Linea d'ombra - anno XIV - n. 119 - ott./nov. 1996

16 NORD E SUD/BENFANTE mulazione capitalista._Una libertà che è andata perduta con la mercificazione del sole e del mare, con la recinzione della natura. In questo modo il Sud ha perduto se stesso, e ora rischia (ma è, purtroppo, assai più di un rischio) di diventare la copia sbagliata e peggiore del Nord. In tal senso, la via di riscatto non può che essere quella solidarietà contro l'assurdo, contro la menzogna e il silenzio, quell'essere liberi insieme, all'interno della comunità pacifica che si accetta di servire, di cui parla Camus. Meno riconducibile al nucleo tematico del saggio, ma altrettanto interessante e denso, è invece il capitolo finale dedicato a Pasolini, che resta ùn po' avulso dal contesto, se non per certi aspetti relativi al ritorno al "sacro" come trasgressione autentica, contrapposta alla finta emancipazione di massa, e come resistenza alla mercificazione del mondo. Nel complesso, quindi, Cassano ci offre una utile riflessione che apre il dibattito e lo lascia aperto (che ovviamente è un pregio di modestia, realismo e misura, ma anche un difetto di genericità). Ad altri ora il compito di ripensare il Sud, riscrivere la sua storia, elaborare il suo possibile modello di sviluppo, individuare le forme e i modi di una crescita della società civile e anche, sulla scia di Cassano, mettere mano alla critica e alla destrutturazione di un sistema ideologico attanagliato tra speculazione mafiosa e speculazione croce-gentiliana: le due facce, l'una selvaggiamente concreta, l'altra sottilmente astratta, della subalternità e dell'impotenza della società meridionale. Compito - sia chiaro - da assolvere senza ulteriori indugi, perché intanto non perde tempo e si profila già abbastanza chiaramente la fase neocoloniale dell'espansione economica che, con una politica di sviluppo e di investimenti selvaggi, ha visto nel Sud un nuovo West da normalizzare. Dopodiché, pensare sarà davvero difficile. Come andare a piedi. NON SPARATESUI GIORNALISTI Guido Franzinetti Non c'è molto da dire sul libro di Peter Handke sulla Serbia (Un viaggio d'inverno, ovvero Giustizia per la Serbia, Einaudi, 1996, pp. 88, Lire 16.000). Il nome dell'autore è una garanzia del livello letterario dell'opera (altissimo) e di una immediata eco tra il pubblico che un tempo adornava i propri scaffali con libri Adelphi. Il nome dell'editore italiano, d'altronde, è una garanzia della qualità e del coraggio della scelta editoriale. Come poteva non essere così? Gli italiani hanno avuto sempre la più vivace editoria del mondo, assieme alla più vivace stampa quotidiana e settimanale del mondo. Lettori più sfortunati, come quelli anglosassoni, si devono accontentare invece di opere più modeste, come il libro di L. Sibner e A. Little, Death of Yugoslavia (Bbc-Penguin, 1995, Lire 16.673 al cambio attuale) che è una mera ricostruzione giornalistica, basata su di una ricerca sul campo finora ineguagliata; o come il libro di S.L. Woodward, Balkan tragedy. Chaos and dissolution after the Cold war (Washington D.C., Brookings Institution, 1995, pp. 536, Lire 35.865 al cambio attuale), ancora più ampio e documentato, per inciso di orientamento non tanto distante da quello di Handke, ma ovviamente noioso. Ma come non poteva non essere così? La stampa anglosassone, ormai lo sappiamo (l'ha detto Lucia Annunziata, quindi deve essere vero, no?) è un mito dei provinciali. Un lettore anglosassone, per esempio, potrebbe trovare il libretto di Handke piuttosto superficiale e disinformato, un banale elenco di invettive contro le falsità scritte da qualche giornalista francese e tedesco. La stampa mente? Incredibile. Ma il problema, come avrebbero detto in gioventù gli attuali maestri del giornalismo italico, è a monte. Il problema non è Handke (che non è un giornalista), e neppure quello dei giornalisti, filoserbi, filocroati o filomusulmani che siano. È il giornalismo inteso come fonte di informazione a essere il problema. Cinquant'anni fa, per non dire cento anni fa, il giornalismo svolgeva una reale funzione di informazione. Questo non per virtù dei giornalisti, ma anche perché c'erano classi dirigenti che avevano bisogno anche di informazioni tramite giornali. Le chiedevano, e le ottenevano. Tutte le classi dirigenti (o aspiranti tali) avevano i loro organi di informazione interni ed esterni. "Le Monde" e "El Pais" sono due splendidi monumenti sopravvissuti a questa lontana epoca. Adesso tutto ciò non è più vero. E non perché adesso c'è Cnn che è più rapida. La Cnn non fornisce informazioni (e se lo facesse si farebbe pagare). Fornisce pubblicità, sia in senso letterale, sia in senso pseudo-occulto, come nei servizi da Baghdad, che servivano a Saddam Hussein per comunicare con il mondo esterno. L'informazione del mondo reale circola adesso attraverso canali Internet (gratis) e via Compuserve (pagando). È anche molto più segmentata, anche all'interno delle stesse classi dirigenti. Il resto è intrattenimento, infotainment, gestito adeguatamente da "Novella 2000" e dai suoi equivalenti quotidiani (la qualità delle fotografie di Valeria Marini su "Novella 2000" è ovviamente superiore a quello della "Stampa"). Nel caso tutto ciò sembrasse il solito discorso apocalittico (alla Ceronetti) si prenda il caso della presa di Kabul. Ovviamente tutti sapevano da mesi che Kabul sarebbe caduta in mano ai taleban, al punto che la notizia era diventata quasi una barzelletta. Tutti? Be', forse non proprio tutti, ma quelli che si prendevano la briga di informarsi. Bastava prendere un aereo e andare a Islamabad, o in qualsiasi altro paese confinante con l' Afghanistan. Anzi, bastava prendere un Gsm e telefonare a un amico in una qualsiasi capitale dell'Asia centrale. Lo sapevano proprio tutti. Forse lo sapevano anche i giornalisti, compresi quelli italiani. Ma il punto è un altro: non è sulla stampa (e men che mai dalle televisioni, un mezzo ancor più costoso) che si trova l'informazione sul mondo reale. Questo vale anche per i due migliori giornali del mondo, che sono il "Wall Street journal" e il "Financial Times". Anche loro possono fare, se va bene, un 'interessante opera di commento, in genere post facto (come ha fatto Edward Mortimer sul "Financial Times" del 9 ottobre). Nulla di più. Il resto della stampa, ivi compresa la vivacissima stampa italiana, può dedicarsi a profonde riflessioni sulle sorelle Pivetti o sulla compagna Parietti. Il mondo reale è altrove. Non sparate sui giornalisti.

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