VEDEREL,EGGEREA,SCOLTARE 69 PERNICOLAGALLERANO UNO STORICOElA SUAGENERAZIONE 1 Mariuccia Salvati Il libro Vorrei ricordare che, nel presentare questo volume, rispettiamo un desiderio espresso dagli autori (o almeno da Nicola) all'interno del consueto scambio di opinioni e giudizi proprio di una comunità di studiosi. Anche in circostanze diverse avrei subito affermato che si tratta di un'opera di grande originalità e ambizione, sia sul piano metodologico sia storiografico, un'opera lungamente attesa da parte di chi insegna storia e che induce alla riflessione sul che cosa e come si insegna. Si tratta infatti di un libro che, scegliendo una particolare impostazione, sulla quale tornerò, sollecita anche chi lo usa a scegliere, non lasciandogli scappatoie storicistiche. Insisto sul verbo scegliere perché è sulla necessità e la qualità di questa scelta che mi sembra possa oggi ritrovarsi con consapevolezza quella "comunità di studiosi" per la quale Nicola tanto ha lavorato. 2 Della moralità della scelta come prius dello storico c'è più di un'eco nell'impostazione del libro di Nicola e Marcello. È vero che qui si tratta di una scelta di tipo metodologico, eppure per le ragioni che proverò a ricordare, anche in questo caso si può parlare di preciso risvolto "morale": esso deriva dalla consapevolezza della necessità per lo storico di distinguere tra la ricerca della "verità", nel caso in cui egli operi come studioso di storia (una ricerca che è consapevolmente probabilistica, scevra da pregiudizi, disposta a trovare la realtà e dunque la verità anche nell"'errore") e l'esercizio del "giudizio" su ciò che è vero e ciò che è falso, allorché egli debba scegliere un comportamento in quanto cittadino di una determinata società. 3 È dalla difficile convivenza tra morale dello storico e morale del cittadino che nasce un libro come questo: al fondo vi è una scommessa, e cioè che coloro che lo leggono, lo usano, Io studiano, arrivino ad assimilare non tanto una serie di titoli, ma una visione larga, aperta al confronto, serena, del mestiere di storico, eppure severa quanto al giudizio sugli eventuali compromessi, sulle derive spesso inconsapevoli, ma non per questo scientificamente meno riprovevoli, di chi in fondo storico non è, verso ideologie e usi impropri della storia. Il libro, cioè, non avrebbe potuto essere scritto se dietro non ci fosse stata la riflessione su "l'uso pubblico della storia"4 e quel delicato equilibro che Nicola auspicava tra la storia come scienza e la storia come complesso risultato di percorsi della memoria, individuale o collettiva, tra dimensione cognitiva della storia e dimensione affettiva o comunque intrisa di valori. Ciò era per lui soprattutto vero per il Novecento; ma non era appunto il Novecento il secolo che Nicola aveva scelto consapevolmente di studiare? E non lo aveva fatto sacrificando già negli anni universitari la sua passione per gli studi medioevali visti come una fuga dal presente che a lui, alla sua generazione, non era consentita? Dal libro all'autore Come si vede, sono già passata, vista l'occasione in cui ci ritroviamo e dunque l'inevitabilità di un bilancio, dal giudizio sul libro a quello complessivo su uno dei suoi autori, facilitata anche dal particolare genere di questo libro, inconsueto nel panorama della storiografia contemporanea e insieme rappresentativo della personalità di entrambi gli autori. Guardando alla mole di schede, alla scelta dei temi privilegiati, all'organizzazione complessiva del volume (e a quanto ci sta dietro in termini di interventi, saggi, convegni, seminari), mi veniva di pensare a quanto è stato osservato (credo fosse Quirino Principe) a proposito del grande Mozart. Non dobbiamo pensare a Mozart, osservava Principe, come a un genio morto a 35 anni, e dunque a un'opera incompleta, interrotta, ma a un autore che ha vissuto, e quindi creato, come se dovesse morire a quell'età: la sua intera opera è segnata dalla brevità di quella parabola vitale e se letta sotto questo profilo, essa ci appare paradossalmente completa. Mi chiedo se, anche per Nicola, non si possa pensare alla sua vita di studioso come segnata da questa morte precoce e quindi leggere l'intera sua opera sotto il segno di una coerenza che solo oggi ci appare tale. È certo, ripeto, che quest'opera e questa occasione ci induce a un bilancio: bilancio dell'opera dell'autore ma anche della sua rappresentatività. Dall'autore alla sua generazione: la passione per la storia contemporanea Per valutare appieno questa prospettiva occorre, tuttavia, collocare il lavoro di Nicola nel contesto della sua generazione. E qui si è rivelata subito la perspicacia di due arniche e collaboratrici; l'una, facilitata dallo sguardo "da lontano", è Victoria De Grazia che il 17 marzo ha lanciato in Internet una pagina lucida e commossa sulla peculiare rappresentatività del percorso biografico di Nicola, nonché sul suo personale contributo alla "sprovincializzazione" di un'intera generazione di storici di sinistra; l'altra è Ida Dorninijanni che, aiutata da uno sguardo "esterno" alla professione, ha icasticamente annunciato la morte di Nicola, nel "manifesto" del 19 marzo, sotto il titolo Una comunità ferita. 5 Credo che non vi sia alcun dubbio, in effetti, che Nicola sia stata la figura più rappresentativa di una generazione che lui stesso ha contribuito a formare come ~ornunità. Ma di quale generazione si tratta? E la generazione che si forma nel Pci a cavallo tra il dibattito sul centrosinistra negli anni sessanta e il 1968 (generazione a cui appartiene invece Flores): una generazione che si misura con la leadership del partito sulJ'interpretazione della storia d'Italia e le sue anomalie e che su questo terreno incontra anche, per serietà di intenti, riferimento a valori, i percorsi difficili delle generazioni comuniste "di ponte" antecedenti (Zangrandi, in questo caso, piuttosto che Secchia) ma anche di coevi storici laici e cattolici. Soprattutto, si colloca storiograficamente "in mezzo", tra la generazione del grande dibattito storiografico "gramsciano" sul Risorgimento e le nuove leve di storici conternporaneisti, meno propensi a farsi carico del compito che spetta, come amava citare Nicola, a ogni generazione di "riscrivere la storia", intendendo con ciò tutta la storia d'Italia. A questo scopo, invece, Nicola ha dedicato ogni suo sforzo dopo l'allontanamento dal Pci, e il venir meno della vulgata storicista-marxista. Nell'intento di ricostruire un quadro interpretativo della storia d'Italia condiviso dalla più larga comunità degli studiosi, dunque nel contesto della storia europea contemporanea, egli ha profuso in realtà tutte le sue energie sacrificando anche la strada che sembrava aprirsi davanti a lui al momento della pubblicazione del suo primo e già irnportan-
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