Linea d'ombra - anno XIV - n. 119 - ott./nov. 1996

24 OMAGGIO A MAX FRISCH Foto lmagine/G. Neri. È un romanzo a cui ha lavorato molto? Oppure l'ha scritto di getto, epilogo compreso? Stiller è un libro molto spontaneo, in effetti un libro molto poco riflettuto, fatto con un bisogno pressante di esprimermi. Prima ero stato in America e avevo scritto una cosa che era andata male e poi, al mio ritorno, avevo un desiderio e anche un grosso bisogno di scrivere e così ho semplicemente riordinato quello che mi veniva in mente, che mi urgeva dire, e l'ho messo in un certo ordine, un ordine abbastanza complicato in verità, ma senza rifletterci sopra: è quasi come una lettera in cui uno scrive certe cose perché sono quelle che lo occupano in quel momento. È stato un processo strano: il lavoro procedeva molto velocemente, e io continuavo a meravigliarmi che tutte le parti risultassero poi coerenti tra loro. Prendiamo per esempio la storiella di Isidoro: anche qui, in tono minore, in forma leggera e ironica torna lo stesso tema, per cui Isidoro abbandona la sua carriera di farmacista, in una forma che è e rimane quella di una farsa, ma si tratta pur sempre di una variazione del tema fondamentale, che riappare di continuo, sempre a diversi livelli e in diverse forme narrative. Un discorso a parte bisognerebbe fare invece per le riflessioni del giudice istruttore, che sono un corpo estraneo all'interno del romanzo. È strano che allora nessuno ci abbia fatto caso. Il primo a notarlo è stato Diirrenmatt, che l'ha letto prima che andasse in stampa e mi ha detto ché avevo fatto un errore enorme ad aggiungere quell'epilogo. Ma aveva ragione. È stato veramente un errore di progettazione. D'altro canto è difficile immaginare un epilogo dove Stille,· stesso possa prendere la parola. No, Stiller non ha più nulla da dire alla fine. Stiller viene assolto, il che vuol dire condannato, e per lui anche la fine del gioco, del suo gioco. Naturalmente uno poi vorrebbe sapere come continua la storia, che cosa decide di fare, se ritorna in America oppure se va a vivere con Julika. Tutti interrogativi che rimarrebbero aperti. Ma, forse, questo suo purgatorio - il fatto che scriva la sua storia e che, scrivendola, se ne liberi - da solo sarebbe più significativo. Che poi riesca o meno a tradurre tutto questo processo in biografia è un'altra questione ... Forse bisognerebbe considerare a questo punto anche il nodo del passaggio dal!'America alla Svizzera. Il ritorno dal paese dei grandi sogni alla ristrettezza e determinatezza del proprio paese. Fra l'altro l'America torna in molti suoi romanzi. E poi anche lei, come ha appena detto, si era appena lasciato alle spalle un'esperienza americana. Quello stesso anno ero stato in America e poi, al mio ritorno, ho subito cominciato a scrivere ... Quando sono tornato sapevo che avrei messo fine al mio matrimonio, e non era una cosa facile, visto che avevamo dei figli ancora piccoli, ancora in un'età in cui un genitore non dovrebbe abbandonarli. E io avevo una grande paura, perché ritornavo là dove bisognava sul serio dar prova di forza, là dove le tracce del passato erano ovunque presenti, dove il passato doveva essere superato oppure spiegato; tutto questo unito alla paura di rimanerci invischjato, di lasciarmi sommergere, di venire intrappolato in una ragnatela. Poi me ne sono andato di nuovo, ma anche adesso, ancora una volta, sono tornato. Se sia stata una buona decisione, non saprei dirlo. Quando sono tornato quest'ultima volta, mi sono sentito indifferente verso questo paese, verso le sue cose, non c'era nulla che mi interessasse. Stare qui è semplicemente più comodo per me che stare a New York, e anche il fatto che fosse finita la storia con una donna ha contribuito a farmi prendere questa decisione. Certo, New York è grande e io avrei potuto anche restarci ... siamo ancora amici, non è che non voglia più vedere questa persona, ma non desidero più vivere insieme a lei; ho dovuto capitolare, nonostante il mio desiderio, ammettere che non funzionava. Quindi sarei potuto comunque rimanere in America, ma non è per niente facile, è un mondo estraneo, duro, sì, direi proprio estraneo, ed è più faticoso che stare qui, e visto che divento sempre più vecchio, devo badare a non scegliermi proprio la via più difficile, anche per la vita quotidiana. E poi pensavo che non mi sarebbe importato niente di quello che succede qui, se fossi tornato. E in realtà non c'è proprio niente che mi interessi, anche se poi leggo lo stesso il giornale, guardo la televisione, tanto per vedere qualcosa, tanto per sapere se i russi hanno un nuovo capo, se Kohl è sempre lo stesso Kohl, cose del genere. E poi, in mezzo a queste cose, se ne infilano altre, sono come una leggerissima polvere che filtra, dai giornali, dalla televisione, cose che mi irritano e mi costringono a intervenire, a impegnarmi. Non sono riuscito a costruirmi una "splendid isolation", ancor meno di prima. Tanto che poi, all'improvviso, scrivo ugualmente il testo per un manifesto, per esempio contro il razzismo, che fa arrabbiare tanto, o contro il modo in cui trattano i lavoratori stranieri, e così di nuovo decido di fare qualcosa e allo stesso tempo dico che non voglio fare più niente, per principio, anche se poi torno da capo a fare qualcosina ... E così di nuovo non mi è riuscito di avere un comportamento chiaro e coerente, che rispecchi ciò che voglio e ciò che non voglio, o meglio di attenermi a una specie di dieta, più che a un comportamento. Quando

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