Linea d'ombra - anno XIV - n. 119 - ott./nov. 1996

Uomini che cercano di diffondere i Lumi ce ne sono anche oggi. Andrej Sacharov per esempio, conosciuto all'Ovest meno per il suo manifesto (sconosciuto, in compenso, all'Est) che per essergli stato impedito di emigrare dal Cremlino e per essere stato inviato al confino in una città che porta il nome di un importante propugnatore dei Lumi: Gorki. Il filosofo dei Lumi nemico dello Stato! Come sotto l'Ancien Régime. È stato nel 1966 che, a Mosca, degli amici suoi, gente di cui qui da noi si apprezza che siano dissidenti a casa loro, mi hanno parlato del suo manifesto COME Ml FIGURO IL FUTURO, ed è dal 1968 che firmo appelli su appelli in favore del partigiano sovietico dei Lumi. Nondimeno mi accade di protestare anche quando il foglio locale, conosciuto in tutto il mondo, si fa improvvisamente discreto: contro la tortura in Cile (dopo che Salvador Allende, capo di Stato regolarmente eletto ma che non piaceva a Washington è stato assassinato), contro la tortura nella Turchia, paese membro della Nato (col governo federale svizzero che accorda alle industrie che vi fanno affari una copertura contro i rischi) e contro la tortura in tutti i paesi nei quali investe capitali il capitalismo reale. E tuttavia tutti quanti ci rifacciamo alla "Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo" proclamata dalle Nazioni Unite nel 1948, un testo che non esisterebbe senza un altro testo anteriore: la "Dichiarazione dei Diritti dell'uomo e del cittadino" del 1789, un prodotto dei Lumi, dunque, che sono messi in discussione già da parecchio. In particolare leggiamo: "La libertà consiste nel poter fare quanto non nuoccia ad altri; così i diritti naturali di ogni uomo trovano i propri limiti là dove si ergono quelli che assicurano agli altri membri della società la possibilità di esercitarli a loro volta." Dichiarazione, questa, che pareva opinabile a Jacob Burckhardt, lo so bene, dubbia quanto l'idea della sovranità popolare. Il brillante aristocratico di Basilea aggrotterebbe le sopracciglia al sentire il nostro Consiglio Federale chiamare talora sovrano il popolo degli elettori (e non il capitale, per esempio). È fuor di dubbio che la democrazia che postula cittadini maggiorenni, tali anche quando indossano l'uniforme, sia un progetto uscito dallo spirito dei Lumi. Un progetto audace e anche parzialmente realizzato, una realtà politica. La democrazia reggerà (ormai) senza lo spirito dei Lumi? È certo che i seggi elettorali non saranno chiusi, è certo che un Parlamento siederà e risiederà e che un Marcos faticherà a uscire dal Palazzo Federale. Non così, suvvia! Non facciamo forse parte del Primo Mondo? La democrazia dovrebbe declinare poco a poco verso il folklore, verso una sorta di gioco popolare con le urne? Non penso che siamo a questo punto. Ma dove siamo alla fin fine, quando ci viene insegnato, per esempio, che nessuna resistenza è legittima contro un'azione (di una consigliera federale) conforme alla legislazione dello Stato? Ecco quella che potrebbe essere la regola di uno Stato autoritario. E si può anche indovinare il suo prossimo decreto tanto più facilmente quanto più diventa "di classe" il fatto che, da parte ufficiali di rango elevato che pensano di essere al riparo da orecchie indiscrete, vengano enunciate convinzioni secondo cui i partigiani dei Lumi sono nemici dello Stato ... "Post-liberalismo?" Ma ci sono altre voci, e ne citerò soltanto una che è credibile, sempre da Berna; in una lettera di Alphonse Egli, presidente della Confederazione, leggo: "Non nutro dubbio alcuno che la solidarietà col nostro paese possa esprimersi sotto forma di critica al governo." Frase che mi ha divertito non poco e poi irritato: Solidarietà col nostro paese? Conosco bene questo bisogno. ("Attenzione, la Svizzera.") OMAGGIO A MAX FRISCH 31 MAX FRISCH UNANOTABIOBIBLIOGRAFICA Nato a Zurigo nel 1911 e scomparso nel 1991, interrompe gli studi di germanistica nel 1933 per darsi ali' attività di giornalista free lance. Si laurea poi in architettura, ma ciò che gli interessa davvero mostrare, in pianta e in prospettiva, è l'identità ell' individuo, che sottopone nelle sue opere letterarie a un'accurata dissezione. L' identità, negata recisamente nell'incipit di uno dei suoi romanzi più belli e più celebri, Stiller, viene qui sezionata e smascherata per ordine di un procuratore e, come in un romanzo poliziesco (il paragone è stato suggerito da un altro grande svizzero, Friedrich Durrenmatt), rinfacciata al protagonista, che per oltre metà del romanzo ha cercato di negarla e di liberarsene, e che viene infine condannato a essere se stesso per il resto della vita. Non esiste un solo momento, nella vasta produzione teatrale e narrativa dello scrittore svizzero, nel quale l' lo venga in qualche modo lusingato o assolto dalle sue responsabilità. Sia quando, come nel caso della commedia "brechtiana" del 1958 Omobono e gli incendiari (Biedermann und die Brandstifter), a essere smascherata è la coscienza borghese della Svizzera e la strana.fasulla pace della quale essa si sente unica depositaria e custode; sia quando, come nei romanzi Stiller e Homo Faber, a essere stigmatizzato è "l'amore per la geometria" citato nel titolo di una sua celebre versione della leggenda di Don Giovanni: quella che Frisch stesso definisce "intelligenza virile che, se rimane nel!' atteggiamento del- /' esaltazione di se stessa, appena è in possesso delle possibilità tecniche ,fa saltare per aria l'intera creazione" (introduzione a Don Giovanni o l'amore per la geometria, Feltrinelli 1991). In ogni caso, lo strumento con il quale l' lo tenta di assolvere se · stesso (l'ingegnere Walter Faber in Homo Faber) o di liberarsi di un'identità divenuta una continua menzogna (lo scultore Anatol Stille,; che preferisce assumere unfalso nome e dichiararsi colpevole di omicidio piuttosto che ammettere di aver fallito come uomo) è la scrittura: che pur nella sua insufficienza svela le bugie e rende evidente, per contrasto, la verità. Frisch non si pone mai al di sopra dei suoi spesso imbarazzanti antieroi, e sottopone allo stesso trattamento anche la propria identità di narratore, negli esperimenti con la difficile materia autobiografica dei diari e soprattutto nel racconto Montauk (1975), che si colloca interamente in quella zona intermedia tra vita e letteratura nella quale si trovano anche il resoconto di Walter Faber e i quaderni di Anatol Stiller. Solo che qui, stavolta, è lo scrittore Frisch in persona a smascherare la propria posizione come quella di chi "prova le storie come vestiti": la posizione del narratore, che pur non rinunciando alla sua funzione pubblica e ali' impegno, per poter narrare deve, come ha notate Christa Wolf, smettere gradualmente di usare la parola "io". Opere di Max Frisch tradotte in italiano: Stiller, Mondadori 1959-Leonardo 1994 Teatro (a cura di Enrico Filippini), Feltrinelli 1962. Contiene i drammi: Oderland, Don Giovanni o l'amore per la geometria, La grande rabbia di Philipp Hotz, Omobono e gli incendiari, Andorra. Diario d'antepace 1946-1949, Feltrinelli 1962. Il mio nome sia: Gantenbein, Feltrinelli 1965 Biografia: un gioco scenico, Feltrinelli 1970 Guglielmo Teli per la scuola, Feltrinelli 1973 Diario della coscienza 1966-1971, Feltrinelli 1974 Libretto di servizio, Einaudi 1977 Montauk, Einaudi 1977 L'uomo nell'Olocene, Einaudi 1981 Barbablu, Einaudi 1984 Trittico: tre quadri scenici, Einaudi 1985 Homo Faber: resoconto, Feltrinelli 1959; seconda edizione, 1985 con il titolo Homo Faber Don Giovanni o l'amore per la geometria, Feltrinelli 1991 (a cura di Valentina Daniele)

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