sterno, terra di nessuno, è destinato inesorabilmente a essere sempre più brutto, squallido, anonimo, de-privato. Il rapporto con il mare è un rapporto antico. Quell'interscambio, quella osmosi che ha fatto della Grecia una "città liquida", compenetrata dal mare, incapace del "solipsismo dei continenti". Ma anche aliena dalla "libertà oceanica", che poi in sostanza altro non è che una totale dipendenza dalla tecnica. La peculiarità del Mediterraneo sta proprio nella separazione non smisurata delle terre, in una loro discontinua continuità, in un'aperta chiusura. Oltre le colonne d'Ercole si stende l'infinità oceanica, una libertà disumana. La polis e il logos sono invece il risultato di una misura che nasce dalla "doppiezza della costa" dal rapporto terra/mare in cui lo "sfondamento dell'orizzonte" evita che il pensiero si fissi in un immobilismo totalitario (in senso, al tempo stesso, politico e filosofico). Che cos'è infatti il logos se non "inarrestabile risacca"? È un'esperienza di confine e di compenetrazione, di incontro di limiti e di sovrapposizione. È la sapienza orientale che dalla verticalità gerarchica e mistica degli altipiani iranici discende alla orizzontalità pluralista e contraddittoria dell'Egeo, dell'agorà, e copre nell'incessante movimento del porto e delle onde la revocabilità continua della verità. Ma la contraddittorietà non è solo e tutta all'interno della ragione. C'è anche, nel mondo greco, una contrapposizione irredimibile tra ragione e tragedia. Non tutto è logos, infatti, perché talvolta il dialogo è sopraffatto dall 'agon. La tragedia è contigua al sapere ma ne eccede i limiti. Alla univocità della parola religiosa e imperiale, la Grecia oppone l'agorà come luogo in cui le verità sono in conflitto. E in ciò "annunzia l'Europa". L'Europa quindi nasce dal mare, dalla sua mobilità e pluralità. Il Mediterraneo, grazie alle sue dimensioni ridotte, alla sua facile navigabilità, alla mitezza del suo clima costiero è, come ebbe a dire Yaléry, "una macchina per fare civiltà", il luogo ideale di incrocio di popoli e culture, lo sprone continuo al superamento del limite che è il dato caratteristico dell'inquieto pensiero europeo. Il Mediterraneo è misura contrapposta al cattivo infinito della metafisica, della tecnica, dell'oceano. A quest'Europa che sorge dalla mobilità mediterranea, si contrappone una Mitteleuropa terragna, continentale, statica. Non a caso Heidegger ha nei confronti della pervasività del mare un rapporto di estraneità e fobia. Mentre la Grecia intramarina, frattale, si caratterizza per la sua de-centralità, la Germania è un centro circondato, assillato dalla paranoia della sua stessa centralità, che vive il confine come soffocamento e vuole pertanto imporre la propria misura al mondo circostante. Questa centralità germanica conflittuale e patologica è intrisa di "ruralismo reazionario e nostalgia pastorale" (Steiner), di un'ideologia di radicamento, tellurica, vitalistica, antimercantile. Diverso è l'approccio di Nietzsche, che vede nell'incertezza del mare la via del filosofo. Ma non molto diversi gli esiti, giacché l'abbandono della costa per la libera navigazione senza ritorno e la soppressione del legame con la terra sono un'uscita dalla misura (mediterranea, europea) che trasforma il superuomo in "pirata". La mediterraneità si esprime invece nella figura cruciale e contraddittoria di Ulisse, viaggiatore che ritorna (ma riparte e va oltre ogni giorno), marinaio e re contadino, costantemente rivolto verso ovest (laddove invece l'Iliade è orientata a est), in cui si ritrova tutta l'ambivalenza della civiltà mediterranea/meridionale. Ma di queste divagazioni lirico-filosofiche (indubbiamente fascinose e accattivanti) non metterebbe conto qui di parlare se non dessero appunto la "misura" e il senso del pericolo che quasi a ogni pagina corre il saggio di Cassano di trasformarsi in NORD ESUD/BENFANTE 15 esercizio tanto erudito quanto vacuo, in professorale discettazione in cui la concretezza del riferimento geografico e gnoseologico sfuma nel narcisismo della citazione. E invece il discorso sul rapporto terra/mare è quanto mai attuale, vivo e vero in un momento in cui esplodono i localismi e in cui il senso di appartenenza viene assolutizzato in modo totalizzante (e quindi totalitario, intollerante). La costa ci insegna infatti che "il confine è il luogo in cui due differenze si toccano", s'incontrano/scontrano, facendo esperienza, l'una attraverso l'altra, del proprio limite, del proprio essere come del proprio non-essere. La frontiera è quindi anche il luogo del confronto, e non solo del fronteggiamento bellicoso. Essa "unisce in quanto separa". Il confine è contatto, è territorio promiscuo di complicità, connivenze, scambi. Bisogna far prevalere questa idea di confine coinvolgente contro l'universalismo bunkerizzato (l'internazionalismo comunista che erige muri) ma anche contro la chiusura etnocentrica, l'autarchia campanilista, l'aggressività nazionalista. Il fondamentalismo dell'appartenenza, ovviamente, non si combatte con lo sradicamento universale (la globalizzazione del mercato, del denaro e dei media). l due fenomeni sono anzi speculari: c'è un "integralismo della corsa", della mercificazione totale, dello sviluppo illimitato assunto come imperativo inderogabile. Se non si sconfigge questo integralismo, sarà difficile sconfiggere gli altri. Il risultato di una mancata inversione di tendenza sarà una complessa situazione di degrado in cui l'alternativa (apparente) alla perdita di identità sarà la prostituzione della subalternità o il fanatismo etno-religioso. Il monito di Cassano è molto chiaro. Meno evidente è come uscire da questo falso bivio. Ma qui evidentemente devono entrare in campo altri "saperi" e un altro tipo di valutazioni. Il libro si chiude con due esempi e modelli di pensiero meridiano da analizzare e seguire: Albert Camus e Pier Paolo Pasolini (ed è la parte più debole in cui appare più evidente il carattere slegato e miscellaneo, infatti si compone di saggi legati non sempre incastrati l'uno all'altro in modo del tutto consequenziale). In Camus, c'è il rifiuto di una concezione provvidenziale della storia e una dichiarazione di ottimismo nei riguardi del1'uomo (che rovescia l'impostazione cristiano-marxista, che dubita dell'uomo ma è certa della palingenesi finale). Nessuna fede, quindi, nella redenzione/rivoluzione o nelle rivelazioni del progresso e della salvezza, ma scommessa sulla dignità dell'essere umano, sulla sua libera coscienza, sulla sua capacità di "rivolta" e di solidarietà, in primo luogo contro la morte, pur accettando l'interminabile sconfitta di Sisifo. Che è solidarietà e fraternità nel dolore e nella colpa, nella partecipazione alla natura e nell'accettazione delle sue leggi. Ed è proprio nel Mediterraneo che questo rapporto con il cosmo si è rivelato più dolce, più equilibrato: un accordo solare che ha prodotto, per esempio, la sensibilità di un san Francesco, spezzata e spazzata via dall'Inquisizione. Armonia di un meriggio troncato dall'avvento dei popoli nordici e infine annullato dalla finalizzazione settentrionale e statolatrica della storia hegeliana. L'Europa si situa quindi ali' interno di questa contrapposizione tra mezzogiorno e mezzanotte, articolazione mediterranea e monoliticità settentrionale: ossimoro esistenziale di bellezza e morte ("l'Italia, come altri luoghi privilegiati, mi offre lo spettacolo di una bellezza in cui gli uomini muoiono ugualmente"). Camus, da ragazzo, ha conosciuto nel luminoso Nordafrica una bellezza che poteva essere goduta senza denaro, una libertà naturale e spontanea, del tutto priva della claustrofobica accu-
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