Linea d'ombra - anno XIV - n. 119 - ott./nov. 1996

22 OMAGGIO A MAX FRISCH re a bere al guardiano. È stato in una hacienda, ha fatto questo e quest'altro, ha anche ammazzato qualcuno, in breve una biografia da cinematografo. Tutto molto divertente, è espressione dei suoi desideri, ma neanche l'intera America, da cui proviene, può fornirgli una biografia. Perché la sua biografia è quella stupida e mediocre che ha lasciato a Zurigo, e dalla quale può affrancarsi solo facendosene carico. L'alter ego di Stille,; White, è dunque in un certo senso la persona "meno" la biografia, la figura per eccellenza, per cui non c'è che il regno del possibile? Sì. Proprio questo è il fascino della novella o dell'aneddoto: non sono necessarie grandi informazioni. Basta dire: giunse a quel punto una vecchia signora e accadde questo e quest'altro. Da dove sia venuta, che tipo di educazione avesse, quali le sue condizioni economiche - tutte quelle cose che vogliamo sapere, noi che vogliamo sapere sempre tutto, se ha mai avuto figli o che so io - invece no, non sappiamo nulla. La stringatezza che caratterizza l'aneddoto ha anche qualcosa di liberatorio, il fatto che lo sguardo si concentri su una cosa sola la quale, di conseguenza, risulta estremamente chiara. Sì, ecco, per concludere direi: che l'esperienza si esprime in finzioni. E che queste finzioni, come i sogni - quelli che ciascuno ha e che per i più rimangono inespressi - siano una parte costituente la persona, di questo sono convinto ancora oggi, credo. Ma lei ha anche detto che l'esperienza cerca di esprimersi in una storia per cambiare "la" storia. Un difficile intento. Stille,; per esempio, non pare riuscirci molto bene. L'impressione è tutt'altra. Tuttavia Stiller sa che può cambiare la storia, dunque quello che accade nel mondo, solo vivendo insieme alla sua esperienza. Se non la rinnega. Ma alla sostanza dell'esperienza ci arriva solo attraverso la fantasia, raccontandole grosse e di tutti i generi, insomma solo attraverso la narrazione di storie. Tuttavia non riesce a trovare una lingua in cui esprimere questa esperienza, nella realtà che lo circonda non pare trovare un modello espressivo valido, e questo dipende sia da lui che da questa stessa realtà. Potrebbe anche darsi che questa specifica realtà che lo circonda non sia lo strumento adatto su cui produrre suoni, almeno certi suoni. Insomma che lo strumento sia sbagliato. E poi c'è Julika, la moglie. Per Stiller potrebbe essere anche il rapporto con lei un terreno per verificare l'esperienza? È forse cambiata anche lei, come si potrebbe desumere dalle annotazioni di Stille,; oppure è lo sguardo di Stille,; il suo modo di vederla, che è cambiato? Credo piuttosto in questa seconda ipotesi. Stille,· è un libro completamente egocentrico, in cui ogni cosa è vista dalla prospettiva di lui. L'ironia vuole anche che, sebbene vi sia continuamente un cambiamento nella prospettiva del racconto - si passa dal punto di vista di Sybille a quello del giudice istruttore eccetera - e nel tentativo, direi, di liberarsi proprio di questo egocentrismo, pure il tentativo fallisce e l'egocentrismo domina le annotazioni dal principio alla fine. Tutto ciò che apprendiamo sono i tentativi di Stiller di vedere Julika sotto vari aspetti. Un donna che è in qualche modo sua vittima. E in un certo senso anche la morte di lei va addebitata a lui. Con tutte le sue interpretazioni, quelle generose come quelle grette, dettate dall'amore o dettate dall'odio, con tutte queste sue interpretazioni la porta praticamente alla tomba. Il rapporto fallisce definitivamente quando Stiller ricomincia a farsi di lei un'immagine statica, benché diversa e più simpatica di quella precedente. Ma purtroppo non conta granché quale sia il grado di calore e di simpatia dell'immagine, determinante è il fatto di fabbricarsene una. È come se Stiller non riuscisse né ad accettare la moglie né a lasciarla andare, sì, direi proprio a lasciarla andare. Non so se si tratti di un peccato tipicamente maschile, potrebbe essere benissimo. Sarebbe in qualche modo naturale, a partire dal ruolo dell'uomo, per cui il maschio è il fattore, colui che produce. O anche per un senso di responsabilità assolutamente sbagliato nei confronti della donna. Per un certo tempo è successo a me, come ad altri uomini, di essermi sentito responsabile, senza una ragione particolare, per l'altra persona, che doveva poi vivere secondo i miei desideri, e non erano desideri da poco. Era come se avessi dovuto continuamente elucubrare, interpretare, e mi era impossibile non farlo. In principio forse c'è anche un aspetto vantaggioso per una donna in tutto ciò, perché la donna si accorge che l'uomo si mette d'impegno, lavora alla donna, proprio come a un'opera d'arte. E lo fa con tutta la sua passione e desiderando naturalmente solo il meglio, e anche con tutto l'amore, però vuol essere lui a decidere, a sapere cosa è bene per lei eccetera: non impartire ordini, decidere. E in questo modo si allontana da lei. Forse le cose stanno così, non so. Julika stessa, nel romanzo, non ha alcuna possibilità di prendere la parola. Non viene condannata, ma neanche prende mai la parola. È solo un elemento della vita interiore di quest'uomo, che si dà un sacco da fare e fa grande sfoggio di passione e di pensieri, quindi è tutt'altro che indifferente nei confronti di lei. Ma Julika resta muta. Anche quando Stiller cita le sue parole. Dunque, lafigura femminile serve a rappresentare il grande fallimento del protagonista maschile? Sì. Stiller non è più in contatto con la sua esperienza, vive fiancheggiando se stesso, e questo genera insicurezza, la quale insicurezza genera in lui paura, e la paura genera infine un bisogno di fuga oppure un bisogno di dominare, contemporaneamente anche un desiderio di sottomissione. Fin dal principio Stiller ritiene la donna molto più integra, molto più sana del- ! 'uomo. E ciò vale sicuramente per molte figure di Frisch, per cui la donna è sempre più vicina alla natura, più vicina al creato. Sì, questa è evidentemente una mia idea, da ricondurre sicuramente a un'attaccamento morboso alla madre. Il ritorno al luogo dove si è protetti, al ventre o al seno materno. Nel romanzo, per quel che ricordo, viene anche detto, non so più dove, che la disgrazia in questo rapporto è che tutti e due cercano di raggiungere l'altro dal lato debole e non da quello forte. Uno ha una paura terribile di abitare da solo, di stare da solo, l'altro ha una paura terribile di non so cosa, e chi sa come credono di poterne tirare fuori l'euforia di un grande rapporto. E invece non cavano un ragno dal buco. In conclusione, dunque, l'esperienza arriva a esprimersi compiutamente soltanto nella scrittura. In Stiller attraverso il diario, che andrà dunque considerato una specie di studio del- !' anima, della coscienza? Il diario di Stiller è precisamente questo. La cosa divertente è che all'epoca continuava a venire da me gente di cinema, persone che volevano trarne un film; è incredibile quante opzioni sono state richieste, dai piccoli fino ai grandi registi, non so quante. Ma nessuno di loro aveva considerato che non poteva funzionare come film, e infatti un film non è mai venuto alla luce, benché ogni tanto salti ancora fuori qualcuno che ci vorrebbe provare: perché l'azione principale nel libro è il fatto che

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