Linea d'ombra - anno XIV - n. 119 - ott./nov. 1996

NOVITÀ Gunther Anders ESSERE O NON ESSERE DIARIO DI HIROSHIMA E NAGASAKI A cinquant'anni dalla bomba atomica una riflessione di drammatica attualità. Il 6 agosto 1945 è cominciata una nuova era: in qualunque momento, ora, l'uomo può trasformare l'intero pianeta in un'altra Hiroshima. I doveri morali nell'era atomica. pp. 256, Lire 15.000 Paolo Bertinetti DALL'INDIA Un panorama pressoché completo di una produzione letteraria di straordinario interesse, il romanzo indo-inglese e della diaspora indiana. Un profilo della letteratura indiana in inglese attraverso i romanzi e gli autori apparsi in traduzione italiana. pp. 168, Lire 15.000 Norberto Bobbio ELOGIO DELLA MITEZZA E ALTRI SCRITTI MORALI Per la prima volta una raccolta di scritti di Norberto Bobbio che si collocano nell'ambito della filosofia morale. Verità e libertà. Etica e politica. Ragion di stato e democrazia. La natura del pregiudizio. Razzismo oggi. Eguali e diversi. Pro e contro un'etica laica. Morale e religione. Sul problema del male. pp. 224, Lire 15.000 AA.VV. PER CARMELO BENE Il teatro di Carmelo Bene, ma anche il cinema, gli scritti letterari, la drammaturgia, il rapporto con lo spettatore, la musica, la "voce". Testimonianze e omaggi di artisti, attori e critici. In appendice un testo di Gilles Deleuze, ormai introvabile, che rappresenta un saggio fondamentale sull'opera di Carmelo Bene. pp. 217, Lire 15.000 LINEDA'OMBRA ro, evidente, ed è anche la cosa più terribilmente difficile in questo tipo di rapporti, quando si vive insieme, il fatto che ci si abitui a tutto. Ci si abitua, per esempio, dopo pranzo, a rimanere ancora a tavola oppure ad alzarsi subito, diventa un rito che uno esca oppure che si esca insieme per andare a bere qualcosa. Tutto diventa un rito. Uno dice, dio mio, che importanza ha, per quanto mi riguarda puoi alzarti da tavola quando vuoi, andartene di nuovo nel tuo studio oppure fare una passeggiata oppure andare al cinema. Già, già, qualche volta accade, ma solo di rado, e così pian piano si soffoca, uno se ne accorge quando si sta insieme, qualcosa è continuamente soffocato da questo meccanismo della ripetizione. La scrittura può essere un modo per sfuggire alla ripetizione? Volendo essere pessimisti, con la scrittura può succedere esattamente la stessa cosa. Anche la scrittura, cioè, può diventare ripetizione. E di questo si ha naturalmente una grossissima paura. Come dicevo anche prima, perché dovrei mettermi a scrivere adesso, ammesso che lo sapessi fare, un Homo Faber migliore? Che importanza ha se è un po' più bello o più brutto? Non sarebbe per me niente di nuovo. Oppure, che senso avrebbe restar fedeli sempre alla stessa forma, allo stesso genere, e scrivere sempre e soltanto racconti brevi, magari perché non si sa fare nient'altro; per quanto mi riguarda, mi sono anche sforzato di cambiare la forma, per non cadere in una routine. Anche la scrittura può essere una fossilizzazione, può diventare fossilizzazione. Eppure, come è evidente, quando scrivo non ho che due o tre temi fondamentali, ossessioni. Prendiamo Strindberg, per esempio, e la guerra fra i sessi ... Strindberg è un grande scrittore che varia questo suo unico tema. Continua a variarlo, senza mai ripeterlo. Crea innumerevoli variazioni sul tema di fondo, che non può cambiare. Ciò che può sempre cambiare è il suo approccio a questo tema, per lo meno il suo approccio artistico. Che poi nella vita concreta lo abbia cambiato o meno, è una questione diversa. In conclusione potremmo dunque dire che scrivendo si provano dei modelli di vita, così come fa Stiller con le sue storie? Le storie di Stiller sono come delle quinte mobili, o come delle pedine con cui organizzare un gioco. Sono esemplari. E questo è il bello della letteratura o dell'arte, che ci si può muovere in un mondo di esempi. Nella vita vera non si può fare qualcosa per esempio, non si può dire: da oggi per esempio rompo i rapporti con mia madre. O si fa o non si fa. Questa è la storia. Magari uno ritorna sui propri passi, ma la rottura c'è stata, e solo dopo uno fa marcia indietro. Ma quel che è stato è stato. Nell 'arte si ha l'agio dell'esempio, del sé. Se rompessi i rapporti con mia madre, sarei poi veramente più libero, oppure non sarebbe così? Sì, questo è, uno ha libertà e spazio di gioco, non è tutto così inchiodato alla realtà. Anche per noi, quando leggiamo, non è proprio anche questo, in parte, il motivo della lettura, il suo lato liberatorio, il riconoscere l'altra possibilità? Vedere, per esempio, come uno accetta la propria malattia; non so se anch'io riuscirei mai a fare lo stesso, ma ecco che vedo come si fa, oppure come ci si può ridere sopra, cosa che io non farei, ma sono esempi, è spazio aperto al gioco. Ma allora con la lettura, con l'apprendimento di questi esempi, anch'io lettore posso venire a contatto con l'esperienza che è alla loro base? Sì, in effetti la letteratura è una comunicazione oltre i fatti, o meglio, una comunicazione senza i fatti.

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