Linea d'ombra - anno XIV - n. 118 - settembre 1996

6 EXJUGOSLAVIA/LOMBEZZI ben più modernamente di chi "fa opinione"), Berlinguer dovrebbe impegnarsi a riformulare i parametri sulla cui base valutare i risultati e i successi e i valori ai quali informarla. Non pare ancora giunto il momento, alle soglie del Duemila, di poter riconoscere - e augurarsi - che a scuola ci si possa andare volentieri, che si possa apprendere con piacere e magari anche con divertimento, che gli edifici possano non essere tetri e scomodi, che la cura del corpo merita attenzione specie in giovane età? È ancora così difficile capire che la difesa della cultura del passato e la conoscenza del presente fanno tutt'uno e che potrà aiutare la stessa comprensione del classicismo più l'uso del computer, delle lingue straniere, del mondo delle immagini che non il vocio noioso e presuntuoso di insegnanti unidimensionali? Non occorre difendere una scuola già vecchia e in crisi trent'anni fa per far capire di provare nostalgia della propria giovinezza. E i giovani di tutto hanno bisogno tranne che della nostalgia degli adulti. Jeliko Razniatovic LA LEGAEALTRICRIMINI DI GUERRA Incontro con Mimmo Lombezzi Ricercato dall 'lnterpol come killer dei servizi segreti Jugoslavi e indicato come responsabile delle stragi di Vukovar, di Bjelina e di Mrkonic Grad e come stratega della pulizia etnica in Croazia e in Bosnia, Jeliko Raznjatovic detto Arkan comandante delle "Tigri" cetniche ha offerto un milione di marchi alla "Lega sud", fondata a Campobasso da Giovanni Di Stefano (finanziere italoamericano amico di Milosevic) che in Serbia ha investito migliaia di miliardi di provenienza "italoamericana". Ed è Di Stefano che pochi mesi fa ha pagato le spese dello spettacolare matrimonio di Arkan con Ceca, la più famosa star del turbo-folk, il ritmo che ha scandito la febbre nazionalista di Belgrado. Le bandiere del "Partito dell'unità serba", gonfie di pioggia, oscillano pesanti sulle colonne di marmo bianco che incorniciano la roccaforte di Jeliko Raznjatovic, nel cuore di Belgrado. Lo stile neoclassico fa pensare al ritornello dei suoi uomini quando assediavano Vukovar: "La ricostruiremo più antica e più bella, in puro stile serbo-bizantino". Fresco di barba, in doppiopetto, il più spietato eroe della guerriglia serba si presenta puntuale ali' appuntamento, scendendo da una delle Pajero nere della scorta, apparsa dal nulla davanti al portone. Ci accoglie un ingresso luccicante di mogano, specchi, telecamere e segretarie in minigonna che sorridono, ma parlano solo in serbo: "Kafa ili sok?" "Caffè o succo di jì-utta?" Dalle pareti, gli sguardi arcigni di re e generali serbi della Grande guerra scendono come fruste sulle nuche larghe e rapate dei gorilla che presidiano il portone, gingillandosi con i walkie-talkie o spiegazzando giornali sportivi. Vietato filmare l'ingresso, vietato filmare anche il palazzo. Un videobeam proietta quello che sembra un documentario turistico; un quadro naif, che ricorda i dipinti sbigottiti di Rousseau sulla guerra, mostra una città infiamme. In mezzo alle rovine, disseminate di cadaveri mutilati, dei bambini razzolano protetti da un branco di Tigri, i guerrieri del comandante Arkan. Ancora oggi il nome degli "Arkanovci" fa tremare tutte le contrade della Bosnia, e molti riservisti serbi hanno raccontato che erano proprio loro a spingerli, spesso a costringerli, a commettere gli stupri e le violenze più infami. Il comandante appare un po' stanco, ma rilassato. La notte scorsa, ha smobilitato gli ultimi ottocento miliziani e i brindisi che hanno accompagnato la cerimonia, a base di slivovica e di inni cetnici probabilmente sono durati sino a tardi. "Patti chiari" dice subito, sedendosi a un tavolo coperto di cellulari e circondato dagli schermi del circuito chiuso che controlla l' ingresso "parlerò solo della Lega e della secessione in Italia. Non parlerò della guerra, perché queste interviste, come quelle che ha fatto la Bbc, potrebbero essere usate contro di me e contro i serbi al tribunale dell' Aja. E poi in autunno ci sono le elezioni e io sono candidato". Arkan parla un italiano discreto, che, dicono, abbia imparato in un posto dove c'è sicuramente molto tempo per dedicarsi alle lingue: San Vittore. Oggi è un uomo ricco, con un giro cl' affari che va dalle speculazioni edilizie alle pompe di benzina (a Vukovar), e come tutti i tycoon tiene molto alla sua immagine. Una troupe svedese, che ha osato fargli una domanda troppo indiscreta sul suo passato, è stata messa alla porta senza complimenti e soprattutto senza videocassetta. Comandante, i giornali scrivono che adesso contro le "camicie verdi" di Bossi ci saranno anche le Tigri di Arkan. Lei è pronto ad appoggiare la Lega sud, solo con i soldi o anche, se ci fossero problemi, con le armi? Speriamo di non doverli aiutare con le armi: meglio aiutarli con i soldi. L'importante è che l'Italia resti unita. Lei prevede una secessione? Penso che sia possibile. Per questo ho dato un milione di marchi a Giovanni Di Stefano per aiutare la Lega sud, un partito che combatte contro ogni separazione in Italia, per un'Italia unita. Un'Italia divisa sarebbe un problema per la Serbia? Non solamente per la Serbia, ma per tutta Europa. Non dobbiamo certo pensare che la guerra o l'anarchia siano positive per l'Italia. La 'miglior cosa è che l'Italia resti unita. Se l'Italia si divide, si espanderà probabilmente l'area di influenza tedesca. Hitler sarebbe contento dei tedeschi, oggi. Grazie all'economia hanno avuto una parte della Jugoslavia, la Croazia, hanno influenza su tutta l'Europa, anche sulla Russia e praticamente hanno vinto la terza guerra mondiale. Che messaggio manda alle "camicie verdi" di Bossi? Un messaggio chiaro: se continuano a voler dividere il nord d'Italia dal resto del paese diventeranno rosse. Rosse di sangue? Sì, di sangue. L'intervista finisce. Il cameramen riprende alcuni dettagli e intanto continuiamo a chiacchierare.

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