Linea d'ombra - anno XIV - n. 119 - ott./nov. 1996

14 NORD E SUD/BENFANTE ELOGIODELLALENTEZZA RIPENSARILESUD Marcello Ben/ante Com 'era prevedibile - ed anche, entro certi limiti, auspicabile - il recente trend editoriale di attenzione e interesse nei confronti del Sud, che si è concretizzato in una serie (non troppo lunga, in verità, dopo tanta omertosa amnesia) di analisi statistiche e di inchieste socio-economiche sulla realtà produttiva del meridione, ha aperto la strada a ulteriori considerazioni, per così dire, più generali e culturali, ideali persino, quando non addirittura metafisiche. È il caso, per esempio, di un libro come Il pensiero meridiano (Laterza, pp. 141, lire 20.000) di Franco Cassano, docente di Sociologia della conoscenza all'Università di Bari, che presenta elementi di indubbio interesse ma anche una certa tendenza al compiacimento retorico, al gioco un po' accademico con le parole e con le idee. L'intento del saggio e la sua tesi centrale (restituire al Sud la dignità, l'autorevolezza di soggetto pensante) sono non solo lodevoli, ma anche puntuali e opportuni. È bene, infatti, che il Sud esca dal proprio stato di subalternità ideologica, dalla propria dipendenza culturale e politica dai tempi e dai modi di un pensiero "nordista" che ha nel delirio iperboreo della Lega il suo apice di arroganza sragionante, ma che si sostanzia di giudizi, pregiudizi e luoghi comuni, più o meno velati di razzismo, assai più diffusi e capillari. E per far ciò occorre un rovesciamento e una rifondazione di valori, di assunti, di premesse: una ridefinizione, insomma, dei termini (nel duplice senso di ambiti e linguaggi) del discorso. Occorrono, cioè, una tematica e una semantica nuove. Il che è anche un modo di ripensare il meridionalismo fuori dagli schemi meramente rivendicazionistici e metterlo invece su un piano propositivo, prendendo l'iniziativa e rinunciando al gioco di rimessa, alla lamentazione, alla questua. Proposito salutare, questo, che il libro di Cassano ci sollecita a sviluppare in tutti gli ambiti della vita sociale, dal modello di sviluppo alle forme di associazione (dal momento che la parola d'ordine imperante è il decentramento federalista, panacea delle disfunzioni della prima repubblica). Secondo Cassano, infatti, bisogna invertire il punto di vista: "non pensare il Sud". Ma, a tal fine, il Sud "deve riacquistare la forza per pensarsi da sé", deve cioè produrre un "pensiero meridiano" il cui compito sia "combattere iuxta propria principia la devastante vendita all'incanto che gli stessi meridionali hanno organizzato delle proprie terre". Svendita, per meglio dire, che ha disegnato le due facce speculari - come una sorta di Giano - del meridione: paradiso turistico e incubo mafioso. Finto paradiso turistico, direi, visto il degrado ambientale che avanza praticamente ovunque. E addirittura incubo turistico, paese dei bagordi (altrui) e dei balordi. La modernizzazione del Sud è coincisa quindi con la sua oscena mercificazione. Un Sud che pensa se stesso è anche, per Cassano, un Sud che accetta la propria condizione "desertica", che rifiuta di farsi_riempire da un finto sviluppo, di farsi normalizzare dal consumismo turistico, che accetta epistemologicamente la propria "lentezza" come risorsa per resistere alle accelerazioni del conformismo moderno (ma c'è un conformismo FotoMarcoPesaresi/Contrasto. anche della lentezza - di cui Cassano non parla - che ha nelle cerimonie private non meno che in quelle pubbliche e burocratiche un suo estenuante influsso). Un pensiero meridiano deve respingere l'arroganza di chi considera che lo sviluppo (ogni sviluppo?) possa e debba essere l'unico destino possibile. Deve cioè respingere il "monoteismo della tecnica" (ma per accettare un ateismo o un politeismo? qui Cassano resta piuttosto vago e laconico). Alla "monocromia della velocità" deve contrapporre la ricca policromia della vita lenta, deve difendersi dalla "secolarizzazione infinita" che lo sradica dal proprio passato. Tuttavia, in quanto fondato e aperto sul mare, il pensiero meridiano non è affatto misoneista, ma soltanto ostile al "feticismo dello sviluppo". Questo processo di rifondazione esige uno sguardo interiore, una sorta di nosce te ipsum fortemente localizzato, territorializzato: "La chiave sta nel ri-guardare i luoghi, nel duplice senso di aver riguardo per loro e di tornare a guardarli". Elogio della lentezza, quindi, del "pensare a piedi", in modo non progettante, spontaneo, necessario, in felice accordo col mondo, rispettando e valorizzando il tempo. Che in altri termini significa accettare senza angosce e ambasce di essere provincia, di essere marginali, di non inseguire un tempo effimero che fugge. Questa lentezza è solo apparente, così come la velocità del falso pensiero è mera illusione. In realtà, il pensiero lento è l' unico vero pensiero, il più spedito: "I veloci, i progettanti, i convegnisti, i giornalisti consumano velocemente il mondo e pensano di migliorarlo". La loro velocità è soltanto empia, profana, stolida divorazione del mondo. Questa veloce lentezza è quindi l'esatto contrario dell'immobilismo (nelle sue varie accezioni, eleatiche o gattopardesche). Ne è garanzia il mare, che in quanto "luogo di meditazione" apre il pensiero all'infedeltà del partire e alla nostalgia del ritorno, al movimento pendolare del viaggio, allo straniamento, alla scissione, all'ambivalenza e all'ambiguità del viaggiatore. L'aver perduto il rapporto col mare - a opera della devastazione cementizia dei litorali, e della pretesa ignobile e violenta di privatizzare e recingere una ricchezza atavica e collettiva - ha sottratto al Sud questa dialettica del limite aperto. È un processo generale di annientamento progressivo della sfera pubblica e di chiusura nel recinto del privato, di degradazione del fuori collettivo e di individualistica cura del dentro domestico. Per cui l'e-

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