Questa è una domanda importante. In linea di principio, direi che dal momento in cui ci rendiamo consapevoli di una certa esperienza, dal momento in cui sappiamo di averla e riusciamo a rappresentarla a noi stessi, da questo momento in poi la nostra acquisizione dovrà per forza di cose mutare il nostro comportamento - e non è detto che lo faccia solo attraverso un atto della volontà. Dunque, diciamo che io per esempio - un esempio inventato - abbia fatto l'esperienza di assoggettarmi a ogni mio partner femminile e poi di avere rinfacciato a queste mie compagne il fatto di essermi assoggettato, benché nessuna me lo abbia mai richiesto e anzi, magari, tutte abbiano sperato il contrario. Dal momento in cui lo so, in cui lo rendo visibile a me stesso, devo supporre che in una situazione analoga, con una nuova compagna, ricadrò probabilmente nella vecchia abitudine, che avrò la tendenza a ripetere lo stesso comportamento, che avrò la tendenza, in breve, a sottomettermi di nuovo. Ma il fatto che abbia già compiuto quest'esperienza mi darà probabilmente la possibilità di frenarmi. Insomma, è come il bambino che si è scottato le dita sul fuoco o vicino alla candela. La conseguenza di quell'esperienza sarà che non toccherà più il fuoco o non accosterà più le dita alla candela. Perché dopo si sarà appropriato di quell'esperienza, una esperienza molto chiara, e quindi eviterà il comportamento sbagliato. Questo vorrebbe dire che l'esperienza potrebbe convertirsi in storia ... Però c'è un altro aspetto da considerare, un'altra esperienza che può renderci scettici verso questa conversione, e cioè il fatto di constatare quanto siano profondamente radicati in noi determinati modelli di comportamento, di cui è molto difficile liberarsi. Sicuramente è impossibile usando la testa, benché anche con i sentimenti non è detto che ci si riesca. Così, malgrado si riconosca l'errore, ci si ricade sempre di nuovo. Non è tanto facile abbandonare un certo modo di fare. Anche perché entra in funzione una specie di automatismo. Può essere una soluzione decidere di scegliere liberamente la ripetizione, come dice Stiller? Ma Stiller teme anche la ripetizione, perché la ripetizione soffoca ogni nuova possilità. Ritorniamo all'esempio con i due partner: poniamo che io abbia una nuova partner, con un carattere tutto diverso, ma poiché mi ripeto sempre, mi muovo sempre sul mio stesso terreno e torno a fare le stesse cose, ne viene fuori di nuovo la stessa storia, cosicché non vivo alcuna esperienza nuova o diversa, o diciamo che non vivo me stesso, ma rivivo il mio passato. E di questo Stiller ha paura, del fatto che la ripetizione non gli dischiuda ma gli chiuda la vita. Tutti noi abbiamo un'infinita quantità di pattern, di modelli comportamentali, trasmessi dall'infanzia, dalla famiglia, o anche dalla società in cui ci muoviamo, cosicché uno continua a comportarsi sempre nello stesso modo, senza farci caso. Non solo nei rapporti uomo-donna, ma anche nei rapporti in campo professionale, per esempio. Per quanto mi riguarda torno sempre a ripetere uno stesso errore, di cui sono consapevole da quando ero ancora architetto: quando sono io a comandare, e gli altri sono quindi dei miei dipendenti, me la prendo sempre troppo comoda, non gli chiedo di fare quello che voglio, li lascio fare a modo loro, cosa che sembra molto generosa, e un po' anche lo è, e per me è molto comoda, solo che dopo si arriva al punto in cui mi scopro deluso, perché quelli non fanno le cose che io avrei voluto, ma che d'altronde non gli ho mai richiesto. So di fare male, di agire in modo sbagliato, eppure ci ricasco ogni volta di nuovo. Anche adesso che ho qui di nuovo una dipendente, una spagnola che mette un po' d'ordine. Voglio che certe cose siano fatte in un determinato modo e potrei dirlo OMAGGIO A MAX FRISCH 27 in maniera gentile, non devo mica utilizzare un tono militare. E invece no, lascio perdere e poi va a finire che quella mi dà ai nervi, e me la prendo a male. E il solito modello, che conosco bene, ma che ritorno sempre a ripetere, è come se dovessi ricadere in un solco, in una maniera, come potrei chiamarla. Certo, quando uno si rende conto di starci ricadendo, magari si sforza di evitarlo. Ma a quel punto, come dire, il solco è già segnato. Perché altrimenti, se agissi di conseguenza, tenendo presente queste parole che ora ho buttato lì, mi comporterei diversamente, e le direi che desidero questo e quello, e che non voglio che venga una volta al pomeriggio e un'altra al mattino, che vorrei che venisse sempre al pomeriggio, o che decida lei se mattino o pomeriggio eccetera. È così che all'inizio sono sempre convinto che non ci saranno problemi, che andrà tutto liscio, e poi dopo sei mesi so- · no già dentro al meccanismo, e penso: stamattina me ne vado in centro così non la vedo ... e lei invece viene al pomeriggio! E a questo punto la cosa ha già preso piede, ormai è troppo tardi, e io mi arrabbio soprattutto con me stesso, poiché sapevo benissimo come sarebbe andata. Dei meccanismi simili mi sembra vengano messi in scena anche in Biographie. Ein Spiel, in cui il protagonista avrebbe la possibilità di cambiare la storia della sua vita ma non ci riesce, riproduce sempre la stessa biografia. Finisce col ripetere sempre le stesse cose. Perché non sa quali sono i momenti cruciali, non sa quand'è lui stesso a decidere. Perché possono essere momenti a cui noi stessi non facciamo caso. E pensa che la soluzione sia iscriversi o non iscriversi al partito comunista, insomma prendere decisioni importanti e invece non cambia proprio niente, perché non riesce a capire - e neanche io ci riesco - qual è il momento in cui si decidono veramente le cose. E così continua sempre a succedere non proprio la stessa cosa, ma una cosa di equivalente valore. Non è che la ripetizione comporti il ritorno della stessa identica cosa, bensì di un qualcosa con un identico valore. Che si tratti del mio primo dipendente o della mia segretaria di adesso non è la stessa cosa, quello era un uomo, questa è una donna, ma per me è lo stesso, perché ho di nuovo avuto quella stessa paura di impartire ordini, perché ho un rifiuto dell'ideologia autoritaria, e però faccio poi l'esperienza che la cosa non funziona. E quindi per me è di nuovo la stessa identica esperienza. Più la rabbia di averla già fatta in precedenza. Ma la ripetizione è anche un fatto sociale, epocale. In Stiller mi pare che questa dimensione della ripetizione sia piuttosto accentuata. Certo. Non siamo mica soli su questa terra. Se incontro qualcuno, questo qualcuno si accosterà a me con i suoi modelli di comportamento i quali, se non sto molto attento, attiveranno subito anche i miei. Si sa come funziona. Ci sono delle persone di fronte alle quali assumo immediatamente gli stessi atteggiamenti, come un pupazzo meccanico. Poniamo, per esempio, che stia attraversando un periodo di profondissima depressione e che in queste condizioni mi incontri con un tale, il quale mi dice: ah, come ti trovo bene. Ecco che io rispondo che sì, infatti sto una meraviglia e così via, e faccio la parte del grand'uomo e così via. È quell'altro che, con il suo modo di fare, mi ha spinto a reagire così, perché non è una persona abbastanza aperta o perché probabilmente non gli importa niente di come sto veramente, e non è che debba, solo che non lascia libero nemmeno me di reagire spontaneamente. Un discorso a parte va fatto per i rapporti lunghi, specialmente quando si condivide la vecchiaia, nei quali è innegabile una sorta di automatismo e di ritualizzazione. È chia-
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