Linea d'ombra - anno XIV - n. 119 - ott./nov. 1996

18 PERTULLIOVINAY /FOFI TullioVinaynel 1963. Servizio Cristiano di Riesi, nato nel 1961 e tuttora attivissimo, è stato un luogo di ritrovo e di formazione soprattutto per giovani siciliani e di lì sono passate le migliori e più coraggiose energie dell'isola: come ha scritto Giuseppe Platone, che credo diriga tuttora la comunità di Riesi, occorre "lavorare ed amare", come dice Giovanni, "a fatti e in verità". Ancora l 'agàpe, che chiede però di sostanziarsi di tensioni nuove a seconda delle situazioni in cui si opera, e di tensioni operative, di intervento e dimostrazione, di "fatti". Malato, Vinay era stato costretto ad allontanarsi via via dall 'attività pubblica, ma aveva continuato a scrivere e pubblicare per la Claudiana, anche se non più a predicare. I suoi scritti sono sempre molto concreti, alcuni dedicati alla storia di Agàpe (L'amore è più grande) o della comunità siciliana (Giorni a Riesi). In Utopia del mondo nuovo raccolse nel 1984 gli scritti "politici", quelli del suo decennio di attività parlamentare: denunce, inchieste, proposte. Il tono vi è educato e fermo, di chi ha profonda e chiara coscienza di ciò che, socialmente e politicamente, è bene o male, di ciò che può portare bene e di ciò da cui non ci si può aspettare bene. Aveva forte il senso della storia, però, e delle sue ambiguità, rovesci e incertezze. Ricordo con particolare emozione (lo ripubblicammo su "Linea d'ombra", tanti numeri fa) il discorso che tenne in occasione del premio che gli era stato assegnato a Tel Aviv per aver salvato tanti ebrei durante la guerra e la Resistenza: vi diceva, con rispetto e franchezza, la sua amarezza e il suo disagio nel vedere come, tanti anni dopo l'Olocausto, vi fossero ora discriminazioni e soprusi israeliani a danno dei palestinesi. La sua idea di giustizia era basata sull' agàpe, partiva dall 'amore; dove non c'è amore, non può nascere giustizia. La collaborazione di Tullio Vinay a "Linea d'ombra" e a "La terra vista dalla luna" è stata sporadica, di telefonate, incontri, suggerimenti più che di testi. Eppure era importante che il suo nome, come quello di altri "vecchi" educatori e profeti del nostro tempo e paese, figurasse nell'elenco dei collaboratori, a dare senso e sale alle nostre povere battaglie e a impedire che il nostro metodo si svilisse. GRIDA NELDESERTO RICORDODISERGIOQUINZIO Filippo Gentiloni "Ma il figlio dell'uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra" (Luca 18, 8). Sergio Quinzio tornava spesso su questa misteriosa espressione evangelica: la possiamo prendere, ora che ci ha lasciati, come punto di partenza per una riflessione sulla sua opera e il suo pensiero. Per vari motivi, intrecciati insieme. La forma interrogativa, prima di tutto: Sergio la prediligeva diffidando di tutti gli esclamativi di cui è punteggiata la cultura moderna, cristiana e non. Poi il suo "pessimismo" - ma le virgolette sono necessarie - sullo "stato" della fede, nella nostra fine del secondo millennio. Infine, in positivo, la forza della sua fede: è certo che il "figlio dell'uomo" verrà, tornerà. Tutta l'opera di Quinzio è pervasa da questa certezza di fede, che si intreccia con la critica sia alla cultura moderna sia alla situazione attuale delle chiese che alla cultura moderna, spesso più che al vangelo, si sono accomodate. Un pensiero scomodo il suo, isolato e perciò contestato un po' da tutti, sia sul versante laico che su quello cristiano. Anche se nessuno si è potuto sottrarre al fascino del suo "grido nel deserto". Eppure Quinzio non era un isolato: il suo pensiero ereditava un ricco lascito, dalla Bibbia fino ai nostri giorni. Molto ricco, anche se minoritario: in genere le istituzioni ecclesiastiche preferiscono una fede impegnata nell'oggi più che nel domani, nel potere più che nella profezia. Il punto di partenza e di appoggio non può che essere fornito dai brani biblici che annunciano, appunto, il "regno che verrà", al futuro. Dal profeta Daniele alle lettere di Paolo ai Corinti e ai Tessalonicesi. Senza dimenticare quell '"anticristo" di cui parlano parecchi testi: al singolare o al plurale, confonderà, creerà illusioni, "andrà fin dentro il tempio di Dio" (Il lettera di Paolo ai Tessalonicesi). Nella generale razionalizzazione del messaggio - quella che Quinzio contestava - quasi tutti si sono dimenticati del capitolo - attualissimo - sull'anticristo. Fa eccezione una grande tradizione orientale, soprattutto dell'ortodossia russa, che a Quinzio era particolarmente cara: si pensi, per esempio, non soltanto ai grandi ro~anzi di Dostoevskij, ma anche ai dialoghi di Solov'ev (vedi la recente edizione Marietti). "È forse il male soltanto un difetto di natura, un'imperfezione che scompare da sé con lo sviluppo del bene oppure una forza effettiva che domina il mondo per mezzo delle sue lusinghe sicché per una lotta vittoriosa contro di esso occorre avere un punto di appoggio in un altro ordine di esistenza?". Quinzio sottoscriveva e criticava le chiese perché credono nel progresso sociale più che nell'annuncio di un "altro ordine". Dal Mysterium iniquitatis (1995): "Dobbiamo prendere atto dell'apostasia della chiesa che elude lo scandalo della fede, che lo stravolge più o meno consapevolmente in ciò che la fede non è, che riduce ad etica la salvezza escatologica e perciò ne fa un'opera ragionevolmente umana, anziché riconoscere ed atten-

RkJQdWJsaXNoZXIy MTExMDY2NQ==