26 OMAGGIO A MAX FRISCH parecchio tempo continuarono a cercarlo, anche con la polizia. A quell'epoca c'era a Zurigo un chiaroveggente che si esibiva a teatro, un certo Sabrenno, e ad alcuni venne l'idea di chiedere consiglio a lui, cosicché andarono a casa sua e quello disse: "la persona che cercate sta quattro o cinque metri sott'acqua, non posso dire di più". E così si misero a cercarlo qui nei paraggi, nei laghi attorno a Zurigo, e lo ritrovarono in un piccolo lago, effettivamente tre metri sott'acqua. Un motivo che poi ho utilizzato nel bozzetto e nel dramma di Graf Oderland. L'indovino vede soltanto l'atto, quello che fa una persona, per esempio. E che cosa potrebbe significare questa particolarità? Potrebbe proprio significare - ed è questa l'unica cosa che mi interessa della chiaroveggenza - che uno può sapere - e in che modo arrivi a farlo non so - che cosa è possibile o addirittura probabile, senza però escludere anche altre possibilità. Sabrenno non sapeva in quale lago si trovasse il professore, non sapeva dire quando fosse accaduto il fatto. Resta però ben strano che abbia detto proprio quelle parole. Non ha detto: "quell'uomo è morto", magari poi aggiungendo che era caduto giù da una montagna o che giaceva in un bosco dopo essersi sparato, ma ha detto che si trovava sott'acqua e che si era suicidato. Ad affascinarmi è il fatto che venga riconosciuto l'accaduto in linea di principio, senza una datazione storica, senza dire quando o precisamente dove. Un vero e proprio parallelo con la scrittura adesso non lo vedo, se non forse nel caso di quella che chiamiamo una visione, di un'opera poetica, una grande opera poetica, capace di segnalare qualcosa che racchiude una possibilità per un 'intera società, una possibilità di cui noi, comuni mortali, non ci accorgiamo, perché vediamo le cose storicamente, perché cerchiamo sempre dei nessi e così cogliamo solo ciò che è regolare, visibile, mentre c'è uno che per esempio riesce a prevedere che una certa società è destinata a perire, che non può più sopravvivere. Non può dire quando, ma sente che accadrà. In questi termini, riesco anch'io a immaginare un parallelo fra scrittura e chiaroveggenza. Così come anche Cassandra sapeva che si sarebbe andati incontro a una brutta fine, ma quando e come non sapeva dirlo. Forse una persona del genere, quando scrive o parla, penetra strati della coscienza ai quali non giunge colui che non studia se stesso, che non produce, che non scrive. Nel momento in cui costui rende evidente e manifesta attraverso la scrittura questa esperienza interiore, arriva anche a formulare intuizioni che l'altro non potrà avere: questo magari sa soltanto di non sentirsi a suo agio in una certa compagnia o in un certo luogo, mentre l'altro va dietro alla cosa e scopre che in quel posto avverrà magari una catastrofe. Ma qui si dovrebbe già parlare di profezia. Come mai i profeti sapevano prevedere i fatti? Forse perché li hanno sempre previsti in quanto possibilità, non in quanto certezza. Nella sua opera ci si imbatte di continuo in personaggi che tentano di conciliare l'aspirazione al possibile con l' aspirazione alla storia. Lei parla anche di una vagheggiata "onnipresenza" del possibile. Il diario di Stiller può essere una prova di questa onnipresenza? Direi di sì, anche se allora non ne ero ben consapevole, ma, come lei stessa dice, è un tema presente in tutta l'opera, quello di cui abbiamo anche già parlato poco fa e che poi mi ha portato a scrivere il dramma: Biographie. Ein Spie!. Dunque, questa biografia che ho non è l'unica possibile, ci sono sempre molte possibilità e solo poche si traducono in realtà. Perché si realizzino proprio queste e non le altre resta un problema aperto. C'è in tutto questo un aspetto rassicurante e, allo stesso tempo, anche un aspetto inquietante. Inquietante perché vuol dire che non abbiamo alcuna sicurezza, che non c'è un destino oppure un dio che ci prenda per mano e ci guidi vuoi al patibolo vuoi in paradiso, là dove gli pare insomma. Sì, manca questa sicurezza ma, d'altra parte, potrebbe infondere speranza sapere che non c'è niente di definitivamente scritto, come suppone invece per esempio il marxismo della storia universale; non a caso non ho mai potuto aderire a questa visione della storia come decorso meccanicamente obbligato: questo o quello dovrà accadere. No, può anche darsi che accada qualcos'altro. Questa problematica è particolarmente evidente in Mein Name sei Gantenbein, che ho scritto dieci anni dopo, anzi no, non così tanti, sei anni dopo Stiller, quindi dopo un periodo di tempo relativamente breve. In Gantenbein viene tematizzato proprio questo, che uno si dice: ho questa e quell'altra possibilità, cosa ne può venir fuori adesso? A questo proposito sono ancora oggi dell'idea, che non posso provare scientificamente, che anche se il decorso degli avvenimenti può avere all'esterno, ovviamente, molte, moltissime varianti, pure queste non cambiano la persona, che continuerà ovunque a essere se stessa e assaporerà la vita per così dire con lo stesso palato. Poniamo il caso, tanto per fare un esempio, che lei conduca una vita piena di successi, ricolma di onori, o che conduca invece una vita come si suol dire modesta, o addirittura una vita infelice, con malattie e altro: sono differenze enormi, ma quello che alla fine comunque resta, non sono certo le infinite possibilità, ma quel determinato "clima" che accompagna la sua persona. Cosicché alla fine si dice: ah, sai cosa, non è poi tanto importante per me avere quella prestigiosa cattedra a Berlino e diventare uno stimato professore universitario, oppure rimanere insegnante a Padova. Perché alla fine le cose che mi fanno paura, le cose che mi rendono felice sono sempre le stesse, anche se differisce tanto il modo in cui si esemplificano. E qui è anche il segno di limite, di definizione. Per cui non è che sia possibile tutto. Diciamo però che le circostanze esteriori sono sempre molto casuali: che io adesso sia rimasto o meno in America, per esempio. E, infatti, a pensarci bene: tomo dall'America e incontro questa donna che è una mia vecchia conoscenza, ci mettiamo insieme e adesso è mio desiderio restare con lei, così come il suo è di rimanere con me, e questo conferma la mia decisione di stare a Zurigo; se non fosse successo - perché è stato un caso che ci ha fatti incontrare a una qualche festa di compleanno - magari non sarei qui adesso, e tuttavia avrei con tutta probabilità lo stesso rapporto con la vecchiaia e con la morte, la stessa sicurezza e la stessa paura, eccetera, eccetera: solo che si manifesterebbero attraverso esempi diversi. Scrivere significa anche scoprire le possibilità autentiche che uno ha dentro di sé, quelle che fanno parte del proprio "clima"? Certamente. Anche quando si lavora di fantasia e ci si reinventa in veste di eroe di western. Oppure addirittura di assassino. Perché uno sa che anche questa possibilità è data. È una fortuna che nell'arco di un'intera vita si riesca a evitare una cosa del genere, perché a volte basta veramente pochissimo, un accesso d'ira o non so che altro, ed ecco che uno si rende conto che sarebbe possibile, anche se molto probabilmente non accadrà nulla, perché si riuscirà a controllarsi ... Ma resta pur sempre una possibilità. Mi sembra che torniamo al tema della rivelazione che arriva a esprimersi pienamente solo attraverso storie inventate. Non e' è proprio possibilità che l'esperienza si traduca in storia?
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