Linea d'ombra - anno XIV - n. 118 - settembre 1996

VEDEREL,EGGEREA,SCOLTARE 73 l'ambiguità è d'obbligo, una componente strutturale e non una variabile. Il problema vero, comunque, è un altro, vale a dire: dove e come sistemare gli uomini. In effetti, se il titolo fosse stato "il secolo delle donne" tout court; privo di punteggiatura aggiuntiva, l'assenza di un segno interrogativo avrebbe inevitabilmente stabilito il protagonismo femminile come dato di fatto; e insieme, si sarebbe anche dovuto constatare l'avvenuto spostamento di quello maschile in secondo piano. Come si è detto e ripetuto in tanti incontri di questo Salone, dopo il femminismo la legittimità del punto interrogativo ha senso soprattutto per il genere maschile. Intitolare il tema del Salone "Il secolo degli uomini?" sarebbe stato infatti molto più appropriato. L'idea pervasiva del Salone del libro 1996, quella che attraversava la scenografia esterna e l'arredo degli stand, la struttura del programma, nonché i testi di accompagnamento delle migliaia di opuscoli distribuiti ai visitatori appariva piuttosto un'altra: che i veri protagonisti non erano i libri esposti né le loro autrici, ma caso mai un'immagine squisitamente falsa e filmica delle donne; e di conseguenza che l'attività più interessante cui il genere femminile poteva e può dedicarsi non ha a che fare con la scrittura o l'arte, bensì con le astuzie immaginate e vagheggiate della seduzione secondo i canoni stabiliti dai più triti modelli di celluloide. Se qualche dato di bilancio è possibile trarre da questo Salone fintamente dedicato alle donne, direi infatti che il più evidente riguarda l'impossibilità, da parte di chi l'ha ideato, di tener conto, di riconoscere e di rappresentare la storicità dell'esperienza femminile nel mondo. Al suo posto c'è stata l'esaltazione di quella che da oltre un secolo viene interminabilmente filmata dalla macchina da presa. Come conseguenza l'intera architettura del Salone non ha fatto altro in fondo che rinforzare alcuni radicati stereotipi: che ciò che le donne fanno e dicono mostra spesso di avere scarsi riscontri con la realtà e di rinviare invece al piano dell'immaginazione; che il loro apparire in pubblico sembra perennemente oscillante tra il favolistico e il cinematografico, che un' alone onirico e fittizio circonda quanto esse producono. Si avvertiva aleggiare attraverso gli spazi immensi del Lingotto la presenza di un 'arcaica e temibile fantasia sulla natura ancora poco conosciuta ed enigmatica ma sempre potenzialmente pericolosa dell'identità delle donne, sulla sessualità e il disordine del loro corpo che mal si accordano con la disciplina che impone il lavoro intellettuale. È questo a giustificare il fatto che, pur costretti a prendere atto dei libri e della materiale presenza delle scrittrici reali, gli organizzatori non abbiano potuto resistere alla tentazione di dare alla kermesse libraria una impronta decisamente televisiva e hollywoodiana e di circondarla di elementi presi dal mondo dello spettacolo e delle telenovela, privilegiando attrici e personaggi inventati della letteratura piuttosto che intellettuali veramente esistite, e di riportare lavoro culturale e scrittura non a ben precisi momenti e situazioni di mutamento storico-sociale, bensì a una dimensione mitica. E quale modo migliore di rendere siffatte fantasie e resistenze se non quello di costruire un'architettura di nomi e di volti femminili dove realtà e finzione apparivano inestricabilmente mescolate e confuse, dove schermo cinematografico e spazio letterario - proprio come in uno show televisivo - sembravano combinati in maniera del tutto casuale anche se molto spesso a tutto scapito del secondo? Nessuna meraviglia quindi che fosse del tutto assente o scarsamente utilizzato il materiale fotografico o documentario, a favore di quello di origine cinematografica e d'invenzione, e quindi che la caratteristica emergente della identità femminile accentuasse - ancora una volta! - la sovrapposizione di piani reali e fantastici sapientemente sottolineata dal deprimente universo simbolico di cui appariva ornato il Salone. A cominciare dal volgarissimo logo, bene in vista in ciascuna delle migliaia di copie di opuscoli e programmi distribuiti, e riprodotto durante sei interminabili giornate sulle pagine dei principali quotidiani e settimanali a diffusione nazionale. Nell'immagine altamente sgradevole scelta per simboleggiare i fasti librari del Lingotto, è rappresentato un ibrido le cui fattezze nell'insieme danno l'idea di un essere le cui origini non sembrano completamente umane: il viso è costruito per metà con il volto della Marilyn di Warhol e per il resto con un frammento picassiano delle "demoiselles d'Avignon", che com'è, noto descrive una scena da bordello; il busto ricoperto di un'armatura metallica con il seno bene evidenziato (citazione di Brigitte Helm in Metropolis di Lang) allude contemporaneamente a Giovanna d'Arco ma anche a uno show di Madonna, e - perché no? - a una possibile reincarnazione della sferragliante Barbarella; le vesti in parte riprendono i ruvidi tessuti della proletaria di Pellizza da Volpedo e in parte sono dei veli leggeri sovrapposti (Salomé? le Urì?) colorati come in un fumetto o in un quadro di Lichtenstein; la "crepaxiana" gamba sinistra appare ricoperta da uno stivale nero con tacco a spillo evocante la possibilità di pratiche sado-maso; quella destra, invece, scoperta e ornata con bracciali alla caviglia, è orientaleggiante (da schiava, danzatrice e/o cortigiana), si solleva lievemente da terra (nella posizione della Gradiva freudiana); completa l'insieme un bimbo nudo sorretto da un braccio col tricolore. La donna del Salone è un'invenzione composta di tanti pezzetti diversi tratti da quadri e disegni di eterogenea natura (l'andatura della Primavera di Botticelli, il volto da Picasso, le gambe prese dalla grafica pubblicitaria ed erotica, e altro ancora; ma non compaiono né fotografie né documenti "dal vero", per evitare di introdurre il benché minimo dato di realtà). Tutte queste tessere concorrono a formare l'incongruo scarabocchio grafico della femminilità, misto di antico e di moderno, con prole disegnata al vecchio modo (l'operaia, o anche la Madonna, con figlioletto/Gesù bambino ignudo della tradizione), e l'andatura spavalda che volge invece verso il futuro: un vero mostriciattolo. Il pensiero che chi l'ha concepito e realizzato quasi sicuramente deve aver avuto un compenso (e magari neanche troppo modesto) è piuttosto fonte di pensieri malinconici e autoconsolatori sulla futilità delle cose terrene. Accanto al disegno aberrante del logo, altre immagini sparpagliate sapientemente nei punti focali dell'immenso spazio del Salone contribuivano a confondere chi vi circolava, creando un senso di vago smarrimento, poiché non era mai chiaro se si aveva a che fare con personaggi da fumetto, con attrici o con intellettuali del passato e del presente. Ancor meno accettabile appariva l'implicito suggerimento di quale tipo di donna avrebbe dovuto comporre lo strato di pubblico privilegiato; certo non l'intellettuale, l'editrice, l'accult1uata, ma genericamente solo e soltanto una consumatrice di basso livello culturale; non chi studia e chi scrive, chi pubblica e insegna, ma appena chi sa leggere. Nelle migliaia di cartoline omaggio

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