74 VEDERE,LEGGERE,ASCOLTARE distribuite all'ingresso, anziché- che so - le foto di Toni Morrison o di Nadine Gordimer che ritirano il Nobel per la letteratura o tengono un corso a Princeton, era raffigurata La donna che legge di Vermeer - intenta a leggere una lettera (un messaggio d'amore?) nella trasparente luce che filtra dalla finestra di un interno domestico - delicata icona lontana da questo secolo e dalle donne in esso attive, che meglio avrebbe figurato in una mostra sull'alfabetizzazione nell'ancien regime. Inoltre, a sottolineare la volontà di mettere l'accento sulla costruzione hollywoodiana piuttosto che su quella storico-letteraria, anziché essere accolti dai ritratti di almeno una delle tante grandi scrittrici esistite nel corso dei secoli, l'ingresso era dominato da un gigantesco poster warholiano di Marilyn Monroe sorridente. A commento e incoraggiante esempio di quanto ha prodotto il "secolo delle donne", la scelta è caduta su una delle più infelici creature che l'abbiano attraversato, non certo accolta tra le immortali per il contributo dato alla letteratura! Ma gli organizzatori evidentemente non hanno ritenuto che a documentare l'apporto alla grande scrittura di questo secolo bastassero Virginia Woolf, Gertrude Stein, Ingeborg Bachmann o Amelia Rosselli; a loro occorreva qualcosa di più e di diverso: un mito della seduzione e dell"'eterno femminino". Poco importava in fondo se qualcuna è stata anche capace di scrivere bene, quando ciò che veramente ha contato in questa scelta era il bisogno di riproporre per l'ennesima volta una fantasia di desiderio e di morte - un insieme di feticismo e di sadi- · smo, di attrazione per il corpo e di repulsione per la fragilità dei nervi; interessava evocare una vita spettacolare da tutti i punti di vista tranne quelli letterari, politici o intellettuali; un'esistenza che, per quanto tragicamente conclusasi, appariva mirabilmente rappresentata da Marilyn o, per meglio dire, dal poster di Marilyn. (C'è poi da notare che nella vita di Marilyn, tra l'altro, il matrimonio con uno scrittore del calibro diArthur Miller, e di conseguenza il rapporto con il "mondo della cultura" in generale, è stato fonte di depressione, complessi di inferiorità e profonda sofferenza, non certo di affermazione. Pensate invece quale risultato ben altrimenti provocatorio avrebbe suscitato una fotografia di Mae West - lei sì vincente su quel terreno dove Marilyn è stata massacrata - magari accompagnata da una selezione delle sue micidiali battute!) L'effetto di smarrimento maggiore era però creato dai nomi dei viali interni che attraversavano l'ampia area coperta dove si allineavano gli stand degli editori: via Lolita, viale Lara, via Marlene Dietrich, e così per 19 nomi. Con le sole eccezioni di due piazze dedicate rispettivamente a Virginia Woolf e a Marguerite Yourcenar (le uniche scrittrici topograficamente rappresentate), prevalevano le attrici (7 su 17) e i personaggi di fantasia (altre 7, che sommate alle precedenti fanno già 14), alle quali sono da aggiungere le tre outsider Maria Callas, Rosa Luxemburg ed Eva Peron. A verifica ultima degli intenti culturali degli organizzatori, vorrei qui riproporre uno stupefacente documento esemplare: le brevi osservazioni con cui si giustifica la scelta dei nomi dati ai viali interni del Salone nelle ultime due pagine del programma distribuito ai visitatori. Come si usa dire, i testi "parlano" da soli. La straordinaria, e niente affatto misteriosa, personalità di Rosa Luxemburg viene riassunta in queste pregnanti dichiarazioni: "Donna politica tedesca, comunista, rivoluzionaria. Fondò con Karl Liebknecht (... qui è saltata una riga) nella repressione dei moti berlinesi del gennaio 1919. Di una donna così sappiamo (volutamente) poco. Capiamo pochissimo. Un giorno vorremmo incontrarla per strada e farla parlare. Chissà quante cose - giuste o ingiuste, buone o cattive - avrebbe da raccontarci." Non paghi di tanta profondità gli anonimi compilatori del programma raggiungono vertici di sublime idiozia nelle glosse che "spiegano" il perché di un viale intitolato a Silvana Mangano: "Freud si pose ai suoi tempi la domanda: 'Che cosa vuole la donna?' Che cosa voleva Silvana Mangano? Aveva tutto, nella vita. Il successo: Riso amaro, Anna, L'oro di Napoli. Il marito. La casa. I figli. Molti amici. Ma non si può dire che fosse del tutto felice. Non all'apparenza. Gli amici l'andavano a trovare la domenica, ma lei non seguiva i loro discorsi: preferiva ricamare, cucire a maglia. Il suo viso meravigliosamente pallido chino sull'uncinetto. Riportiamo le date di nascita (1930) e di morte (1989) e poi riproponiamoci la domanda: che cosa voleva dalla vita Silvana Mangano?" In un crescendo glorioso, chi voleva capire se era mai esistito un secolo delle donne leggeva sul programma queste incoraggianti parole, veniva poi introdotto nei locali coperti dal poster di Marilyn, passeggiava tra gli stand attraversando viale Lara, via Lolita e via Rita Hayworth e, in una apoteosi di luci e di colori, poteva perfino trovarsi ad assistere a quello che unanimemente è stato considerato tra i momenti culminanti del Salone - l'elezione della "Più bella del secolo", una finissima idea del giornale di Agnelli, promossa da "Tutto-libri" e dal premio Grinzane-Cavour, e preannunciata, nelle settimane precedenti l'inaugurazione della kermesse libraria, da un demenziale concorso lanciato sul supplemento settimanale della "Stampa" nel quale si invitavano lettori e intellettuali di grido a pronunciarsi sulla più bella donna della letteratura. Va detto tuttavia che erano possibili alcuni (pochi) percorsi alternativi. Per esempio, appena superati gli stand chiassosi che riempivano l'area centrale, si potevano visitare le più tranquille sale di esposizione lasciate pietosamente in penombra e sedersi a bere un caffè. Capitava perfino di provare qualche inaspettata gioia, come è successo a me mentre vagavo tra gli spazi più silenziosi destinati alle pubblicazioni regionali e mi sono trovata di fronte alle deliziose tavole con cui Teresa Ciulli ha commentato visivamente Le città invisibili di Calvino. In qualche modo quindi, pur costrette nella morsa della commercializzazione forsennata e dell'apoteosi di banalità profusa a piene mani dalle stelle del video e del giornalismo, oltreché da ex presidenti del Consiglio, qualche parola intelligente ha potuto insinuarsi. Così sono riuscite a superare il frastuono commerciai-televisivo alcune intellettuali algerine, libanesi, slave; le loro drammatiche testimonianze sono state la nota più coraggiosa e incoraggiante di questo Salone: le Assia Djebar, le Slavenka Drakulic, atlete come Hassiba Boulmerka e tante altre donne alle quali deve andare non soltanto la nostra ammirazione ma soprattutto la nostra più profonda gratitudine. Sono loro oggi le eredi di una tradizione molto antica in Occidente, quella delle intellettuali perennemente divise tra il pericolo dell'istituzionalizzazione e l'alto prezzo pagato dalla trasgressione. Sono loro, molto più di noi, le vere rappresentanti e depositarie di un messaggio di impegno politico e culturale in cui ci si gioca la vita e non soltanto qualche minuto di celebrità catodica o qualche copia di libro venduto in più. Ed è forse questa la riflessione intorno a cui dovremmo provare a misurarci in futuro.
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