Linea d'ombra - anno XIV - n. 118 - settembre 1996

70 VEDERE,LEGGERE,ASCOLTARE te saggio sulla "Rivista storica del socialismo", quella, cioè, della monografia (nel suo caso, la lotta politica e la realtà sociale nell'Italia del Regno del Sud). Come era generoso sempre nel riconoscere l'apporto scientifico che ogni ricerca sur le terrain portava con sé, così era altrettanto convinto dell'impossibilità di scegliere per sé la strada della ricostruzione di un pezzetto solo del puzzle che la storia contemporanea era diventata, dopo il venir meno di quadri interpretativi. Prima occorreva dare un senso a quel puzzle e a questo compito Nicola si dedicò, spaziando su temi e argomenti apparentemente distanti, spinto da una coerenza che era tutta interiore e non dettata da una passione astratta per le teorie della storia come scienza cognitiva. Il libro mostra così lo stretto legame esistente per lo storico Nicola Gallerano tra la curiosità per la ricerca e per la metodologia: nessuno scarto fra i due livelli, Nicola restava sempre storico praticando entrambi, perché entrambi erano finalizzati alla definizione del "mestiere di storico" (per citare ancora il sottotitolo di Apologie pour l' histoire). Non amava la discussione sui modelli, ma ne riconosceva l'utilità per contestualizzare una ricerca, pronto ad attribuire anche a opere parziali o parzialmente riuscite la nobiltà di un intento, la dignità di una collocazione storiografica. Dunque, non si troverà qui la ricostruzione della storia della storiografia tra Ottocento e Novecento (che pure lo appassionava tanto): la scelta è di far compiere al lettore quel percorso attraverso i tentativi non sempre riusciti della ricerca storica concreta. Ne risulta un quadro che è frutto di scelte precise e originali, colmo di riferimenti alla storiografia internazionale, ma saldamente ancorato nel panorama degli studi italiani. Basterebbe il confronto con un altro bellissimo e fortunato libro, quello di Paolo Macry (La società contemporanea), per convincerci: mentre Macry, a partire da una premessa storiografica in cui si esplicita la preferenza per la metodologia braudeliana, costruisce l'impianto dei singoli capitoli su quel modello, con un risultato che ne riflette insieme l'eurocentrismo ottocentesco (la domanda essendo sempre quella weberiana: "perché la modernità in occidente") e la scarsità del contributo italiano, qui l'ottica è rovesciata. Diverso soprattutto il punto di partenza che in questo caso è il Novecento, anzi il 1989: dunque, il processo di globalizzazione dei rapporti mondiali e il peculiare contributo dell'Italia al secolo Ventesimo nei suoi due fenomeni più caratterizzanti: il fascismo e il comunismo. In questo caso, a differenza che nel libro di Macry, lo storico italiano è sollecitato a interrogarsi e a portare il suo contributo non sull'avvento della modernità, ma sulle "contraddizioni" della modernità. È procedendo a ritroso a partire dal Novecento che si può cogliere l'ottica di presentazione anche del capitolo Ottocento. L'opera Se entriamo ora nel merito del volume, due, mi sembra, sono gli assi interpretativi, già citati, attraverso cui possiamo esaminare il panorama storiografico qui racchiuso: il processo di modernizzazione da un lato e le peculiarità dell'Italia dall'altro. A sua volta, l'asse modernizzazione scorre su due coordinate parallele, attribuibili, penso, distintamente ai due autori, o che presiedono, perlomeno, alla attribuzione dei capitoli (una distinzione certamente solo indicativa eppure significativa). Vi è, cioè, il percorso che segue il processo di modernizzazione secondo un modello, per intenderci, à la Eugene Weber: dunque, la crescente estensione dei fenomeni d'industrializzazione e di ciò che questo inevitabilmente porta con sé in termini di conflitti, ma anche di più intensa organizzazione internazionale a livello di classi dirigenti e di movimento operaio, nonché di risposte globali, europee ed extraeuropee, alla sfida della modernità (nazionalismo, socialismo e comunismo). Dal punto di vista delle interpretazioni della storia contemporanea, qui ci muoviamo, per intenderci, tra E. Weber e G. Barraclough. È il filo che, forse arbitrariamente, attribuisco a Marcello e sul quale non mi soffermo. Vi è poi un percorso parallelo seguendo il quale il processo di modernizzazione appare intriso di contraddizioni che non sono mai superabili una volta per tutte, anzi, che si aggravano coli' estendersi della modernità: tanto è vero che le troviamo nelle comunità operaie del Settecento inglese di E.P. Thompson e nella Boston di S. Thernstrom. Secondo questo filone l'interrogativo si sposta sul "chi", quale soggetto, raccoglie storicamente la sfida per la, o contro la, modernità: la classe, le classi, i ceti, le etnie, le famiglie? E qui lo sguardo si complica, i plurali abbondano e si arriva al Novecento (che, come dicevo è il vero punto di partenza del libro) carichi di dubbi sulla congruità delle grandi partizioni ideologiche e cronologiche con le quali si è soliti leggere questo secolo. Dubbi che si riversano in pieno su questo secolo della società di massa nel quale la storia appare paradossalmente fatta non da strutture ma da "eventi", o meglio, per citare Koselleck come fa Nicola nella premessa alla sezione Novecento, "il mutamento ha assunto il carattere dell'evento", a sottolineare la velocità con cui le trasformazioni della società industriale hanno investito l'intero pianeta. Così, rovesciando l'assioma, si potrebbe anche dire che l'evento diventa mutamento, il che spiegherebbe il suo "ritorno" anche sulla scena storiografica. Ora, l'evento cardine non è più l'industrializzazione con i suoi soggetti sociali ben individuabili, ma è la guerra, la guerra contemporanea che non consente ribellioni eroiche, ma semmai "rassegnazioni" eroiche (sulla centralità della guerra per la comprensione del nostro secolo Nicola ha, si può dire, trascinato anche gli istituti storici della Resistenza che ne hanno fatto un asse centrale di ricerca a partire proprio dalle sue sollecitazioni). La guerra, le guerre, lasciano dietro di sé un mondo di "vinti" (altro tema privilegiato di Nicola, grande estimatore di Nuto Revelli). Qui, però, la produzione storiografica non pare corrispondere più alle ambizioni dell'impianto, rivelando l'insoddisfazione dell'autore. Ci se ne accorge leggendo i vari capitoli nei quali i lavori che sembrano meglio corrispondere agli intenti interpretativi del libro acquistano un rilievo tutto particolare. Speciale è l'attenzione per la produzione di George Mosse, quindi per i temi della società di massa, le ideologie nazionalistiche, la nuova politica, la cultura. Ma si veda anche, sulla prima guerra mondiale, lo spazio dedicato ai libri di P. Fussel e E.J. Leed, o, per l'Italia, ai volumi di storia sociale della guerra. Quanto alla seconda guerra mondiale, la lunghezza dell'elenco dei libri citati lascia trasparire l'insoddisfazione per la produzione esistente. E qui si può dire che Nicola ritrovasse il senso per il contributo proprio, la legittimazione per quel lavoro individuale e solitario sull'Italia che aveva sempre rifiutato, e si sentisse spinto a colmare il vuoto della storiografia soprattutto su quella "terra di vinti" che era per lui complessivamente il Regno del Sud, ma più in generale l'Italia del 1943-45.

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