Stiller scrive. Non riesco a immaginare il libro come un film, perché il film metterebbe in scena quello di cui Stiller scrive e mancherebbe proprio questa decisiva frattura, il fatto che lui se ne stia lì e scriva. Perché, in effetti, cosa gli succede veramente per tutto il tempo? Proprio niente! È chiuso in una cella nel carcere di custodia preventiva, esce in barca sul lago, va a fare una passeggiata con la sua ex moglie, poi gli viene mostrato il suo atelier, cosa che lo irrita, per cui distrugge le sculture che ci sono dentro. E questa è tutta l'azione, e per descriverla ci sono quattrocento o cinquecento pagine! Non c'e'altro avvenimento oltre all'attività della scrittura, attività attraverso cui direi che Stiller cerca di scoprirsi da solo le carte, nulla oltre il suo tentativo di leggere se stesso, di capire se stesso. Poi va detta un 'altra cosa ancora, anch'essa una motivazione alla scrittura. Sempre più credo di poter individuare - anche se poi forse è un criterio valido soltanto per me o per pochi altri, ma adesso provo ugualmente a generalizzarlo - di poter individuare il fascino della scrittura ... faccio un esempio: uno scrive delle frasi, quello che vede, quello che pensa eccetera. Sono frasi buone, corrette, addirittura belle, e solo dopo averle scritte vi riconosce qualcosa, non saprei come dire ... la traccia che ha vissuto qualcosa di diverso. E solo dal momento in cui questa frase gli sta lì davanti e se ne rende conto, comincia a ricercare questa diversità. Può essere che sia soltanto lo scarto di un avverbio: è veramente "molto" contento di rivedere sua madre? Solo scrivendolo viene fuori... Prima non s'era mai posto neanche lontanamente il problema: si trattava di aspettative e esperienze positive - o era forse solo uno sgravarsi la coscienza? O, magari, il fatto era che si sentiva buono a fare la parte del caro figliolo che si occupa della madre, oppure era ancora qualcos'altro? Che cosa, di preciso? Prima uno si diceva che era felice di rivedere la mamma e basta, ma nel momento in cui lo scrive si accorge che, sì, fa piacere, eppure ... Sono solo dei dettagli, niente di vistoso, e tuttavia segnali che qualcosa non funziona, e così richiamano l'attenzione su una specifica esperienza interiore. Ma non sono che dettagli, nuances. Proprio per questo motivo, per questa ragione della scrittura, può accadere che anche un proprio testo riesca noioso, terribilmente noioso, e non intendo qui un testo vecchio, ma uno composto proprio adesso, uno di cui si dice: Beh, non è male, ma non è quello che accade dentro di me, e nemmeno mi serve ad avvicinarmici, avrebbe potuto scriverlo anche un altro che fosse capace di scrivere. È una sfida. Posso portare un esempio. Se adesso le domandassi di disegnare su un foglio di carta il profilo di una persona che conosce bene, di un suo amico - ecco lei si mette al lavoro, ne tratteggia il naso: il naso le pare che ce l'abbia piccolo o forse, piuttosto, è medio? O non sarà proprio un naso bello grosso? Un momento, stop, il naso in verità le sembra proprio medio. Sì, forse è un naso medio. Prima pensava di sapere che aspetto aveva, ma solo adesso, nel momento in cui lo disegna, si rendo conto di come è effettivamente. Prima non aveva mai badato a quel naso. E magari proprio il naso è enormemente importante per definire un volto, no? E nel momento in cui ci si accorge che qualcosa è diverso, e forse sbagliato, nasce anche il bisogno di capire come è veramente. Magari, per lei non è neanche importante se quello ha un naso lungo o corto o largo, eppure, se lo disegna, bisognerà che lo appuri, e magari scoprirà anche che quel naso lì le è sempre stato antipatico, o che l'ha sempre disturbata ... Dunque in Stiller la funzione del diario sarebbe quella di richiamare l'attenzione del lettore - anche del!' autore-lettore stesso - su questi scarti, su queste differenze? OMAGGIO A MAX FRISCH 23 Stiller scrive per se stesso. Si tratta di un autorispecchiamento. Sa che i giudici non leggeranno mai le sue pagine, o che quantomeno esse non avranno alcun peso in tribunale. Direi che Stiller se la ride dell'intera situazione, si fa beffe naturalmente anche della letteratura che, in modo del tutto convenzionale (ed è questo il lato convenzionale del libro stesso), gli offre il pretesto per poter scrivere. Una trovata che mette Stiller nella condizione di chi, bloccato nel rifugio fra le nevi e impossibilitato a muoversi, si appassiona improvvisamente a scrivere: perché è rinchiuso in una cella. Sì, questo è proprio molto, molto convenzionale. A un certo punto White racconta di una sua avventurosa discesa in una caverna, che lo affascina per le aggregazioni fantastiche di rocce e cristalli che evocano forme efigure, come se si trattasse di un enorme arsenale di metafore, clichés, stampi,finché non arriva a una caverna vuota. C'è qui, mi pare, un altro suo tema ricorrente, quello del conjì·onto con le convenzioni letterarie, e quindi il problema di una scrittura priva di scorie, che sappia esprimere la purezza dell'esperienza. L'episodio della caverna è anche una rappresentazione popolare di un processo psichico, come dire, un processo psichico tradotto in fiaba. Chiunque è in grado di capirla e non è necessario che conosca i retroscena, l'importante è che sia curioso di sapere: e ora come farà a venirne fuori? Oppure: Che cosa troverà? Troverà dell'oro o magari troverà un bel mucchio di cadaveri? In un certo senso è semplicemente un racconto di avventure in miniatura. E questo naturalmente come metafora di un processo interiore. Più ci penso e più mi convinco, anche adesso che ne parliamo, che Stiller scrivendo si faccia beffe di un sacco di cose, compreso se stesso, che in realtà a questo punto del romanzo abbia già superato White, e non gli interessi più niente, mi pare, di rifiutare la propria identità, e che piuttosto si prenda gioco proprio di questo rifiuto, come di tutto il resto. Questo vale per il libro senza l'epilogo. E l'errore fondamentale del romanzo è proprio l'epilogo. Vorrei che il libro terminasse senza epilogo. Ma è stato stampato così. Erano già trascorsi uno o due anni dalla sua pubblicazione quando mi sono reso conto che con l'epilogo entrava nel romanzo un punto di vista falsamente obiettivo. Inoltre si tratta di una soluzione convenzionale: ecco che si scopre che anche questo giudice istruttore sa scrivere proprio benino, tanto bene quanto il signor Stiller, né meglio né peggio, proprio nel modo in cui sapeva scrivere il signor Frisch a quei tempi. Ah, mamma mia! Certo, il romanzo acquisisce così anche una sua giustizia oggettiva e inoltre tutta una serie di riflessioni, che vanno intese seriamente, come per esempio quelle su Dio eccetera. E tuttavia, se il libro fosse terminato senza l'epilogo sarebbe stato meglio, perché allora avremmo avuto soltanto una persona che, attraverso la scrittura, viene messa in condizione di ridere della situazione terribile e insolubile in cui si trova. E invece questo Stiller qui esce di prigione e dice: adesso ci rimettiamo di nuovo a vivere insieme, Julika e io, ci riproviamo! Una vera soluzione, una vera liberazione è piuttosto quella di poterne ridere, mi pare. E nel romanzo non manca il riso, anche se accompagnato al pianto, alla rabbia, al dolore ... E poi il personaggio sarebbe maturato più di quanto non avvenga attraverso le parole del giudice istruttore, che ci racconta il modo in cui vive laggiù, quello che fa, come si arriva alla inevitabile morte di Julika. Sì, direi proprio che interviene un punto di vista erroneamente oggettivo: solo che era troppo tardi, non potevo più cambiare niente, visto che il libro esisteva già così com'era.
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