12 NORD ESUD LARIVOLUZIONECONSERVATRICE IDEOLOGIAITALIANAEPADANA Ermanno Vitale Questo articolo è tratto dalla relazione al convegno "Le culture della destra", tenutosi a Torino, al Centro Gobetti nella primavera 1996. Potrà sembrare paradossale, ma la tesi delle due Italie non solo diverse sotto il profilo socio-economico ma anche opposte in quanto a visione del mondo al punto da entrare in inevitabile rotta di collisione culturale, morale e infine politica non è prerogativa del secessionismo leghista. I suoi termini si trovano esposti, a condizione di rovesciare lo stivale, nella ricostruzione della storia patria proposta circa due anni fa da Marcello Veneziani - storia che egli legge sotto il segno della contrapposizione fra ideologia italiana e ideologia piemontese, nozioni da usare non tanto in chiave storiografica per definire momenti della lotta politica in Italia, ma in chiave filosofica (di una specie di filosofia della storia) per affermare il permanere in essa di due vere e proprie visioni del mondo alternative: "La contrapposizione "ideale" tra le due Italie è ancor oggi una contrapposizione reale tra due visioni del mondo e due modi di concepire la politica". Vediamo rapidamente che cosa intende Veneziani proponendo questa dicotomia. Adotto un principio di carità interpretativa, ricorrendo al passo più chiaro e significativo fra i molteplici che si sforzano di dare una definizione di queste ideologie: "i grandi referenti storici della ideologia italiana espressa dal fascismo sono la romanità, il cattolicesimo e il rinascimento, tre espressioni politiche, religiose e artistiche nate nel cuore del Mediterraneo e che si sono poi dilatate in Europa e nel mondo. I grandi referenti storici dell'ideologia piemontese sono invece le rivoluzioni nate nel Nord: la rivoluzione protestante e puritana, la rivoluzione industriale, le rivoluzioni francese e americana (...) l'ideologia italiana è la concezione di una civiltà che in prevalenza esporta i suoi valori in Europa e nel mondo; l'ideologia piemontese è al contrario il progetto di una società che in prevalenza importa i suoi valori dall'Europa e dal mondo (...). L'ideologia italiana si pone come un tentativo di elevare in senso etico e religioso la politica sulle basi di uno spiritualismo politico e nazionale. L'ideologia piemontese esprime invece l'istanza di laicizzazione e di razionalizzazione assoluta della politica, fino a un raffreddamento delle 'idealità"'.' Conclusione: il tentativo di introdurre questi corpi estranei, lo spirito della Riforma, l'americanismo eccetera nell'organismo di un paese mediterraneo, levantino, è all'origine dei peggiori errori ed orrori della nostra storia recente. L'ideologia italiana, che ha conosciuto col fascismo un momento alto di affermazione storica, sta riaffermandosi perché coagula, secondo Veneziani, al di là della retorica e delle manifestazioni nostalgiche, la voglia d'identità di un popolo, che vuol dimostrare di essere capace a modo proprio, senza importare modelli, affermando (difensivamente) il "diritto alla propria specificità" e scacciando la paura di essere omologato in posizione subalterna da un Occidente che in fondo non lo ha mai voluto, non lo vuole e non lo vorrà mai. Per ottenere tanto, l'ideologia italiana proclama un ritorno ai valori "alti e nobili" della mitologia della romanità: senso dello stato accoppiato alla concezione eroica della vita. Se siano valori o disvalori, ora non interessa. Quanto interessa è il tipo antropologico cui si afferma di voler proporre questo modello di vita, questa visione del mondo: "L'arma vincente della rivoluzione conservatrice, anche nei recenti avvenimenti politici [siamo nel 1994], è stata proprio questa: quella di configurare un vero e proprio fronte popolare, radicato nella gente comune e nei bisogni diffusi, rivolto - nei temi, nel linguaggio e nelle aspirazioni - all'italiano medio. Laddove il fronte progressista ha tentato l'inverso: quello di inseguire le minoranze del paese, intellettuali o marginali, e di rappresentarsi come la forza neoilluministica della ragione". 2 Forse che, con qualche opportuna sostituzione geografica, queste frasi non potrebbero appartenere anche agli intellettuali sostenitori delle mitologie celtiche? (Per inciso, lo stesso Veneziani dovrebbe rallegrarsi del fatto che pure al nord la sopraffattrice "ideologia piemontese" rischi di diventare soltanto un ricordo). L'ideologia italiana (o padana) allora non è neppure unarivoluzione conservatrice, ma la forma in cui trova ospitalità il pregiudizio corrente, il "senso comune" del cosiddetto "uomo della strada", considerato appunto alla stregua di un soggetto dalla psicologia infantile e dai valori precari, che bisogna assecondare per poter meglio dominare. Un bambino, magari anche robusto, i cui capricci un abile genitore o governante sa controllare distogliendolo dall'oggetto del desiderio - lodandolo o incutendogli timore o proponendogli, all'occorrenza, un trastull? apparentemente tanto nuovo e meraviglioso quanto innocuo. E questa "brava gente" assolutamente priva di senso dello stato nonché di concezione eroica della vita, semmai prona al servilismo e al gesuitismo, che il secessionismo leghista non meno della "rivoluzione conservatrice" vogliono ipostatizzare nei suoi caratteri, ricorrendo in fondo al solo argomento che tale è lo spirito vuoi padano vuoi italiano, per natura immodificabile. Chi sia l'italiano medio lo dicono più apertamente Vittorio Feltri e Giordano Bruno Guerri, ricordando entrambi la facilità con cui gli italiani si acconciarono al fascismo. Afferma Feltri: "Gli italiani sono brava gente. Lo erano anche nel venti e dintorni. Ecco perché non ostacolarono anzi favorirono l'ascesa di Mussolini, un ragazzo che ci sapeva fare, voleva ripristinare un po' d'ordine nel paese scosso dagli scioperi, dalla rabbia dei reduci della grande guerra (...) gli italiani manifestarono una spiccata inclinazione a intrupparsi. E si intrupparono in fretta, felici di indossare l'orbace e di calzare stivaloni neri; felici di apparire tutti eguali davanti al supremo condottiero". Lascio al lettore il compito di riscontrare eventuali somiglianze con alcune fra le più recenti fortune politiche itali.ane. Non diverse, in ultima analisi, le considerazioni di Guerri: "Gli italiani, popolo opportunista, accettavano dal regime quanto loro piaceva e facevano mostra di ortodossia ma rifiutavano intimamente le spinte del regime ad una reale trasformazione della società. Era un popolo che si atteggiava duro e forte mantenendo tutte le manchevolezze del suo carattere formato nei secoli: l'esibita fede religiosa scarsamente applicata, la doppia morale, l'essere debole con i forti e forti con i deboli, l'ipocrisia di fondo, l'apparire e il non essere. Anche per questo gli italiani si fusero magnificamente con un regime cui somigliavano".3 In questa luce I '"ideologia italiana" si manifesta definitivamente, se ancora di chiarimenti vi fosse bisogno, per quella che è. Non un tentativo, per quanto ambito e inquietan-
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