Paul Auster INVENTARELASOLITUDINE Incontro con Paolo Mattei Non c'è nulla di più privato della solitudine. I personaggi di Paul Auster lo sanno bene, compresi quelli che affollano le pagine della Trilogia di New York (Città di vetro, Fantasmi, La stanza chiusa) uno dei suoi libri più interessanti dove sono raccolti romanzi brevi, pubblicati in America tra il 1983 e il 1987, tradotti ali' epoca da Rizzo/i, poi divenuti introvabili e ora riproposti da Einaudi, in una nuova traduzione di Massimo Bocchiola. Non si può certo dire, comunque, che Auster sia stato trascurato dalla nostra editoria. Negli ultimi otto-nove anni quasi tutti i suoi libri sono stati tradotti nel nostro paese: L'invenzione della solitudine, La Trilogia di New York, Nel paese delle ultime cose, Il palazzo della luna ( da Rizzo/i); La musica del caso e il Leviatano ( da Guanda); Il taccuino rosso ( da Il Me/angolo); Mr. Yertigo e Blue in the face, da Einaudi. In genere - come accade anche nella Trilogia di New Yorktutto inizia con una perdita, un vero e proprio lutto, ali' origine d'una fuga nel luogo "assente" del!' Utopia, nella propria testa, dove la solitudine estrema ha come sottofondo e come conforto il rumore delle parole, la melodia del linguaggio. È cosl che questi personaggi tentano di opporsi ai decreti del loro destino, ai capricci di un caso che non smette comunque di essere dolcemente musicale. Daniel Quinn, il protagonista de La città di vetro, ha perso moglie e figli; Bl14e,in Fantasmi, perde la fidanzata, mentre il personaggio principale de La stanza chiusa "perde" Fanshawe, anche se ritrovarlo diventa la sua ossessione. Messi ali' angolo dalla vita, cercano almeno di raccoglierne i.frammenti dispersi. Cocci aguzzi che fanno male. Ma non importa, vale comunque la pena d'improvvisarsi investigatori, d'indagare sul proprio destino, illudendosi che per coglier il mondo sfuggente basti fissarlo sulla carta. Per questo scrivono come maniaci, appuntando ogni cosa nei loro fogli bianchi o nei taccuini rossi. Concostanza e fiducia incrollabili, con una venerazione per la scrittura che rasenta forme di religioso rispetto. Diventano investigatori, come dicevamo, cercando nello specchio degli altri tante pennellate del proprio io, sufficienti a ricomporre un' individualità accettabile. Incompleta, certamente, ma per lo meno accettabile. Coslfacendo, poco alla volta, senza rendersene conto, i detectives si trasformano in ricercati, i pedinatori in pedinati, le vittime in carnefici. Non si sa mai chi spia chi. Anche per colpa della città che fa da sfondo ai racconti: New York, il "nessun luogo" dove la "disarmonia è universale", dove la sconfitta spinge in un vicolo cieco che coincide con la propria autocoscienza. E allora è lafine. L' "occhio privato" (il Private Eye, il classico detective dei gialli), con un gioco di parole caro a Auster, sifa "private I": io profondo. Frammento tra i frammenti, o,fano tra gli 01fani. Partendo dagli altri, come abbiamo visto, si scopre solo la verità del nostro fallimento. Lo specchio, cinicamente, dice sempre la verità. Le illusioni si consumano a una a una e la solitudine, alla fine, offre solo il conforto della leggerezza. Il fumo (anche quello di una vita andata in fumo) conserva comunque un suo valore tangibile. Per coglierlo basta applicare la ricetta metafisica - sottrarre il peso della cenere a quello del sigaro - che viene rivelata nel film Smoke, diretto da Wayne Wang, del quale Auster è stato sceneggiatore, ottenendo un successo (l'Orso d'argento àl festival di Berlino dello scorso anno) che ha contribuito ad allargare il pubblico, anche italiano, di questo scrittore davvero originale. Conoscendo di persona Paul Auste1; il senso di disagio causato dalla confusione d'identità che è tipica dei suoi personaggi, non fa altro che aumentare. Non sai mai se stai parlando con l'investigatore (stesso viso asciutto, da divo ben impostato di Hollywood) Daniel Quinn, che come lui scrive romanzi polizieschi nascondendosi dietro a uno pseudonimo, oppure con quel Fanshawe che a un certo punto molla tutto, s'imbarca su una nave (l'ha fatto anche Auster) e approda in una Parigi dove tutto è possibile. Anche scomparire. Fa impressione l'inestricabile intreccio di destini che finisce per confondere la vita del!' autore con quella dei suoi personaggi. Tutti insieme, intenti a elaborare un grande lutto, a cancellare una perdita che ha cambiato la loro vita. Tutti insieme visibilmente o,fani, ma di che cosa? "I miei personaggi sono o,fani - ci spiega - dei rapporti umani: della famiglia, delle responsabilità nei confronti degli altri. Spesso vengono colti nel momento in cui le loro vite si affacciano su una sorta di vuoto terrificante. Anche se ognuno, come comprensibile, cerca di riempire questo spazio in modo diverso". Sul finale de La stanza chiusa lei dice esplicitamente che nella Trilogia di New York ogni racconto serve a ribadire la medesima storia. "È tanto tempo ormai che lotto per dire addio a qualcosa, ed è la lotta quello che veramente conta. La storia non è nelle parole; è nella lotta". Cosa significa? Forse significa che nessun resoconto di un fatto può mai dar conto di ciò che è realmente accaduto. Ma significa anche che vale sempre la pena di provare a raccontare la vita nella maniera più onesta e veritiera possibile. Ed è in questa operazione che ritroviamo la validità umana, l'importanza morale del raccontare. Non il suo valore artistico, che è altra cosa. Alla fine del libro, pert esempio, il narratore, che pure stato così tormentato dal tentativo di capire Fanshawe arrivando a una soluzione nitida e chiara del rapporto che ha con lui, comprende che non riuscirà mai a farlo. Si tratta di un rapporto impossibile, destinato a rimanere irrisolto. Arriva a questo nuovo stadio di consapevolezza soprattutto nell'ultima pagina del libro, quando fa a pezzi il manoscritto, accettando tanto l'ambiguità quanto le incertezze. Questo è il modo più maturo e realistico di porsi nei confronti della vita. Non l'atteggiamento di chi cerca sempre risposte chiare a ogni sua scelta. Tanto, risposte del genere non ne esistono. Tutti i suoi libri, e ancor di più le sue sceneggiature cinematografiche, sembrano un inno malinconico alla leggerezza. Lei ha letto e apprezzato le Lezioni americane di Italo Calvino? E ancora: in che modo combinare la pesantezza di un destino umano con la leggerezza di un racconto? Devo confessare che non ho letto quel libro di Calvino. Ma la seconda parte della domanda mi sembra davvero intrigante e proverò a rispondere. L'umorismo è essenziale per qualsiasi arte. Kafka, leggendo la Metamo1fosi a voce alta, immancabilmente, a un certo punto, iniziava a ridere. Ma così forte che era costretto a fermarsi. Essere consapevoli del profondo ridicolo
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