' Ottobre/Novembre 1996 Numero119 Lire12000 mensiledistorie, immagint discussioni e spettacolo
,,,;.- ·--. .. ,t;rf;V• .1~ ..). '.,)'J ..., , . {•ctt SCENLDEORMDEICHCIlHAPRECEDUTO SIVAAVA '.. .. "•· • · [IJNARRATIVA----------- ----------- 0sAGGISTICA FriedrichSchiller Il delinquenteper infamia Ciò che fa di lui un delinquente non è la sua rivolta ma l'umiliazione del carcere e l'ostracismo sociale che gli decretano coloro che dovrebberoriabilitarlo. L'INTENDENTE SANSHO MoriOgai L'intendenteSansho Riscrivere le storie perché il passato non muoia. La più bella e nota versione della leggenda di Anuu e Zushio, sorella e fratello venduticome schiavi. llOA....:«:f<Tl~OI lN'IÒH!'i:lUIMAY"'-" LA CADUTA DELLACASA LI ~1 ON ES RamonPérezdeAyala LacadutadellacasaLimones Un dramma che nasce dal pesodelleconvenzionid, alle divisioni sociali e sessuali, dagliobblighei dalleipocrisie, dall'immensafaticachecosta portarselaeddosso. ~----------- [Dc1NEMA ----------~ I FIGLIDELLA VIOLENZA LuisBuiiuel I figlidellaviolenza Città del Messico 1950. Un gruppo di ragazzi cresce non amato e privo di diritti tra baracche e casupole di un'immensa periferia nel buio di una condizione intollerabile. A BOCC.i-'E1RTA CarmeloBene A Boccaperta Una partitura per il cinema. Un raccontovisionario e grandioso,il mondodella storia, il pozzo del nostro passato, della nostra religiosità e della nostracultura. I vantaggi dell'abbonamento Per sole [.100.000 (contro un valore di lire 165.000) chi si abbona avrà diritto a ricevere: undici numeri all'anno di Linea d'Ombra. Un numero in più gratis. Tra le combinazioni della collana Aperture: tre libri a scelta. GoffredoFoti I limitidellascena Cinema, teatro, radio e televisione. Azzardi e compromessi dal neorealismo al boom, dalla contestazione all'omologazione. La società dello spettacolo e il cultodell'apparenza. Andrea Rauch LA FRECCIA NELL'ARCO RafaelSanchezFerlosio La freccianell'arco La denuncia dell'ardore encomiastico di una cultura propagandistica al servizio de.ll'idolatria della Trionfale Epopea Umanadel Progresso. li L T I ~I O R O lJ N I} F ,\ t TRI snu,,-1 PO! I ·1 I(' I JulioCortàzar Ultimoround Una passionedi giustizia profondamente sincera, un desiderio di libertà per i popoli e l'indignazione e la rivolta per il doloredegli oppressi. C O \I E S I Il I \ I \ I I f. l R OP LI·/ --111DOll'!IA~l.o<(o,ffl. ...,.,i.,,,,.,u,,,om,o•mcu<>t0- \0<X11,t01,uuo•t= U-l'l\Tlt'OVl!!Oll --•:WùfOHN, ""'Nl..UU'l .. Nll•!.1.UD<llAl:\U ""0!1R • .. ,lttOGA,..., DJI P1J ll\ID•\'f',,MOPAll<W-00._.TTn• CeesNooteboom Comesi diventaeuropei Bisognerebbestudiarci. Come uno di quegli esseri ibridi, incompresi ovunque, che stanno di casa contemporaneamente in tre posti e al tempo stesso in nessuno. FINCSHISEC' ORGE INNAAN Gl'UNTI Andrea Pedrazzini Daniele Scandola
□ Si, mi abbono a LINEA D'OMBRA per un anno approfittando di questa offerta esclusiva che mi dà diritto a tre libri a scelta. Riceverò gli 11 numeri (più un numero in omaggio) e i tre libri a sole lire 100.000 anziché 165.000. A pagamento avvenuto riceverò subito i libri prescelti. DJ rn QJ Scelgo qui il gruppo di tre volumi prescelti: FriedrichSchiller,// delinquenteper infamia MoriOgai, L'intendenteSansho RamonPérezdeAyala, La cadutadellacasa Limones RafaelSanchezFerlosio, La freccianell'arco JulioCortàzar, Ultimoround CeesNooteboom,Come si diventaeuropei LuisBufiuel,/ figlidellaviolenza CarmeloBene, A Boccaperta GoffredoFoti, I limitidellascena NOME ................................................ ,.............. . COGNOME ........................................................ : INDIRIZZO ................................... ,.......... ,........... i I I ••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••• 1 CITTA' ....... ,..,..................... ,....... ,..,....... ,............ i CAP......... ,............... TEL .................................... . Vi indico qui di seguito le modalità di pagamento (senza aggiunta di spese postali) O Vi autorizzo ad addebitarmi la cifra di 5::. 100.000 su Carta Si • I I I I I I I I I I I I I I I I I LlW N. SCAD. INTESTATA A ........................................................ . FIRMA .................................................................... . O Assegno (bancario o postale n.............................. . Banca ...................................................... (inbustachiusa) O Awenutoversamentosule/e postalen.54140207 intestato a Linea d'Ombra. Alla prima occhiata, vidi ch'era una nave di prim'ordine, una creatura armoniosa nelle linee del suo corpo ben fatto, nell'altezza proporzionata della sua alberatura. Qualunque fosse la sua età e la sua storia, aveva conservato l'impronta della sua origine. Era una di quelle navi che, grazie alla loro linea e all'accurata rifinitura, non sembreranno mai vecchie. J.Conrad Linea d'ombra è costantemente in viaggio nell'universo letterario e artistico, alla ricerca del nuovo e di chi non si piega ai dettami dell'industria culturale. Il viaggio è trasformazione, e gli avvenimenti di questi tempi richiedono un cambiamento. Linea d'ombra risponde rinnovandosi. Sarà più lette;aria, più cinematografica, più musicale. Sarà un po' più italiana, senza smettere di cercare altrove. Continuerà a pensare in modo libero. LINEAD'OMBRA,VIAGAFFURIO4,20124MILANO. POTETEMANDAREANCHEUNFAXAL02-66981251
SHRHE EDIZIDnl unDERGRDUnD Per ordini diretti tel 02/58317306 Due importanti novità per l'inverno 1996: il desiderio di creare "mondi separati" di ampie fasce giovanili e le comunità insurrezionali dei pirati nel Mediterraneo del XVII secolo. Le nuove proposte di una casa editrice che si è distinta per fantasia e rigore di realizzazione RichardLowee WilliamShaw TRAVELLERE RAVER collana Underground pp. 228 con 32 pp. di immagini a colori e B/N Lit. 25.000 Chi sono i traveller e i raver? Drogati che terrorizzano l'Inghilterra con i loro festival illegali, ballando tutta la notte? Un nuovo tipo di zingari, esuli nel loro stesso paese? In questa raccolta di racconti orali, da Stonehenge ai più recenti rave, i soggetti stessi parlano della loro vita, vissuta da nomadi su camion, roulotte, in tende e in accampamenti ai margini della città o sulle scogliere della Cornovaglia, delle loro incredibili feste, Ri<:twd Lowe e Wlffiam Shaw TRAVELLER E RAVER<-=.;::: della loro visione di un mondo diverso e migliore. Uno spaccato su una controcultura che conta mezzo milione di aderenti e già considerata una minaccia dalle istituzioni inglesi che hanno reagito con durissime leggi. RICHARD LOWE E WILLIAM SHAW sono due giornalisti inglesi da sempre attenti alle culture giovanili; per questo sono stati accettati come portavoce da parte dei soggetti intervistati. Peter Lamborn Wilson UTOPIEPIRATA collana Piratini pp. 160 con immagini, Lit. 18.000 Dal XVI al XIX secolo i pirati provenienti dalla costa barbaresca hanno continuato a falcidiare la navigazione europea mentre, al contempo, moltissimi europei si convertivano all'Islam e si aggregavano alla "guerra santa" dei pirati. Erano "rinnegati" oppure abbandonavano e tradivano il cristianesimo come forma e prassi di resistenza sociale? P.L. Wilson, esperto di zone temporaneamente autonome, le ormai famosissime T.A.Z., mette a fuoco le caratteristiche dell'organizzazione pirata: corsari, sufi, pederasti, irresistibili donne moresche, schiavi, avventurieri, ribelli irlandesi, ebrei eretici, spie britanniche ed eroi popolari radicali ... sono alcuni dei protagonisti che popolano questo libro. Un libro che al contempo diverte e fa il punto sul problema delle comunità insurrezionali. PETER LAMBORN WILSON è tra i curatori della raccolta di fantascienza radicale Strani attrattori (ShaKe 1996) e ha scritto inoltre numerosi testi relativi alla storia del sufismo e dell'islamismo ereticale, all'anarchismo e le controculture americane. ShaKe è distribuita nelle librerie da POE
Direzione: Marcello Flores, Goffredo Fofi (Direttore responsabile), Albe110Rollo. Gruppo redazionale: Mario Barenghi, Alfonso Berardinelli, Paolo Bertinetti, Gianfranco Bettin, Francesco Binni, Marisa Bulgheroni, Marisa Caramella, Luca Clerici, Riccardo Duranti, Bruno Falcetto, Pinuccia Ferrari, Fabio Gambaro, Piergiorgio Giacchè, Filippo La Porta, Marcello Lorrai, Danilo Manera, Roberta Mazzanti, Paolo Mereghetti, Santina Mobiglia, Luca Mosso, Maria Nadotti, Marco Nifantani, Oreste Pivetta, Giuseppe Pontremoli, Fabio Rodrfguez Amaya, Lia Sacerdote, Alberto Saibene, Tiziano Scarpa, Marino Sinibaldi, Paola Splendore. Co/laboratori: Damiano D. Abeni, Adelina Aletti, Chiara Allegra, Enrico Alleva, Livia Apa, Guido Armellini, Giancarlo Ascari, Fabrizio Bagatti, Laura Balbo, Alessandro Baricco, Matteo Bellinelli, Stefano Benni, Andrea Berrini, Giorgio Bert, Lanfranco Binni, Luigi Bobbio, Norberto Bobbio, Marilla Boffito, Giacomo Barella, Franco Brioschi, Giovanna Calabrò, Silvia Calamandrei, Isabella Camera d'Afflitto, Gianni Canova, Rocco Carbone, Caterina Carpinato, Bruno Cartosio, Cesare Cases, Francesco M. Cataluccio, Alberto Cavaglion, Franca Cavagnoli, Roberto Cazzola, Francesco Ciafaloni, Giulia Colace, Pino Corrias, Vincenzo Consolo, Vincenzo Cottinelli, Alberto Cristofori, Peppo Delconte, Roberto Delera, Paola Della Valle, Stefano De Matteis, Carla de Petris, Piera Detassis, Vittorio Dini, Carlo Donalo, Edoardo Esposito, Saverio Esposito, Doriano Fasoli, Giorgio Ferrari, Maria Ferretti, Antonella Fiori, Ernesto Franco, Guido Franzinetti, Giancarlo Gaeta, Alberto Gallas, Roberto Gatti, Filippo Gentiloni, Gabriella Giannachi, Giovanni Giovannetti, Paolo Giovannetti, Giovanni Giudici, Bianca Guidetti Serra, Giovanni Jervis, Roberto Koch, Gad Lerner, Stefano Levi della Torre, Emilia Lodigiani, Mimmo Lombezzi, Maria Maderna, Luigi Manconi, Maria Teresa Mandalari, Bruno Mari, Emanuela Martini, Edoarda Masi, Roberto Menin, Mario Modenesi, Renata Molinari, Diego Mormorio, Antonello Negri, Grazia Neri, Luisa Orelli, Alessandra Orsi, Maria Teresa Orsi, Armando Pajalich, Pia Pera, Silvio Perrella, Cesare Pianciola, Guido Pigni, Giovanni Pillonca, Pietro Polito, Giuliano Pontara, Sandro Portelli, Dario Puccini, Fabrizia Ramondino, Michele Ranchetti, Emanuela Re, Luigi Reitani, Marco Revelli, Alessandra Riccio, Paolo Rosa, Roberto Rossi, Gian Enrico Rusconi, Nanni Salio, Domenico Scarpa, Maria Schiavo, Franco Serra, Francesco Sisci, Piero Spila, Antonella Tarpino, Fabio Terragni, Alessandro Triulzi, Gianni Turchetta, Luigi Vaccari, Federico Varese, Bruno Ventavoli, Emanuele Vinassa de Regny, Itala Vivan, Gianni Volpi. Segreteria di redazione: Serena Daniele Proge110grafico: Andrea Rauch Fotocomposizione: ShaKe - Tel. e Fax 02/58317306. Amministrazione e abbonamenti: Daniela Pignatiello - Tel. 02/66990276- Fax 02/66981251. Hanno contribuito alla preparazione di questo numero: Leonardo Dehò, Michele Neri, Maria Profili, Marco Antonio Sannella, Barbara Verduci, le agenzie fotografiche Contrasto, Effigie, FarabolaFoto e Grazia Neri. Editore: Linea d'ombra Edizioni srl - Via Melzo 9 20129 Milano - Tel. 02/29514532 Fax 02/29514522 Distrib. edicole Messaggerie Periodici SpA aderente A.D.N. - Via Famagosta 75 - Milano Tel. 02/8467545-8464950 Distrib. librerie PDE - Via Tevere 54 - 50019 Sesto Fiorentino -Tel. 055/301371 Stampa Grafiche Biessezeta Sri - Via A. Grandi 46 - 20017 Mazzo di Rho (MI) - Tel. 02/93903882 Fax 02/93901297. LINEA D'OMBRA Iscritta al tribunale di Milano in data 18.5.87 al n. 393. Dir. responsabile: Goffredo Fofi LINEDA'OMBRA anno XIV ottobre/ novembre 1996 numero 119 IL CONTESTO 5 8 12 14 16 17 18 Giorgio Morbello, Luca Roste/lo Antjie Krog Ermanno Vitale Marcello Ben/ante Guido Franzinetti Goffredo Fofi Filippo Gentiloni 20 Max Frisch 29 Max Frisch POESIA 32 Erminia Passannanti 35 Seamus Heaney 37 Seamus Heaney 38 Paul Muldoon Elena Nevzgljadova 39 Marina Palei Breyten Breytenbach Miroslav Holub INCONTRI 40 Paul Auster 79 Maria Luisa Magagno/i SPEffACOLO 44 Ethan Coen 46 Maria Nadotti 48 Mario Corona 51 Paolo Mereghelli 68 Paolo Benvenuti 70 Mario Martone Ferdinando Taviani CONFRONTI 53 Giancarlo Vellucci 54 Franca Cavagnoli 55 Virgilio Calassi 57 Mario Barenghi 61 Maria Nadolli 63 Marcello Benfante 66 Marisa Caramella STORIE 74 Anna Maria Carpi 77 Stefano Michelini 82 Òba Minako 90 Manuela Suriana Mondo Ultras Uno sporco passato La rivoluzione conservatrice Elogio della lentezza Non sparate sui giornalisti Ricordo di Tullio Vinay Ricordo di Sergio Quinzio Omaggio a Max Frisch Attenzione, la Svizzera a cura di Paola A/barella Sperare è resistere Il pifferaio della pace Da The Spiri/ Leve/ In ricordo di Josif Brodskij Anni Quaranta: un divano L'abbraccio Per J osif Brodskij Tre poesie Il rito della bocca aperta Poeta di pietra Inventare la solitudine a cura di Paolo Ma/lei Una dolce fedeltà a cura di Maria Nadotti Storie vere Uno sguardo dal basso Il silenzio del maschio assassino Lo stile del dolore "Io canto il maggio" a cura di Goffredo Fofi Omaggio ad Antonio Neiwiller Uomini necessari Un teatro clandestino L'esercito del faraone Volo di ritorno Germania per nome e cognome L'Arcadia dell'horror Basquiat, un'occasione sprecata Ciechi siamo noi La crociata dei bambini Ada Tesi di laurea Dal Giappone La strada Oda Makoto, una voce dal Giappone pacifista La copertina di questo numero è di Massimo Jahier Abbonamento annuale: ITALIA L. 100.000, ESTERO L. 120.000 a mezzo assegno bancario o c/c postale n. 54140207 intestato a Linea d'ombra o tramite carta di credito SI (si veda il tagliando a pagina 2). I manoscritti non vengono restituiti. Si pubblicano poesie solo su richiesta. Dei testi di cui non siamo in grado di rintracciare gli aventi dirillo, ci dichiariamo pronti a ollemperare agli obblighi relativi.
4 FotoRobertoKoch/Contrasto.
MONDO ULTRAS LEDUESPONDEDELL'ADRIATICO Giorgio Morbello, Luca Rastello "Ustascia", "Cetnici", sono gli insulti, inconsueti per il resto d'Europa, che riecheggiavano negli stadi jugoslavi a partire dalla seconda metà degli anni ottanta quando sul campo si affrontavano una squadra croata e una serba. Sono i nomi delle formazioni estremiste nazionaliste, rispettivamente croata e serba, che avevano orchestrato la mattanza jugoslava nella seconda guerra mondiale: a fianco dei nazisti i primi, che si distinsero nella caccia all'ebreo, al serbo e allo zingaro, in nome della monarchia e anche a fianco degli italiani i secondi, non meno feroci e non meno esperti nell'uso delle cavità naturali per la sepoltura degli avversari vivi. Il tifo estremo ha raccolto e catalizzato in Jugoslavia nel corso degli anni ottanta le inquietudini giovanili di un tessuto sociale incapace di definire la propria identità: sono gli anni successivi alla scomparsa di Tito, gli anni in cui le élite politiche delle sei repubbliche che costituiscono la federazione Jugoslava, strette dalla crisi economica e dalla tensione sociale crescente, trovano nelle irrisolte polarità nazionaliste la chiave per dare nuova legittimazione al proprio ruolo traballante. In qualche modo, dunque, la domanda di destinazione, di appartenenza, di idealità che agita le generazioni giovani allo sbando in contesti che offrono scarsissime garanzie sociali, si incanala - non solo per natura, ma per un intreccio di convenienze e opportunità politiche - in direzione della contrapposizione etnica. Soprattutto tra le due etnie maggioritarie, e storicamente conflittuali: i serbi e i croati. Ben altra cosa - è bene ricordarlo, per evitare confusioni gravi - è il caso bosniaco. È sotto le bandiere etniche che si coalizzano i clan del tifo, ed è in questa coincidenza di appartenenze che si formano alcune leadership che negli anni di guerra assumeranno ben altro ruolo. N~lla Jugoslavia del 1986, attraversata da violenze, saccheggi, distruzioni operate in concomitanza con gli incontri di calcio, si mette in luce Talijan, ]'"italiano", uno degli ultras più accesi, che ritroveremo fra poco con un altro nomignolo. È il leader indiscusso e carismatico del Delije, la nuova formazione del tifo estremo nata dalla fusione di tutti i gruppi ultras della Stella Rossa di Belgrado, è proprio Talijan, I '"italiano", uno sveglio che in Italia ha imparato un sacco di cose, dalle rapine che lo hanno portato tra le mura di San Vittore, all'organizzazione del tifo ultras sotto striscioni e parole d'ordine estremiste. Ha imparato anche l'arte del contrabbando e un sacco di altri misteri. Fra cui quello di pasticcere, che svolge ufficialmente in un locale di sua proprietà nella capitale. Sulle curve si fa presto a diventare eroi, padri, piccoli duci, e I "'italiano" è uno che sa magnetizzare i suoi "tigrotti" (li chiama così, i tifosi disposti a tutto purché sia lui a guidarli). L"'italiano" sa unire il carisma al talento commerciale: non è estraneo alla rapidissima diffusione del consumo di stupefacenti negli stadi jugoslavi, ed è certamente al centro della non meno massiccia introduzione di armi, armi di qualsiasi tipo, sugli spalti. Il movimento internazionale delle armi è la sua specialità: l'affinerà negli anni successivi, ma ha già avuto modo di metterla alla prova per conto dei servizi di sicurezza federali, l "'ital iano". I tifosi lo seguono, lo chiamano con una miriade di nomignoli, Mark, Arek, Kapetan, ma quello definitivo se lo è scelto da solo: Arkan, l'intoccabile. Un soprannome turco, per amor di antifrasi, per far paura ai musulmani (lui li chiama "turchi") del Kosovo, dove nel frattempo lui, Zeljko Raznjatovic, Arkan, ha avviato una brillante carriera politica. Siamo alle soglie della guerra, Arkan diventa rapidamente il comandante Arkan, la sua orda da stadio è pronta, calda, motivata, gonfia di un sentire comune maturato all'ombra degli slogan nazionalisti, razzisti estremisti. E il presidente serbo Milosevic che si avvia alla guerra lo sa, forte della sua amicizia con Arkan e del suo fiuto da volpe, mette a disposizione del comandante campi di addestramento in Vojvodina, armi, strutture, consulenze. I tigrotti, reclutati sugli spalti, arrostiti al fuoco lento dei cori da curva, si trasformano in una milizia d'élite, un corpo paramilitare compatto e spericolato che inaugura nella maniera più feroce e fantasiosa la stagione della "pulizia etnica", cioè il massacro dei civili. Si fanno conoscere a Vukovar, città croata della Slavonia orientale, assediata da tre mesi dal! 'esercito federale quando, nel dicembre 1991, vi si sposta !"'intoccabile", con le sue tigri. Sono stati mandati là perché l'esercito, ancora unitario, ancora pieno di ufficiali che si sentono jugoslavi, riluttanti a bombardare una città jugoslava, nicchia, perde tempo, non si getta nell 'offensiva decisiva, permettendo ai difensori croati della città di assurgere al rango di mitici eroi. Sarà Arkan con i suoi a sbloccare la situazione e quando, alle spalle dei suoi uomini, i soldati federali entreranno nella città espugnata, scopriranno una nuova dimensione, scopriranno di essere oltre una soglia da cui non si fa ritorno. I mesi successivi, gli anni successivi sono le tappe di una brillante carriera. Il "comandante" diventa una vera potenza politica e militare, sarà dotato di armi pesanti, i suoi "tigrotti" (diecimila secondo alcune fonti, trentamila secondo altre) sono una vera brigata dotata di compagnie, mortai e artiglieria. , Arkan è ormai un eroe, una leggenda. E un banchiere. E uno degli uomini più ricchi di Belgrado, il suo nome compare nei consigli di amministrazione delle banche e delle aziende che decidono la politica serba, accanto a quelli dello stesso presidente Milosevic e di Rodovan Karadzic. Le "tigri" sono la più potente mafia della zona e navigano nella notte belgradese fra carriere fulminee, arricchimenti da brivido e morti improvvise. Il capo può tornare alla sua vecchia passione, mai dimenticata: è fra i proprietari della squadra della capitale. Ora può guardare lontano, a Campobasso per esempio, dove un suo amico finanziere, presidente della locale squadra di calcio (un collega), proprietario di imprese e finanziarie in Serbia, si fa paladino delle ragioni del Sud contro il secessionismo leghista del Nordest e, insieme al discusso sindaco di Taranto Giancarlo Cito, fonda un partito che chiama Lega Sud. Arkan dona un milione di marchi (oltre un miliardo) alla Lega Sud del suo amico Giovanni Di Stefano che poco tempo fa ha dichiarato: "Non ho paura della secessione. In Bosnia ci sono 5.000 uomini armati pronti a combattere per noi. E ognuno di quelli vale almeno cinque marines". Non è altro che l'eco di quanto detto a giugno dallo stesso Arkan: "La Serbia non permetterà uno smembramento dell'Italia, al vostro Paese non deve succedere quello che è successo a noi". A chi gli chiede delle "camicie verdi" di Bossi risponde olimpico: "Diventeranno rosse. Di sangue". Uno slogan da stadio, appunto. I meccanismi con cui si generano consenso, appartenenza, nuovi ideali sono più o meno gli stessi ovunque e l'analisi di quanto è success9 al di là dell'Adriatico può dare alcune indicazioni interessanti. E
6 EDITORIALE/MORBELLOR, ASTELLO chiaro però che gli eventi in ex-Jugoslavia non possono certo essere presi a paradigma per la realtà del nostro paese, neanche per quanto riguarda il mondo del tifo organizzato. Dalla politica alla curva, dalla curva alla politica: è il percorso che tra gli anni settanta e gli anni novanta hanno compiuto slogan, simboli, striscioni, mode, bandiere, parole d'ordine del tifo organizzato in Italia. I gruppi politici "antagonisti" degli anni settanta hanno condizionato pesantemente il sorgere di organizzazioni di ultras nelle curve degli stadi d'Italia. Bandiere con il "Che", lotta dura senza paura, eskimo nelle curve di "sinistra"; "fedeltà", ascia bipenne, falangi, "boia chi molla" nel tifo di "destra". Scavalcati gli anni Ottanta, oggi il percorso sembra inverso. Sono ben 26 i consiglieri di circoscrizione eletti nei quartieri delle città del Lazio tra le fila dei partiti di destra e reclutati direttamente tra gli appartenenti ai gruppi ultras, per non dire di Alberto Lomastro di Verona arrestato insieme a un suo compagno per istigazione alla violenza razziale dopo aver esposto in curva un manichino nero con un cappio al collo accompagnato dalla scritta negro go away, e il cui nome, giusto nei giorni del nobile gesto, compariva su una scheda elettorale per la camera dei deputati, a fianco del simbolo dell'Msi-Fiamma tricolore. In un qualunque raduno prealpino della Lega Nord sciarpe, bandiere, adesivi, striscioni, slogan, oggi anche divisa e colore sociale: il verde, naturalmente. E poi la presenza di un'ostentata virilità di modi e parole "lumbard" che è tutt'uno con la gestualità volgare e coreografica di tutte le curve d'Italia: braccia aperte tese in alto "a imbuto" che scendono a congiungersi sull'organo genitale maschile. Per non dire di un linguaggio sempre più aggressivo, fazioso, pronto all'insulto ("parlare in un comizio non è come discutere in un salotto ..." è il motto di Bossi). Lo stadio pare essere rimasto uno dei pochi luoghi genuini di socialità, in cui andare a leggere gli umori e le tensioni del "popolo". Non si spiegherebbe altrimenti l'attenzione maniacale con cui ogni lunedì i quotidiani riportano i cori e gli striscioni, gli insulti e gli scherni delle curve rivali, per trame preoccupate e un po' superficiali analisi su violenza, razzismo, intolleranza. La curva, il popolo ultras in particolare, sono una realtà frammentata ed eterogenea. Si ritrovano nei gruppi del tifo organizzato studenti, operai, impiegati, disoccupati accomunati dallo stesso bisogno di identità, di appartenenza, di gruppo, con la stessa voglia di protagonismo, la necessità, almeno per una volta alla settimana, di aver ben chiari in mente amici e nemici, obiettivi, strategie, senso del giusto e dell'ingiusto. Difficile quindi tracciare l'identikit dell'ultras, come d'altra parte è difficile qualsiasi analisi generazionale che parta da una sola attività della vita dei ragazzi: non esiste !"'ultras", "il ragazzo della discoteca", "il giovane che usa l'ecstasy", "lo sportivo", se non in qualche tabella analitica. Esistono invece ragazzi che fanno tutte o alcune di queste attività e che, in questo passare dall'una all'altra, giocano il loro bisogno di relazione, identità, trasgressione. Dice Nicola Nucci della redazione del quindicinale "Supertifo", la "bibbia" degli ultras: "È dopo la morte di Vincenzo Spagnuolo (il tifoso genoano ucciso da una coltellata prima della partita Genoa-Milan del campionato scorso) che si è verificata una vera e propria rivoluzione all'interno del movimento ultras. Ciò è dovuto sia a un'azione più incisiva delle forze dell'ordine sia a un vero e proprio ricambio generazionela e del tifo organizzato. Il decreto Maroni seguente ali' assassinio del giovane genoano ha imposto nuove misure restrittive, tra le quali la diffida a presenziare a incontri calcistici, con la conseguente decimazione di alcune tra le tifoserie più agitate. Dopo quel tragico episodio, per la prima volta in forma spontanea, i rappresentanti dei gruppi ultras si sono ritrovati per discutere. E così invece di cariche, lanci di sassi, spranghe e coltelli si è provato a usare la ragione, il linguaggio, il rispetto. Un incontro storico nel mondo delle curve, più per l'importanza del gesto che per i contenuti stessi dei discorsi". Di fatto però dall'episodio di Genova si è accelerato il fenomeno di scioglimento di alcuni gruppi ultras tradizionali come le brigate gialloblù a Verona, la Fossa dei Grifoni del Genoa, gli irriducibili della Lazio. Spesso si tratta di iniziative puramente formali, in quanto le persone e la struttura costitutiva dei gruppi rimangono in piedi, pur venendo a mancare una connotazione più specifica, la sede, la presenza assidua di simboli e nome del gruppo. È stata una scelta dovuta, da un lato, alla necessità degli ultras di essere meno connotati, più nascosti (a Verona le Brigate hanno rischiato l'incriminazione per associazione a delinquere), dall'altro, alla nascita di coreografie e forme di tifo che, seppur decise e guidate da "capi", coinvolgessero l'intera curva, senza distinzione tra gruppi e semplici appassionati. "Si è anche verificato il fenomeno della nascita di gruppi piccoli - continua Nucci - per lo più formati da giovanissimi smaniosi di emergere, di farsi vedere e insofferenti rispetto ai capi storici della curva. Non conoscono la storia e i "valori" ultras, quelli dell'amicizia, della solidarietà reciproca, dell'appartenenza al gruppo, non hanno fatto l'apprendistato in curva, non riconoscono alcuna autorità. Non conoscono quel codice non scritto che tende a ricondurre lo scontro tra tifosi a una dimensione simbolica e mimetica, riducendo così rischi e danni. Sono questi i gruppi più pericolosi, meno controllati e controllabili. Non hanno "capi" riconosciuti che in qualche modo possano mediare, rappresentare, trattare, contenere". D'altra parte alcuni gruppi storici hanno ormai perso di credibilità in curva. Non è raro che alcuni leader abbiano fatto del tifo un vero e proprio business. La vendita di sciarpe, adesivi e magliette finalizzata all'autofinanziamento oggi è un po' più "privatizzata". Alcuni hanno aperto negozi di questi articoli, per non parlare di quanti ricoprono ruoli riconosciuti e pagati dalle società calcistiche (rari ma significativi casi) o della gestione di pacchetti di biglietti fomiti dalle stesse società. L'ex presidente dell 'Ac Roma, Giuseppe Ciarrapico, aveva scelto proprio tra i ragazzi della curva le sue guardie del corpo, e si serviva dei capi ultras perché fomentassero contestazioni contro questo o quel giocatore della propria squadra, magari per motivarne un'eventuale cessione o per ridimensionarne le pretese economiche. I rapporti con i presidenti sono uno dei punti critici della questione. Dialogo, uso strumentale del tifo, biglietti in cambio di tranquillità sugli spalti sono gli aspetti di un problema il cui dato più evidente è quello dell'omertà. Nella maggior parte dei casi non interessa né ai presidenti né ai capi ultras entrare tra le pieghe di rapporti, compromessi e contatti non sempre limpidi e dichiarabili. Solo ogni tanto, come segno di malessere, compiono contestazioni, scioperi del tifo, striscioni bruciati, atti intimidatori, proteste contro patti non rispettati. La curva è vissuta come "spazio liberato", dove alcuni comportamenti e linguaggi, altrove non leciti, lo sono. Anzi è proprio la trasgressione il segno di questa libertà. In questo aspetto, si possono notare alcune analogie con il fenomeno dei centri sociali autogestiti. È il proprio territorio che va difeso contro tutto e tutti. L"'altro" è nemico, tanto più se è in divisa e con il ruolo istituzionale di "guastafeste". La curva, in questo, è immagine fedele del quotidiano. Se nelle periferie urbane, nei quartieri in mano a forze mafiose, nel sud del paese, l'unico rapporto dei ragazzi con lo stato è dato dalla presenza di uomini in divisa,
espressione di repressione e controllo, è chiaro che nello "spazio liberato" l'atteggiamento di ostilità e di rivendicazione è ancora più forte. Inoltre, le forze di polizia rappresentano l'intruso, l'elemento di confusione, l'ostacolo a esprimere tutta la propria rabbia contro gli avversari-nemici. Non è un caso che gli scontri più violenti si verifichino proprio contro polizia e carabinieri. L'esasperazione del senso d'appartenenza, la contrapposazione noi/gli altri, il diverso visto come nemico hanno rappresentato un terreno fertile per lo svilupparsi sempre maggiore di atteggiamenti xenofobi, per non dire razzisti: cori contro giocatori neri o ebrei, al Nord insulti ai tifosi delle squadre del Sud. A Verona o Udine, i presidenti sono stati contestati perché in procinto di ingaggiare rispettivamente un giocatore nero e uno israeliano. Accanto a questi sono comparsi in curva simboli sempre più esplicitamente inneggianti al nazismo e al fascismo. Croci celtiche, scritte in carattere runico e, fino a qualche anno fa, un'abbondante presenza di skinheads. Ciò testimonia un orientamento ideologico degli ultras? "Il fenomeno è molto più complesso" afferma Valerio Marchi, direttore dell'Osservatorio sulle Culture giovanili dell 'Eurispes e curatore della ricerca "Ultrà" pubblicata recentemente dall 'Eurispes "i gruppi ultras derivano dal grande movimento di contestazione nato e sviluppatosi tra la fine degli anni sessanta e lungo tutti gli anni settanta. Tanto che slogan, nomi di gruppi e organizzazione interna ricalcavano quella dei cosiddetti gruppi extraparlamentari. All'inizio c'era addirittura una prevalenza di gruppi di sinistra: il Commando Ultra Curva Sud della Roma, gli Ultras del Toro, i tifosi della Fiorentina da sempre sono 'di sinistra'. È vero che ultimamente lo spostamento a destra si è fatto evidente, probabilmente sotto il traino di sentimenti 'xenofobi'. Si lega al senso di trasgressione e alla voglia di essere contro più che a un' ideologia di destra, più presunta che conosciuta davvero. Ci sono peraltro alcuni casi di gruppi estremisti che, nati fuori dagli stadi, hanno portato in curva la loro protesta violenta". Un caso esemplare in questo senso è quello di "Opposta Fazione" che ha costituito un elemento catalizzatore per la presenza della destra in una Curva come la sud dell'Olimpico storicamente "rossa". Alcuni degli appartenenti a questo gruppo si sono segnalati per rapine, spaccio, fuori dai contesti calcistici e il loro motto è "più calci meno calcio". Non è raro vedere tra loro ex esponenti dei Nar. D'altra parte sembra che Franco Freda fosse un frequentatore assiduo della curva degli ultras del Verona ... Non sono però mancati i tentativi più o meno riusciti di coinvolgimento e di strumentalizzazione. Un solo esempio oltre ai già citati ultras candiçlati ed eletti nei partiti di destra: nel 1990 "Il secolo d'Italia" allora organo ufficiale dell'Msi, oggi di An, e il suo direttore Maurizio Gasparri organizzarono un convegno dal titolo esplicito "La curva come patria". Non è facile però canalizzare e in qualche modo convogliare il consenso di gruppi che fanno dell'antagonismo, dell'estraneità a leggi e regole il proprio credo. Emblema di tanto disordine ideologico una bandiera che sventola in curva tra i supporters dell'Avellino: il volto fiero del Che Guevara in campo rosso accompagnato da una frase di cui lui non è certo autore: "Boia chi molla". Valerio Marchi: "Hashish e marijuana girano abbastanza tranquillamente in curva. Osteggiate e deprecate a parole da un'ideologia di "destra" con il mito della lucidità e della prontezza e perché simbolo di una contestazione di sinistra, il loro uso è di fatto tollerato anche nelle curve più nere. Bisogna anche dire che il consumo ormai molto diffuso tra le classi giovanili ha fatto sì che la carica trasgressiva un tempo molto forte nel fumare spinelli, oggi sia molto meno sentita". Non si può però dire EDITORIALE/MORBELLO, RASTELLO 7 che esista un uso specifico delle sostanze stupefacenti in curva, ma si può piuttosto dire che si ricalcano modalità e fenomeni comuni a tutta l'area giovanile. È questo il caso delle droghe sintetiche: non è raro che i ragazzi che sono la domenica allo stadio siano reduci da una notte trascorsa in discoteca o a un rave party magari assumendo pastiglie, un'assunzione che può continuare anche in curva, per non sentire la stanchezza o la paura. Non mancano però alcuni episodi, certo isolati, ma pure indicativi di una realtà contraddittoria. A Torino, nell'estate del 1994, l'operazione di polizia denominata "Discipulus" ha portato alla luce una rete di spaccio di ecstasy, lsd, cocaina e hashish, essenzialmente rivolta agli studenti. Sette dei nove arrestati o indagati appartenevano al gruppo ultras juventino dei "Drughi". Pare che avessero il compito di effettuare i viaggi ad Amsterdam per acquistare grosse partite di stupefacenti e non è escluso che alcuni di questi viaggi siano stati in occasione di trasferte a seguito delle partite di coppa della squadra. Ultras violenti, razzisti, fascisti, intolleranti, incapaci di comunicare, consumatori di droghe più o meno pesanti. Semplificazioni e generalizzazioni che non danno ragione di tutto un movimento che, nel bene o nel male, coinvolge migliaia di ragazzi in tutto il mondo. Giovani che vivono una forma di socialità esasperata, a volte distorta, su cui sono pronti a gettarsi i manipolatori del consenso, politico e commerciale (non sempre si tratta di soggetti diversi ...), ma che in ogni caso cercano di difendere con le unghie il proprio essere contro, fuori, liberi. Un mondo a cui avvicinarsi con cautela, da studiare, da rispettare, certo anche da controllare e contenere, in ogni caso ricco di suoi "valori" che possono parere contraddittori e talvolta sembrare beffardi, ma che pure rappresentano un riferimento forte. Come quando i "duri" della curva, sciarpa annodata sul polso, anfibi ai piedi si presentano alla direzione dell'Ospedale Bambin Gesù di Roma per consegnare i milioni di una colletta fatta per rinnovare alcune apparecchiature sanitarie. école NOVEMBRE L'ereditàdi Freinet • IDENTITÀ, RAPPRESENTANZA, MOVIMENTO• FINANZIARIA SCUOLA • VALUTAZIONE • RENDITA BUROCRATICA • AUTONOMIA IERI E OGGI • PERLA SCUOLA DELLAREPUBBLICA • UNIVERSITÀ: CONCORSI • CITTÀ EDUCATIVE• IL BAMBINO IN FUGA • EDUCAZIONE SOCIO AFFETTIVA • EDUCAZIONE INTERCULTURALE• L'AMBIENTE CHE ABITIAMO• IL CINEMA È MORTO, VIVA IL FILM ÉCOLEMENSILEDI IDEEPERL'EDUCAZIONE• ABBONAMENTO ANNUALE(9 NUMERI):L. 45.000 • CCP.26441105 INTESTATOA SCHOLÉFUTUROVIAASSAROTTI,15TORINO•TEUFAX011.545567 • INTERNET:HTTP://EEE.ST.ALPCOM.IT/ECOLE • DISTRIBUZIONELLE LIBRERIE:PDE• MINIABBONAMENTO[2 NUMERI]OMAGGIO
8 DALSUDAFRICA/KROG UNO SPORCOPASSATO LA"RICONCILIAZIONE"ILDOLORE AntijeKrog Traduzione di Giovanni Pillonca Quello che segue è il resoconto - redatto da Antije Krog, poetessa e giornalista della radio sudafricana - delle prime quattro settimane di deposizioni delle vittime dell'apartheid davanti alla Commissione per la Verità. Istituita dal governo di Nelson Mandela per indagare sullo "sporco passato" dell'apartheid, la Commissione è presieduta dall 'arcivescovo Desmond Tutu. Essa ha la facoltà di concedere indennizzi alle vittime della violenza e l'amnistia a chi dichiari di essersi macchiato di reati politici e confessi tutto ciò di cui è a conoscenza. L'obiettivo non è infatti il castigo, ma la riconciliazione. Si avverte che la versione italiana si basa sulla traduzione neerlandese dell'originale afrikaans pubblicata sul Nrc Handelsblad di Rotterdam il I giugno 1996. Voce dopo voce, racconto dopo racconto. È come guidare in un giorno di pioggia dietro un grande autocarro. L'acqua che scroscia contro il parabrezza. Superare non è possibile, perché non vedi nulla. Rallentare o fermarti ancor meno, perché finiresti per non giungere a destinazione. Sempre quei particolari, il dolore, lo sconcerto. "Avevo appena vent'anni ..." Nomonde Calata ricade all'indietro sulla sedia. Le sue parole si frantumano in un grido tormentoso che lacera la quiete solenne dell'auditorio comunale di Oost Londen in Sudafrica. La matita è ferma sul foglio. Come ridurre in parole quel grido? Come articolare in una lingua il suono di così incontrollato dolore per una gioventù distrutta, un coniuge assassinato e bruciato, un matrimonio devastato, una famiglia cancellata. Per me è stato il grido di Nomonde Calata a costituire la filigrana, il terrificante refrain con cui si sono inaugurati i due anni di lavoro della Commissione per la Verità. Il seguito non è fatto di statistiche sul numero dei morti, ma d'una tela infinita di dolore intessuta intorno ai morti. Risuonare di voci di donna che si susseguono, calme e solenni alcune, agitate altre, altre ancora in un monotono staccato, impregnate di pena. Voci in cui la crudeltà dell'apartheid si intreccia con le faccende domestiche intime d'ogni giorno. La violenza è associata nei ricordi all'amore e alle cure familiari: preparavo la minestra di fagioli, stavo stendendo il bucato, sedevo alla macchina da cucire ... quando uomini armati e mascherati hanno fatto irruzione in casa. (Perché i maschi non associano mai i loro ricordi alle faccende quotidiane? Mai che uno dei testimoni abbia detto: stavo battendo un chiodo, stavo riparando la macchina ...) Perché non riesco a mettere nero su bianco? Sapevamo che sarebbe stato difficile ascoltare i racconti, alcuni dei quali peraltro già noti. Perché allora questo disordine? Perché quel brivido nel rientrare dopo quattro settimane in quella sala col suo concentrato di dolore? La lingua! Era la lingua a tenermi prigioniera. Non mi sarei mai aspettata che potesse essere così efficace, con espressioni di una tale forza e cadenza che ti penetrano sino al midollo. E questa carattenst1ca veniva rafforzata dalla traduzione. Certo, noi in Sudafrica siamo orgogliosi delle nostre undici lingue ufficiali, ma, in fatto di traduzione, siamo ai primi passi. Tutti ricorrono a un inglese laborioso e di second'ordine. Un'equipe di traduttori dell'Università del Vrijstaat,' costituita con l'aiuto del governo belga, ha ottenuto il contratto da parte della Commissione. Per la primissima volta nella storia del paese, le vittime della violenza si sono potute esprimere assolutamente a loro agio - ciascuna nella propria madrelingua. Persone analfabete hanno potuto comunicare la loro storia integralmente e con quella loro propria saggezza purificata dal dolore. Di colpo, nessuno parlava più come un cittadino di second'ordine. E gli orrori, la pena, l'ingiustizia, il dolore del passato sudafricano si sono dispiegati come mai in precedenza: non freddi fatti e procedure giudiziarie ma descrizioni lucide della sofferenza personale fin nei particolari più dolorosi. Nelle settimane delle audizioni è stato risuscitato dalle ceneri e dalla distruzione un panorama vasto e desolato. Gli abitanti di una township che vedono nella calura tremolante comparire all'orizzonte i blindati dell'esercito. Alla testa del convoglio è Barries Bamard su una Mazda rossa. Costui, soprannominato anche il Rambo del West Kaap, 2 portava una bandana rossa in testa mentre trucidava la gente. Una delle sue vittime, da lui colpita agli occhi, racconta alla Commissione che questa è stata I'ultima cosa vista: Bamard davanti alla macchina rossa che gli punta alla testa la rivoltella. Quest'uomo, un disoccupato, poverissimo, ringraziava i membri della Commissione d'averlo voluto ascoltare; finalmente aveva potuto comunicare la sua storia. Con il bastone bianco in mano, diceva: "È come se oggi mi fosse stata ridata la vista." Stavo seduta, distrutta. Senza parole, perduta, mentre sulle labbra dei testimoni scorrevano cognomi "afrikaner" come Barnard, Niewoudt, Van Zyl, Van Wyk. E sempre quella domanda delle vittime: che razza di uomo è quello che conservava in un flacone sul davanzale della finestra la mano di mio marito? Che razza di odio è quello che trasforma gli uomini in bestie? È gente comune quella che compare davanti alla Commissione. gente in cui ti imbatti ogni giorno per strada, sull'autobus, in treno, segnata da una vita di duro lavoro e di miseria. Sui loro volti puoi leggere lo sconcerto causato dal disprezzo della polizia segreta e dall'iniquità del sistema giudiziario. "Siamo stati trattati come spazzatura, peggio dei cani. Persino alle formiche è stato prestato un trattamento migliore". E tutti vogliono sapere: chi? perché? Dal lamento non proveniva soltanto un'aspirazione alla verità, o il desiderio di rimettere ordine nella vita di qualcuno. Come è possibile che una persona per cui io ho provato amore non abbia potuto risvegliare in te un granello di umanità? E poi la domanda successiva: Come hanno potuto, degli uomini, diventare così disumani? La parola "apartheidssystem" suona all'improvviso come un eufemismo. (Potrà questo mai commuovere ancora i sudafricani se qualcuno priverà qualcun altro della vita per un televisore da venti randt? E ancora: sarà mai possibile attribuire una seconda volta a un gruppo specifico crudeltà, disumanità, vendicatività?) "I bianchi", mi dice il mio collega Mondli, mentre beviamo qualcosa di forte alla fine delle prime quattro settimane, "non hanno alcun ubuntu .... Si attengono alle leggi, ma non hanno alcuna umanità. Prendi quel Weber, quello che ha perduto il braccio in un attentato dell' Apla, l'Esercito di Liberazione Popolare dell'Africa. Come mai è venuto ogni giorno da solo? Tutte le vittime, fra i neri, erano accompagnate dai famigliari e da persone
FotoGideonMendel/Network/G Neri. del proprio ambiente. Perché Weber no? Non ha forse qualcuno? O forse questo, semplicemente, non interessa i suoi cari?" Una madre apprende per caso della morte di suo figlio. Aveva mandato un altro dei suoi ragazzi per una commissione. Qualcuno lo ferma e gli dice: "Hanno appena ucciso tuo fratello". L'anormalità della convivenza in Sudafrica ha commosso Mary Burton. "In una società normale può accadere che tuo figlio non torni a casa in orario e tu pensi: sta con gli amichetti. Ma durante l'apartheid, tuo figlio lo andavi a cercare, prima al commissariato, poi all'ospedale, quindi alla prigione e infine all'obitorio." Si chiama Maria. Ha appena diciott'anni quando sale su un taxi con due mine sotto la giacca. In prigione dà alla luce un bambino. Maria è venuta per testimoniare davanti alla Commissione, ma la sua storia non fa parte delle testimonianze ufficiali. Maria è qui ufficialmente per parlare del fratello. È per caso quindi che ascoltiamo la sua storia. Gran parte delle sedute sono dedicate al gruppo di vittime che comprende gli attivisti politici e i quadri militari del1' Umkhonto weSizwe,3 soltanto maschi. In apparenza, sono presenti molte donne, ma accanto al loro nome, tra parentesi, si dice che vengono a parlare del marito, del figlio, del fratello. Nelle prime due settimane non c'è stata nemmeno una donna che abbia parlato delle proprie esperienze. DALSUDAFRICA/KROG 9 È risaputo che le attiviste sono state torturate e che sono state colpite nella loro femminilità. Sono state costrette a mettere i seni in cassetti che venivano chiusi all'improvviso; sono stati loro applicati elettrodi al petto e agli organi genitali; qualcuna ha partorito in prigione mentre i carcerieri stavano a guardare. Ci sono state minacce di stupri e stupri effettivi. Ma finora la Commissione non ha avuto modo di ·ascoltare alcuna storia al riguardo. Perché? O la Commissione non considera il trattamento tipico riservato alle donne come una violazione dei diritti umani oppure le attiviste si tengono deliberatamente alla larga dalla Commissione. La Commissione sostiene di poter rispondere soltanto delle testimonianze raccolte. Ma allora: perché si tengono a distanza? Qualcuna dice:" Quando mi sono impegnata attivamente nella lotta, l'ho fatto liberamente. Sapevo quel che mi aspettava e potevo prevedere le conseguenze della mia scelta. Mi sembra ora insensato precipitarmi a rotta di collo davanti alla Commissione." Se si leggono i moduli che le vittime devono compilare, si nota subito che non vi si tiene conto di quante donne siano decedute in carcere. Alcune affermano che racconteranno la loro storia soltanto a porte chiuse, per evitare di essere marchiate. Salta inoltre agli occhi come pochissimi maschi testimonino sulla morte di mogli, figlie, sorelle. Questo significa forse che le donne non hanno pagato il prezzo più alto? O che gli uomini trascurano il numero delle donne morte ed è per questo che non ne parlano alla Commissione? Ciò che poco alla volta risulta chiaro è che il sistema di discriminazione ha funzionato proprio come una rete a maglie strettissime. Si è ramificato in tutte le articolazioni della società. Un sistema ben oliato, quello che gli architetti dell'apartheid hanno provveduto a creare. Si cominciò con la Confraternita - una associazione segreta di bianchi istituita per dare più potere al baluardo afrikaner. La Confraternita nominava i leader che a loro volta nominavano ministri, giudici, generali eccetera. In particolare i servizi di sicurezza, la polizia, la polizia segreta, l'esercito, tribunali. Sì, tutto il sistema giudiziario vi era coinvolto. Il parlamento approvò leggi che rendevano possibile trattenere i cittadini senza interrogatorio e senza accesso alla difesa per un periodo indeterminato fino a che lo Stato non fosse soddisfatto delle informazioni ottenute. Giudici, magistrati, avvocati hanno consentito che testimonianze estorte attraverso la tortura potessero essere usate in un'aula di giustizia. I politici erano impegnati a creare un dispositivo per la sicurezza dello stato la cui testa mostruosa ha cambiato forma nel corso dei decenni. In un primo tempo, gli attivisti venivano torturati grossolanamente, secondo metodi consueti di tortura. Gradualmente, tali metodi hanno preso un aspetto sudamericano. Una donna ha dichiarato d'essere stata chiamata a identificare il cadavere del marito e di avere osservato che la lingua gli arrivava al torace. Era morto a causa di quel metodo di tortura che i servizi di sicurezza chiamavano tubing. Si metteva una camera d'aria sulla testa della vittima per soffocarla. Dalla lunghezza della lingua si poteva calcolare la durata dell'agonia. Negli anni ottanta la strategia mutò: ogni qualvolta fosse possibile, gli oppositori non venivano più assassinati in carcere. Unità speciali addestrate allo scopo, in cui prestavano servizio anche dei neri, vennero impiegate in settori problematici. I leader che sostenevano l' Anc venivano intimiditi, quindi incarcerati e torturati in luoghi fuori mano, e infine uccisi. Come liberarsi dei corpi: questo era il vero problema. Inizialmente i cadaveri venivano messi dentro automobili che venivano poi
1O DAL SUDAFRICA/KROG date alle fiamme. In seguito, vennero bruciati su cataste di legna sotto lo sguardo dei militari che bevevano birra e scherzavano sull '"odore del barbecue". Alla fine degli anni ottanta, i cadaveri venivano fatti saltare in aria con la dinamite. Le parti del corpo ancora riconoscibili venivano fatte saltare in aria una seconda volta. Le udienze sono cominciate nell 'Oost Kaap• e si concluderanno nel Kwazulu Nata!. Si è cominciato dall'Oost Kaap perché è la regione in cui da più secoli esistono contatti tra l'Africa e l'Europa. Qui si formò il primo confine tra bianchi e neri, tra l'espansione ulteriore verso l'interno e quella verso il mare, verso l'Europa. È anche la regione in cui è stato possibile un rapporto totalmente nuovo tra bianchi e neri, diverso da quello tra schiavo e padrone. L'Oost Kaap è il luogo in cui è cominciata la lotta morale contro il colonialismo, la discriminazione razziale, la lotta per la libertà. Mentre si viaggia in macchina sulla strada tortuosa che porta a Oost Londen, i contrasti intellettuali sono rispecchiati dalla natura dell'Oost Kaap: l'indomito, selvaggio Oceano Indiano contro i massi di granito. Verdi pianure dolci di contro alla savana ricoperta di dorinqbome: leggerissime felci contro aloe marezzati. Cascate nebbiose di contro a sterili forre: testimoni di siccità, polvere, disperazione. I Xhosa che vivono qui formavano in origine tre gruppi: i Pondo, da cui proviene Winnie Mandela, i Thembu tra cui è principe Nelson Mandela, e i Xhosa di cui è originario il martire Steve Biko. Una tradizione di resistenza, sostenuta da buone scuole missionarie e centri di studio ha fatto sì che questa regione venisse tenuta particolarmente sotto controllo da parte dell'esercito e della polizia. Un terzo di tutti gli arresti avvenuti dopo la promulgazione dello stato d'emergenza venne eseguito nell'Oost Kaap. Non c'è da meravigliarsi se si dice che chi controlla l'Oost Kaap governa il paese. Il 40 percento dei ministri del- !' Anc nel l'attuale governo è Xhosa. Dopo che la Commissione ha ascoltato le testimonianze nel West Kaap a Gauteng, è stato deciso che il quarto turno avesse luogo nel Kwazulu-Natal. Vi infuria tuttora una guerra. Le tensioni tra i seguaci del!' Anc e i membri del Partito della Libertà Inkhata sono palpabili. Due giorni prima aveva avuto luogo un attentato dinamitardo contro la famiglia reale degli Zulu, colpevoli di intrattenere rapporti con l' Anc. Una delle vittime, Gary Govandasamy, ha approfittato della sua comparsa davanti alla Commissione per sostenere la causa della pace. "Quando mio fratello e mia cognata sono morti in un attentato dell 'Anc contro un obiettivo civile, ho chiesto al Partito Nazionale e ali' Anc di sedersi intorno a un tavolo. Ora, undici anni dopo, chiedo di nuovo che I' Ance Buthelezi riprendano il dialogo, poiché ancora oggi muoiono delle persone innocenti." Ciò che sorprende alle udienze è l'assenza degli uomini politici. È perché vogliono rispettare l'indipendenza della Commissione oppure perché non vogliono sentire quale prezzo la gente ha pagato a causa dell'apartheid e per il nuovo Sudafrica? Vengono menzionati spesso, i politici: sono stato torturato perché mi sono rifiutato di rivelare dove si trovavano Steve Tshwete e Ace Magashule (Tshwete è ora ministro dello Sport e Ace Magashule è ministro dell'Economia nel Vrijstaat). La maggior parte delle persone che viene a testimoniare è disoccupata: abitano illegalmente in baracche di lamiera come plakkers (piattole). Perché in Sudafrica soltanto una Commissione per la Verità? Il messaggio è chiaro: con le elezioni del 1994 e con la Costituzione promulgata recentemente, il Sudafrica ha trovato un modo per uscire dal conflitto del passato. La domanda che ci poniamo spesso qui è la seguente: se la Commissione ha trovato un modo siffatto, per quale ragione gli italiani vanno a riacciuffare un ottantenne in Sud America e lo fanno comparire davanti a un tribunale? Anch'egli sostiene quello che la bassa forza dice qui in Sudafrica: non abbiamo fatto altro che eseguire gli ordini. Perché esiste un tribunale per la Bosnia? Che cosa significa? Che chi ha violato i diritti umani in Europa viene punito mentre ci si aspetta che i neri in Sudafrica manifestino compassione nei confronti dei loro aguzzini? Anche questo non è strano: il Sudafrica marcia sempre fuori tempo rispetto al primo mondo. Quando l'Europa faceva la guerra contro il nazismo, noi innalzavamo il nazismo al rango di legge. Mentre dappertutto scoppiavano conflitti etnici, noi andavamo pacificamente a votare. E ora che i famigliari delle vittime, indignati e con i pugni chiusi gridano vendetta, l'arcivescovo Tutu chiede agli aguzzini soltanto di mostrare pentimento. "La clemenza e l'umanità dei neri sono così grandi", egli dice, "da non poter essere dimidiate da nessun regime, per quanto criminale esso sia." Ora che tutti possono raccontare la propria storia si è sollevato il coperchio del Vaso di Pandora. Il fantasma è uscito dall'orcio - per la prima volta risuonano senza remore nelle orecchie dei sudafricani le verità individuali. A sentirle, raramente i neri restano stupefatti. Conoscono la verità da anni. Sono i bianchi che reagiscono sconcertati - non immaginavano che fosse così grave. Dove sta la verità? E qual è il rapporto tra riconciliazione ed equità? Lo chiedo al mio collega Mondli. "Per me la verità consiste nel fatto che ora tutto è reso pubblico. Quella verità che provocava le nostre paure, condizionando le nostre azioni e i nostri sogni, ora viene alla luce. E d'ora in avanti quello che hai di fronte non è più soltanto un nero che sorride, tu puoi vedere ora anche quello che si porta dentro. Io lo conoscevo già, ora lo sai anche tu." "E come vedi la riconciliazione?", gli chiedo. "Di riconciliazione si può parlare soltanto quando ai neri sarà restituita la propria dignità, e ai bianchi la loro umanità. Riconciliazione e amnistia non mi sembrano importanti. Che la gente possa raccontare le proprie storie, questo mi sembra importante." "Per me si tratta di un nuovo inizio", mi vien fatto di dire. "È come passare ai raggi X: ali 'improvviso non si tratta più di colore della pelle, di cultura, di lingua ma di persone con il loro straordinario dolore; è come se si ponesse fine a tutti gli stereotipi. Ciò che ci unisce non è più un legame di gruppo ma la nostra umanità". Taccio. Ubriaca o confusa ... "Suvvia, beviamo alla fine di tre secoli di morale lacerata", dice Mondli alzando il bicchiere. "Sta accadendo qualcosa di nuovo e noi ne siamo parte ..." "E forse resta posto anche per la giustizia, se riusciremo a esprimere una morale che sia basata sulla nostra umanità." Mondli ride e dice in inglese: "Gesù, stiamo cominciando tutti a parlare come l'arcivescovo Tutu." Copyright "Nrc Handelsblad", 1996 Note I) Stato libero d'Orange, una delle regioni dell'Unione Sudafricana. 2) Parte occidentale della Regione del Capo. 3) Lancia della Nazione, braccio armato dell' Anc, N.d.T. 4) Parte orientale della Regione del Capo.
RkJQdWJsaXNoZXIy MTExMDY2NQ==