Linea d'ombra - anno XIV - n. 119 - ott./nov. 1996

UN'UTOPIA LAICA RICORDODITULLIOVINAY GoffredoFofi La scomparsa del pastore valdese Tullio Vinay, avvenuta a Roma il 2 settembre scorso, ci toglie uno degli ultimi maestri di vita che le generazioni cresciute nel dopoguerra hanno avuto. Personalmente, mi resta ormai soltanto il vecchio medico lucano Rocco Mazzarone, sodale di Scotellaro, Levi, Rossi-Doria, riformatore instancabile e modello umano di autenticità e coerenza per generazioni di "meridionalisti", ai livelli più concreti dell'esperienza professionale e politica. Si trattava - si tratta ancora, per Rocco - di maestri appartati, fuori dal grande circuito corruttore e falsificante dei media e della "politika". Vinay provò per un certo tempo a "fare politica" e fu uno dei più seri, impegnati e coraggiosi tra i senatori indipendenti della sinistra per una o due legislature, dal 1976 al 1983. Ma anche allora la sua "diversità" fu subito evidente, e ci si domandava cosa avesse da condividere con la politica ufficiale un uomo come Vinay, che tuttavia, con la sua avvertita pazienza e saldezza, seppe muoversi in quel contesto ricavandone il possibile, in attività legislativa e nella denuncia di situazioni gravi. La sua fu testimonianza attiva della sua fede. La sua modela costruziondei Agàpe(1950-1951). PERTULLIOVINAY /FOFI 17 stia e misura non erano fatte per gli scontri di potere, ma per la costruzione paziente, di chi sa quale fatica sia contribuire al miglioramento della realtà, ma è giudato in questo da convinzioni profonde. Queste convinzioni io e molti altri gliele invidiammo sempre. La fede è per certuni uno sprone straordinario; la fede di Vinay partiva davvero dal Discorso della montagna e dalla lettera ai Corinzi di Paolo, quella dell'"inno all'agàpe", all'amore come carità, come valore assoluto che mai verrà meno, all'amore senza confini. "Chi ama suo fratello rimane nella luce", dice anzi Giovanni, chi non lo arria è "ancora nelle tenebre". Il nome di Tullio Vinay è legato a due "costruzioni" - proprio nel senso di edifici, oltre che d'iniziative - che portano la sua impronta e a cui egli ha dedicato il massimo delle sue energie in due diversi periodi della sua esistenza. Nell'immediato dopoguerra, la costruzione della comunità di Agàpe (quale altro nome avrebbe potuto scegliere?) sopra Prali, nell'alto delle Valli Valdesi, in Piemonte: luogo d'incontro dal 1946 a oggi per generazioni di giovani, radunati in campi di lavoro (e, a costruire gli edifici di Agàpe, furono giovani volontari provenienti da molte nazioni dell'Europa in macerie, Germania compresa) o in campi di studio, ad ascoltare le parole e gli insegnamenti di grandi teologi e filosofi (da Niemoller a Gollwitzer a Ricoeur e tanti altri) e pensatori e politici (tra gli italiani, da Basso a Panzeri, da Parri a Capitini), o semplicemente a confrontarsi tra loro, persone del primo, secondo, terzo mondo, di etnie, classi e fedi diverse). Alla fine degli anni cinquanta, consolidata quest'iniziativa, Vinay decise di trasferirsi in Sicilia e fondò con pochi seguaci a Riesi (Caltanissetta) una comunità sul modello di Agàpe, ma i cui fini e le cui attività furono determinati dalla situazione locale, allora tra le più povere del Sud, e dal contesto sociale, delle strutture di potere del luogo, che erano decisamente mafiose: il

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