Carthy ogni tanto parla con qualcuno, anche se non dei suoi libri. Pynchon e Salinger, invece, sono volti sconosciuti, mai fissati dagli obiettivi: il primo, però, scrive libri e tutti sanno che vive a New York, anche se non appare in pubblico, mentre di Salinger non abbiamo più notizie da moltissimi anni. Nessuno sa, per esempio, se stia continuando a lavorare tenendo tutto nel cassetto. È senza dubbio il caso più affascinante. Sono comunque tutti e tre scrittori molto famosi, noti e pubblicati, mentre i miei personaggi sono praticamente degli sconosciuti. A me sta a cuore piuttosto un problema filosofico ... Detto questo, però, non posso non esprimere la mia solidarietà per Pynchon e Salinger che hanno preferito non parlare con i media. Perché è difficile pensare che ci possa essere una qualche utilità, un qualche scopo, nel farlo. In più è estremamente doloroso, per uno scrittore, parlare del proprio lavoro. Eppure, in questo momento, lei sta parlando con un giornalista... È vero. Su questo punto i miei sentimenti sono decisamente ambigui. Ma poi prevale il senso di responsabilità nei confronti del mio editore, che sta pur sempre cercando di vendere i miei libri. Non mi sembra giusto fare la prima donna. Bisogna cercare di trovare il giusto mezzo tra il negarsi e il darsi. Non è facile ma è necessario. Una chiave d'accesso privilegiata alla sua letteratura è quella che parte dal concetto di "solitudine", toccando quelli di claustrofobia e di fuga dal linguaggio. Ci può spiegare meglio questo percorso? La solitudine per me non è qualcosa di negativo: è semplicemente un dato di fatto. Alla fin fine siamo tutti soli al mondo. Viviamo le nostre vite nel privato della nostra mente e siamo distinti, separati, da tutti gli altri. Quindi il termine "solitudine" potrebbe essere sostituito con quello di "consapevolezza" o "coscienza di uno stato di separatezza" tra l'io e il mondo. L'unico modo che abbiamo per evadere da questo "io", raggiungendo l'altro, è attraverso l'amore. L'amore permette di colmare questo vuoto tra la gente, almeno in certi momenti della vita. D'altra parte, detto questo, mentre scrivevo L'invenzione della solitudine, ho scoperto una cosa importante: anche quando ti chiudi in te stesso, non sei mai solo. Sei comunque "abitato" da altre persone. Nessuno fa se stesso, autonomamente, c'è sempre qualcosa che ci arriva dagli altri. L'azione stessa del pensare deriva dal fatto che parliamo, che conosciamo il linguaggio. E quest'ultimo è qualche cosa che gli altri ci danno. Quindi non siamo mai soli, in realtà, anche se lo siamo fisicamente. La solitudine dei miei personaggi non è così assoluta, fragorosamente popolata dal linguaggio com'è.
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