Linea d'ombra - anno XIV - n. 119 - ott./nov. 1996

PaulAuster.FotoEricRobert/Sygma/G.Neri. inerente a ogni azione umana è fondamentale per comprendere anche le peggiori tragedie. Il pessimismo, la pesantezza, non permettono di cogliere e riflettere, nemmeno da lontano, il modo in cui la gente vive realmente. È soltanto nei momenti più estremi, di perdita, di disperazione che ci si sente davvero al buio. Però, normalmente, nella vita di tutti i giorni, la gamma di emozioni che proviamo è talmente ampia- l'oscurità, la luce, il freddo, il calore - che ogni artista deve cercare di coglierle tutte, queste sfumature. Non solo un aspetto del comportamento umano e delle sue emozioni, ma anche i suoi complementari e i suoi opposti. Che è un po' quello che lei ha cercato di/are con la sceneggiatura di Smoke, dove si coglie appunto l'intenzione di dar voce alle emozioni e ai sentimenti che arricchiscono o rendono inquieta la vita dell'uomo moderno ... Smoke è una storia minima, l'equivalente di un racconto brevissimo. In origine doveva assumere una struttura assai più complessa: lo scrittore, nel mio piano originale, doveva usare un computer e le parole avrebbero cominciato a disintegrarsi, sarebbero diventate delle immagini, visualizzando la storia di Fantasmi, una delle tre raccolte nella Trilogia di New York. Ci sarebbero state due storie di Brooklyn, una di quarant'anni prima e una contemporanea ... Alla fine, invece, tutto ha preso una piega diversa. Ed è diventato senza dubbio uno dei miei lavori più ottimisti. Anche se nasce dalla profonda sofferenza che è racchiusa INCONTRI/ AUSTER 41 nei destini di molti personaggi, continuo a pensare a questo film come a una commedia. Forse perché la consapevolezza del dramma è il primo passo per approdare a una visione più positiva della vita? In effetti Smoke cerca di dimostrare che nella vita ci sono comunque dei momenti nei quali la gente tende la mano agli altri, cerca di fare qualche cosa per aiutare i suoi simili. L'idea di questo film mi è venuta, infatti, come reazione al tanto cinismo che mi capitava di vedere sempre più spesso come ingrediente base del cinema di oggi. Un cinismo, per di più, falso. Come il sentimentalismo più becero che gli fa da contraltare. Io credo però che tra cento anni, quando i nostri bisnipoti si volteranno indietro, per vedere quello che abbiamo fatto e prodotto, il cinismo, che per molti oggi esprime la realtà più profonda dell'esistenza, apparirà loro ridicolo quanto a noi oggi lo sembra il sentimentalismo vittoriano. L'importante è andare oltre la facciata, sforzandosi di essere onesti. L'onestà la cosa più difficile, in campo artistico: trovare la verità che stai cercando di esprimere. Quasi ogni scrittore che compare come personaggio nei suoi racconti (Daniel Quinn si nasconde dietro lo pseudonimo di William Wilson, Fanshawe si eclissa prima di consentire alla pubblicazione dei suoi lavori) sceglie di isolarsi dal mondo. Somigliano così tanto ai vari Salinger, Corman Mc Carthy e Pynchon che hanno costruito il loro mito rifiutando il dialogo con i

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