Linea d'ombra - anno XIV - n. 118 - settembre 1996

VEDERE,LEGGERE,ASCOLTARE 71 Vi è, tuttavia, un secondo filone interpretativo che presiede alla scelta dei libri presentati ed è quello della storia d'Italia. Data la passione di Nicola e Marcello per la storiografia internazionale si potrebbe pensare che è questa una sezione in qualche modo obbligata, dettata da ragioni editoriali. E sarebbe sbagliato perché è su questo terreno, in realtà, che ritroviamo la ragione profonda di quella dedizione degli autori alla sintesi storiografica, alla divulgazione in senso alto, all'uso pubblico della storia da intellettuali e non da politici, all'impegno militante ma non giudicante di cui si è parlato all'inizio. Scrivendo di Ragionieri, Nicola, infatti, annota con un taglio decisamente autobiografico, (p. 147): "L'opera di Ragionieri compendia egregiamente una stagione di studi e ricerche segnata dall'egemonia politico-culturale del marxismo gramsciano e togliattiano e, in termini più strettamente politici, dall'attesa di uno sbocco 'positivo' della storia unitaria, con l'accesso delle sinistre al governo del paese. Le vicende successive hanno smentito queste attese e hanno quindi fatto dubitare della tenuta della vecchia impostazione. Al tempo stesso, l'influenza e lo scambio intellettuale con altre tradizioni storiografiche nazionali hanno provocato un deciso rinnovamento degli studi sull'Italia unita, che si è manifestato all'avvio con il rifiuto di proporre nuove visioni d'insieme della storia del paese. Non è certamente un caso che si sia dovuto attendere il 1989 per poter disporre di una rivisitazione globale della vicenda nazionale come quella di Lanaro, discussa all'inizio del paragrafo". E la citazione così prosegue: "largo spazio ha avuto una serie di ricerche locali e soprattutto regionali che, nei casi migliori, hanno decisamente modificato il panorama della storia d'Italia, smontando un consolidato accumulo di luoghi comuni ..." E si tenga conto che, anche su questo terreno, Nicola è stato promotore (sempre attraverso la sua presenza nell 'Insmli) di seminari, dibattiti, ~onvegni che, ponendo al centro il tema del rapporto tra "storia nazionale e storia locale", hanno a lungo vivificato negli anni Ottanta il panorama più angustamente localistico degli studi resistenziali, facendo arrivare in ogni provincia l'interesse per le ricerche di storia sociale. 6 Quanto alla lunga citazione a proposito di Ragionieri, credo che non abbia bisogno di commenti: l'abbandono del teleologismo storicista di impianto marxista ha sottratto alla generazione "di mezzo" la possibilità di chiudersi nella torre d'avorio degli studi, naturalmente limitatamente a coloro che erano consapevoli della gravità della perdita, com'era appunto Nicola, in questo senso il personaggio più rappresentativo della sua generazione. Una generazione che si è sentita spinta nell'arena delle riviste extraccademiche, caricata della responsabilità di smontare i pezzi di un'armatura ormai inservibile (esemplare il libro, sempre con Marcello Flores, Sul Pci), piuttosto che investita della responsabilità di ricostruirne una nuova. L'evento 1968 (perché di evento-mutamento nel sensoricordato prima si è trattato), con tutto quello che è seguito in Italia, è parso dapprima ridare fiato a una rilettura globale della storia d'Italia in chiave di conflitto sociale e di sbocco "positivo" (in questo clima nasce la prima formulazione dei capitoli della sua opera monografica sul Regno del Sud). Negli anni successivi, invece, tutto quanto è seguito a quell'evento non ha fatto, per Nicola studioso della storia d'Italia, che confermare il pessimismo di un Zangrandi o di un Montaldi sul permanere del distacco tra paese legale e paese reale, semmai aggravato, nel senso che Nicola non ha mai particolarmente apprezzato le diatribe sugli errori del gruppo dirigente del Pci. Una nuova chiave andava trovata, visto che nessuna ricostruzione "dall'alto" (delle istituzioni, dei ceti dirigenti) della storia d'Italia era possibile: una chiave in grado allo stesso tempo di difendere e salvaguardare il valore delle scelte difficili e conflittuali che avevano contribuito a formare questo paese (le lotte per l'emancipazione, l'organizzazione dei lavoratori, la Resistenza), ma anche di leggere quei conflitti alla luce della lunga durata della loro maturazione, della pluralità dei soggetti, della fragilità degli sbocchi. E tutto questo era tanto più vero e necessario se applicato al Mezzogiorno nel quale le differenze, storiche e ambientali, dei territori, le ondate migratorie, le vicende internazionali, coloravano, agli occhi di Nicola, i grandi temi della identità nazionale, della questione meridionale, del mondo contadino. Il lungo lavoro di affinamento degli strumenti metodologici e concettuali che si riflette in questo libro l'aveva aiutato a trovare quella chiave, assolutamente peculiare e originale, eppure nei suoi presupposti etici, condivisa da una comunità di studiosi. Ora Nicola avrebbe potuto finalmente scrivere il suo Regno del Sud. Note 1) Testo letto il 15 aprile 1996 nella sede della Biblioteca di storia moderna e contemporanea di Roma in occasione del trigesimo della scomparsa di Nicola Gallerano; il dibattito sul suo ultimo lavoro (Marcello Flores e Nicola Gallerano, Introduzione alla storia contemporane, Milano, Bruno Mondadori, 1995), con Andreina De Clementi, Marcello Flores, Anna Rossi-Doria e Giuseppe Vacca, era organizzato dall' lrsifar. 2) Parlo di scelta evocando volutamente la chiave interpretativa usata da Claudio Pavone nel suo Saggio sulla moralità nella Resistenza, un libro per il quale Nicola esprime qui quel senso di gratitudine che tutta la mia generazione ha provato leggendolo: la gratitudine per aver ridato un significato etico alla ricerca storica sull'età contemporanea, una dignità scientifica all'acribia e al paziente accumulo documentario, infondendo speranza in chi, pur scegliendo sul piano dei valori, si rifiuta di "giudicare" il lavoro scientifico in termini di "scienza ecoscienza". 3) Non credo che sia fuori luogo richiamare a questo proposito la figura di Mare Bloch e la sua capacità di distinguere tra il mestiere di storico (per il quale anche le "false notizie", i miti, in quanto parte della realtà storica, sono verità) e il giudizio politico sulle falsità del regime di Vichy, un giudizio talmente drastico da indurre l'uomo a scegliere il campo della Resistenza fino a una morte eroica. 4) È questa una riflessione che Nicola Gallerano ha condotto in maniera pionieristica per tutto l'ultimo decennio della sua vita. Si veda, da ultimo, N. Gallerano (a cura di), L'uso pubblico della storia, Franco Angeli, Milano 1995. 5) Sul tema della generazione si imperniava anche il ricordo di Claudio Pavone nello stesso numero di "il manifesto" (Il non conformista. Un'amicizia fra due generazioni); ma sull'asse dell'impegno e del confronto generazionale nella sinistra italiana avrebbero insistito anche Gigi Ganapini e Andreina De Clementi ("La sua è stata una generazione di intellettuali, almeno in parte e per scelta, senza maestri e senza partito") in "l'Unità" del 15 aprile. 6) Tutto ciò prima che gli Istituti storici della Resistenza fossero schiacciati nel cui de sac della difesa della "legittimità" dell'antifascismo; ma esiste, evidentemente, una correlazione tra mancato rinnovamento della contemporaneistica e riacutizzarsi di spaccature che proprio quegli studi di storia sociale volevano superare.

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