Linea d'ombra - anno XIV - n. 118 - settembre 1996

72 VEDERE,LEGGERE,ASCOLTARE IL SECOLODEGLIUOMINI? RIFLESSIONI SULSALONEDEL IBRO PaolaDi Cori Invitata nel maggio scorso a partecipare a un dibattito organizzato dal Salone del libro di Torino, 1 non ho potuto fare a meno di notare la presenza di una profonda dissonanza tra l'impegno e la vivacità che hanno caratterizzato tanti interventi e lo scenario ingombro di simbologie consunte e di stereotipi che faceva da contenitore per gli incontri. Credo di aver condiviso con altre migliaia di pellegrine/i in visita al Salone - quest'anno intitolato "Il secolo delle donne?" - una spiacevole sensazione di disagio e di sdoppiamento tra la serietà e l' interesse di molti dibattiti e l'atmosfera da luna-park che li circondava, tra le stimolanti e diversificate articolazioni del tema, e il contesto entro il quale queste si svolgevano. Chi ha dovuto lavorare per tenere insieme i mille capi della gigantesca macchina organizzativa e commerciale ha considerato del tutto secondario preoccuparsi per i contenuti che il tema prescelto avrebbe potuto o dovuto comunicare, e soprattutto per il modo con cui occorreva trasmetterli, attraverso l'adozione di una simbologia e di una scenografia all'altezza del compito. La cornice e la scenografia del Salone sono state invece, ahimè!, un esempio supremo di superficialità e incultura: il trionfo dei peggiori luoghi comuni sulle donne e sull'identità femminile. Dal versante opposto invece, un gran numero di affollatissimi incontri - in particolare quelli dove erano presenti scrittrici, filosofe e studiose straniere, ma non solo - sono serviti da occasione e pretesto per vivaci confronti, per conoscere e identificare donne note solo per nome o attraverso i loro scritti, e per riaccendere momenti di dibattito pubblico tra intellettuali femministe, come ormai accade sempre più di rado nelle sedi accademiche e culturali. Chi voleva ascoltare e discutere l'ha quindi fatto considerando del tutto trascurabile la struttura mercantile e lo spirito mercificante che costituiscono la ragion d'essere del Salone. A sua volta, chi ha gestito gli aspetti relativi alla iconografia, simboli e slogan distribuiti alla stampa e nei depliant, oltreché quelli riguardanti il testo del programma, ha chiaramente lavorato "come se" gli oltre vent'anni di cultura neofemminista italiana e straniera non fossero mai esistiti. Credo sia importante sottolineare questa dissociazione brutalmente rivelata dal Salone, che rende esplicito il divario profondo esistente tra un immenso patrimonio di esperienze politiche e intellettuali accumulato dalle donne da un lato, e l'estrema difficoltà di tradurlo e di valorizzarlo a livello pubblico dall'altro. Sebbene sia stato molto grande e del tutto giustificato l'interesse acceso dagli incontri dove sono intervenute Teresa de Lauretis e Rosi Braidotti, e poi Lea Melandri, Lalla Romano, Khalida Messaoudi, Luce Irigaray, e tante altre, l'incorniciatura che ha accompagnato e fatto da sfondo a ciascuno di questi incontri finiva inevitabilmente per smorzarne il tono e per annullarne gli effetti all'esterno. Che intorno al Salone si assembli ogni anno una gigantesca macchina commerciale non è né particolarmente sorprendente né in sé disdicevole; al contrario, si tratta di circostanze che consentono a molti piccoli editori (e comunque solo a quelli in grado di pagare gli affitti altissimi) - tra i quali si contano fin troppe imprese gestite con dedizione da epopea ottocentesca e quasi in clandestinità dalle donne - di uscire allo scoperto, di mostrarsi e parlare in pubblico, e infine, perché no, di vendere qualcosa. Abbiamo anche accettato con umiltà e rassegnazione che iniziative di siffatte dimensioni - le cui origini e obiettivi sono esclusivamente mercantili e mercanteggianti - debbano essere promosse e pubblicizzate con uno stile che ricorda l'ineffabile eloquio di Vanna Marchi piuttosto che l'alata prosa degli accademici dei Lincei; e tuttavia, quale occasione mancata questo Salone "delle donne" che, invece di valorizzarle, ne ha messo in dubbio perfino l'esistenza fin dal deprecabile titolo, quando invece di affermare una realtà di fatto esprimeva una persistente incredulità di fondo: "Il secolo delle donne?". È per lo meno singolare che i cervelloni del Lingotto si siano trovati in difficoltà di fronte al puro e semplice "secolo delle donne", e abbiano sentito il bisogno di correggerlo con un segno grafico di interrogazione. In realtà si tratta di un modo di dire molto comune; sono numerosi ormai i convegni e le mostre, o anche soltanto gli inserti e le pagine culturali sui quotidiani intitolate a "il secolo di Federico II", "il secolo di Cartesio", "il secolo di Vermeer", "il secolo di Elisabetta I" eccetera; per non dire di espressioni come "il secolo dei Lumi", o "il secolo di Bach", entrate nel linguaggio corrente. Ciò che in genere si cerca di esprimere utilizzando la formula "il secolo di ..." è l'intenzione di sottolineare l'importanza- per il periodo in cui sono vissuti - di quel pittore, di quel filosofo, di quella regina cui si vuole rendere omaggio; altrimenti, che senso avrebbe darsi tanto da fare per organizzare mostre o convegni internazionali se non per esaltare l'importanza del soggetto protagonista dei medesimi? Chi potrebbe mai prendere sul serio una giornata di studi, che so, su Borromini o su Simone Weil, se sul programma si leggesse: "il secolo di Borromini?", "il secolo di Simone Weil?" "Il secolo delle donne" nudo e soletto, invece, disturba; ha bisogno di aggiunte, correzioni, distinguo, travestimenti che ne limitino l'impatto, ne correggano l'implicita voracità e la onnipotente volontà di annettersi anche tutto il resto di quanto è avvenuto nel secolo (vi ricordate quando si parlava sempre della vagina dentata?). Che per le femministe si tratti di un secolo (e non solo di un titolo) accompagnato da molti punti affermativi è scontato; meno scontato è il ragionamento delle rozze menti dei "salonai", i quali, nel momento di imbastire un programma che prevedeva centinaia di incontri in cui si sarebbe parlato soprattutto del protagonismo femminile in questo secolo, si sono sentiti in dovere di proporre innanzitutto il (loro) dilemma, e di insinuare che qui si trattava non di confermare un dato di realtà, ma piuttosto di suggerire la necessità di una verifica. I "salonai" non hanno avuto la generosità di lasciare al pubblico la possibilità del beneficio del dubbio, come avrebbero fatto allestendo "il secolo del tango" o "il secolo di Freud"; hanno invece voluto offrire una implicita definizione di soggettività femminile secondo la quale

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