Linea d'ombra - anno XIV - n. 118 - settembre 1996

VEDEREL, EGGEREA,SCOLTARE 75 Giocarsi la vita non vuol dire soltanto stare in prima linea durante le guerre, camminare per le strade sapendo di potersi buscare una pallottola, o venire uccise se non si porta il velo; anche se certo non mi sognerei mai di pensare che rischiare la morte fisica non faccia alcuna differenza. Tuttavia, nei paesi senza guerre né pericolose rappresaglie da parte di patriarchi inferociti, giocarsi la vita può anche voler dire - ed è una cosa meno semplice di quanto possa sembrare - concepire l'esistenza nel mondo come una continua e costante messa alla prova di sé, non per la mera sopravvivenza, ma per qualcosa che oltrepassa l'idea che vivere sia soprattutto sopravvivere. E quand'è che questo avviene? Forse quando si ha la sensazione di pensare più velocemente degli altri e delle altre, di intuire qualcosa in anticipo, di disperarsi perché non si riesce a comunicarla o non viene capita. Credo che si rischia quando si vive scomodi, ai margini, ali' ombra, né del tutto isolate né completamente invisibili, quando si capisce di avere imboccato una via che, forse a prima vista intransitabile, è pur sempre la propria, l'unica che si desidera e si cerca di percorrere fino in fondo; quando per creare pochi e raccolti luoghi di microresistenza si dilatano le proprie capacità di ascolto e non si danno più a nessuno istruzioni per vivere e per agire, ma si cerca di affinare lo sguardo e l'udito verso l'esterno. Il lavoro intellettuale in Occidente, in Italia, non sembra oggi una impresa tanto rischiosa; e tuttavia lo è stato e per alcuni/e (molto pochi e poche in verità) continua a esserlo. Personalmente non posso evitare di essere affezionata all'idea che scrivere, pensare e insegnare possano e debbano essere operazioni rischiose, e credo che occorrerebbe contribuire a illustrare con esempi tratti dall'esperienza passata e presente qualche aspetto di questo vivere rischiosamente, nel quale alcune di noi nei decenni passati hanno riconosciuto i propri modelli ideali, e oggi cercano di non considerarli soltanto alla stregua di relitti nostalgici. Oltreché come teatro di iniziative politiche, di plateali dimostrazioni di massa e di rivendicazioni, la storia del femminismo può infatti essere anche letta come la storia di alcune donne molto audaci e intelligenti, protagoniste riconosciute di movimenti artistici e di rivoluzioni letterarie e scientifiche, le quali hanno cercato di mettere in discussione non soltanto la realtà delle disuguaglianze tra i sessi, ma ancor più i modi e i luoghi specifici entro i quali ciascuna di esse si trovava a lavorare. Queste donne hanno cercato di non separare convinzioni politiche e critica sociale dalla maniera con cui era possibile esprimere la propria creatività; sono state molto coraggiose ma spesso anche molto isolate. Così è avvenuto a Carla Lonzi, una delle grandi intellettuali femministe degli anni settanta (il cui ritratto e il cui nome avrebbero tanto meritato un posto d'onore in questo Salone), la quale abbandona una promettente carriera di critica d'arte riconosciuta dai maggiori artisti italiani attivi negli anni sessanta, oltreché un mondo dove sentiva di non riuscire a raggiungere l'autenticita. In seguito scriverà nel diario: "È terribile essere in avanti sul proprio tempo. È davvero terribile perché nessuno lo sa: non c'è scampo, non c'è via d'uscita." (3 dicembre 1975).2 È sempre lei, nel dialogo con il suo compagno - lo scultore Pietro Consagra - prima della definitiva separazione nel 1980 e poco prima di morire, a osservare a proposito del rapporto con il cosiddetto mondo della cultura: " ... una parte si butta nella cultura, e una parte di donne che poi ho riscontrato anche molto valide, non ha voluto affrontare i rischi di quell'impatto. Certo non è una soluzione, però, significa qualcosa ... Affrontare quel mondo e rischiare di perdere se stesse è tutt'uno. Quando vedo donne che sono nella cultura da tanti anni e hanno preso proprio dei modi di adorazione permanente, che non riescono più a apprezzare niente fuori dai miti che vi circolano, capisco il pericolo che si corre a entrare lì dentro." 3 Note 1) L'incontro, intitolato Le donne intellettuali tra istituzioni e trasgressione, era organizzato dal Cirdse, Centro interdipartimentale di ricerche e studi delle donne dell'università di Torino. 2) Carla Lonzi, Taci, anzi parla. Diario di una femminista, Scritti di rivolta femminile, Roma 1978, pp. 1176. 3) Carla Lonzi, Vaipure. Dialogo con Pietro Consagra, Scritti di rivolta femminile, Roma 1980, p. 65. N.B. L'articolo di Paola Di Cori Nomadismi intellettuali, politici, sessuali, pubblicato nel numero di giugno, è uscito mancante di alcuni brani e con alcuni gravi refusi. La versione pubblicata non corrisponde pertanto a quella scritta dal- !' autrice. Ce ne scusiamo con i lettori. CeesNooteboom PerOlovEnquist LEMONTAGNE PROCESSO DEIPAESIBASSI AHAMSUN pp.152-Lire18.000 pp,216-L. 24.000 Un'Olandparimitiva La sceneggiatura e misteriosa,due dell'ultimofilmdi beUissimiUi usionisti JanTroeUpresentacircensei,l'indimen• IO al Festivadli VeticabileTibur6nn, el neziadi quest'anno. nuovoraccontsoulla Lefasidelprocesso realtàe l'illusione, checondanniòlNosulvivere loscrive- belnorvegesien un IJ>tkfo,nA re di CeesNoote- 1~\ librodi grandetenboom. sione umanità. Arto f>,asilinna ArtoPaasilinna I l.1tld1\r ! .,xuc.,.~ HalldòrLaxness ILBOSCO L'ONOREDELLA DELLEVOLPI CASA pp.240-L. 26.000 pp, 112-L. 16.000 Dell'imprevedibeile Raccontatcaon irafantasioso autore niae umorismou,na dell'Annodellale- "fiabarovesciata", pre, ilnuovoroman- cherispettae ribalta zosempreambienta• glischemdi elgene• IO nelleforestenor- re, completamente diche, in fugadal immersnaelfolklore mondoi,ntotaleim- d'Islanda.Halldòr !~1\ mersionneeUanatu- [~\ Laxness èNobelnel ralappone. 1955. Via Palestro, 22 - 20121 Milano - Tel. (02) 781458 Fax (02) 798919

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