Linea d'ombra - anno XIV - n. 119 - ott./nov. 1996

Sergio Quinzio. Foto LeonardoCéndamo/G Neri. dere I 'umanamente incredibile miracolo di Dio. L'apostasia della chiesa consiste nel p01Tese stessa come regno di Dio in atto". Quinzio criticava la chiesa anche per la facilità ai compromessi: preferiva ali' et et, soprattutto cattolico, quell 'aut aut del1'amico protestante Kierkegaard e anche dell'altro amico, l' ebreo Scholem, l'uno e l'altro profeti di un futuro che non segue il presente come logica conseguenza, ma che suppone uno stacco, sia dalla storia che dalla razionalità. In questo quadro, Quinzio criticava soprattutto l'adattamento del messaggio cristiano alla tradizione culturale greca: metafisica, spiritualismo, storicismo. Troppo Atene e troppo poco Gerusalemme, dove Gerusalemme significa la dimensione del1'attesa, di quell'avvento nel quale l'oggi non scompare, ma viene grandemente ridimensionato. Troppa attenzione alla resurrezione già in atto nella storia, e troppo scarsa attenzione, invece, al mistero della croce, questo, sì, interno alla nostra storia di dolore e di sangue. Annuncio della croce, mentre le chiese sono impegnate soprattutto nell'annuncio - umano, troppo umano - di un'etica. Un annuncio, fra l'altro, inascoltato. Nell'ultimo Mysterium iniquitatis (Le encicliche del!' ultimo papa) si legge: "L'iniquità il cui mistero è annunciato nel Nuovo Testamento non ha carattere morale. Anzi, vi sono stati pensatori cristiani che hanno avvertito la presenza dell'anticristo in atti che, almeno nelle intenzioni, sono moralmente buoni: tipicamente anticristica è, infatti, innanzitutto la cancellazione del peccato, la riduzione dell'iniquità a colpa, a responsabilità morale, e infine a errore o addirittura a PERSERGIOQUINZIO/GENTILONI 19 semplice condizionamento biologico e sociale. La scomparsa della coscienza del peccato è il fulcro dell'anticristicità". Nell'ottica di Quinzio, quindi, il giudizio sulla cultura moderna si accompagna a quello sulle chiese. Basti pensare alla psicologia del profondo e al suo contributo alla cancellazione del senso del peccato. Basti pensare al fallimento di quelle scienze del progresso al cui sogno anche le chiese hanno quasi sempre creduto. La stessa vicenda dell'ebraismo, a Quinzio carissima, è ambigua. Perciò nelle Radici ebraiche del moderno scrive: "Non penso, né per l'ebreo né per il cristiano, a una conversione ali' altro. A me sembra venuto il momento di rendersi conto della miseria delle due verità separate e del loro mondanamente im- . possibile essere una sola verità. Penso che sia il cristiano che l'ebreo debbano storicamente morire. Del resto è la storia del mondo che dall'esterno li svuota loro malgrado di significato ... Allora non ci sarebbe più né ebreo né cristiano, perché entrambi sono morti, e, nella morte, come per Cristo, si è rivelata la loro verità". Un discorso che a molti ebrei come a molti cristiani (penso sia alla "Civiltà cattolica" che a don Gianni Baget Bozzo) non poteva non apparire troppo radicale. Eppure il suo "tono" era tutt'altro che radicale: era pieno di umiltà, di dubbi. Era dimesso, al contrario dei toni presuntuosi e prepotenti oggi di moda, anche nel dibattito teologico-culturale.'Si noti quell"'un" premesso alla sua opera più importante, il grande Un commento alla Bibbia (ripubblicato recentemente, sempre da Adelphi, in volume unico): "un" commento a significare la parzialità, la coesistenza con altri commenti. Ma non indulgeva a nessuna forma di relativismo né di pensiero debole, che distingueva decisamente dalla sua modestia. Modestia nel tono, non nella certezza della fede. In questo contesto vale la pena di ricordare una delle sue ultime polemiche, quella con Gianni Vattimo che la ricorda con delicatezza nel recente Credere di credere. Vattimo critica Quinzio per la propensione ai "salti": fra ragione e fede, fra storia e regno. Quinzio rimprovera a Vattimo un cristianesimo nel segno della "debolezza", quindi degli accomodamenti e dei compromessi. Né l'uno né l'altro, comunque, meritano quell'accusa di disimpegno sociale e politico che spesso e volentieri è stata rivolta sia al "salto" di Quinzio che alla "debolezza" di Vattimo. Che il pensiero di Quinzio fosse tutt'altro che disimpegnato nella difesa dei deboli della storia, anche se in attesa del "salto" nel regno, lo dimostra, fra le mille altre pagine, quella che la moglie Anna ha giustamente scelto per ricordare il marito. Una bella pagina che ricorda il Magnificat ("I potenti saranno abbattuti e i deboli esaltati ..."). Vale la pena di rileggerla e meditarla (Dalla gola del leone): "Un re avendo pietà di un uomo povero che aveva molto sofferto volle consolarlo e onorarlo, e perciò lo vestì di porpora, gli mise al dito un prezioso anello, lo incoronò e lo fece sedere su un trono alla sua destra. Un altro re, invece, avendo pietà e volendo consolare e onorare un uomo povero che aveva molto sofferto, si svestì della porpora, si tolse l'anello e la corona, e andò a sedersi accanto a lui sulla nuda terra della sua capanna. Quale dei due re manifestò una pietà più perfetta? E quale dei due uomini fu più consolato e onorato? Così io credo che ci sarà restituita la nostra povera vita e che Dio si abbasserà (Le 12, 37) per viverla per sempre con noi, e noi avremo un insaziabile bisogno di consolarlo e onorarlo per l'eccessiva magnificenza del dono che lo spoglia: perché è scritto che chi si umilia sarà esaltato. Io mi metto alla scuola dei miei miseri ebrei, credo ciò che è più impossibile credere".

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