Linea d'ombra - anno XIV - n. 118 - settembre 1996

ITALIA1996 - . 5 NOTIZIE DALL'ULIVO LUIGIBERLINGUERlA RIFORMASCOlASTICA MarcelloFlores Gli entusiasmi, assai contenuti, successivi alla vittoria elettorale e alla formazione del governo Prodi, è difficile che siano cresciuti durante questi mesi estivi, dominati da reiterati richiami all'unità d'Italia in funzione antileghista e da cautele antieuropeiste sollecitate da quel gigante del pensiero che tutti considerano ormai, in virtù del ruolo, probabilmente, l'amministratore delegato della Fiat. Se una prima impressione è possibile dopo questi iniziali cento giorni - e che vorremmo modificare al più presto - essa riguarda la scarsa caratterizzazione del governo dell'Ulivo come governo di "novità" nella storia dell'Italia repubblicana. È difficile scorgere fondamentali differenze con il precedente governo Dini, e se proprio una ce n'è con il governo Berlusconi essa coinvolge più lo stile - non diciamo la cultura - dei suoi componenti che non la sostanza delle misure intraprese. _ Le due uniche vere novità, a ben vedere (se si esclude la questione delle nomine alla Rai, dove l'Ulivo è riuscito a creare un consiglio d'amministrazione ancora più opaco e incompetente di quelli precedenti), riguardano per il momento l'attività di due tra i principali ministri di Prodi, Antonio Di Pietro e Luigi Berlinguer. Non è del primo, tuttavia, che intendiamo parlare, per quanto la sua rozzezza e inopportunità abbiano avuto la possibilità di dimostrare ancora una volta il basso livello e i conservatori obiettivi della "cultura" verde italiana (così arretrata perché arroccata su questioni di principio legate all'immagine, che è il terreno della lotta tra i piccoli gruppi di potere eredi del movimento ecologista). L'istruzione, considerata nel suo complesso scolastico-universitario come un pilastro basilare del programma dell'Ulivo, ha trovato nel 1:1~nistroBerlinguer forse il più efficiente e preparato uomo poht1co che poteva essere a disposizione. Diversamente dai suoi colleghi di governo, impegnati a promettere grandi riforme, ma incapaci di modificare le tante piccole cose che p_otrebbero migliorare la vita dei cittadini, Berlinguer ha compiuto scelte su questioni ancora "minori", cercando poi di spiegar~ il loro senso indicando la filosofia della riforma più ampia che intende attuare in futuro. La semplicità e la concretezza delle proposte e dei metodi, insieme a una forte tensione ideale nell'indicare gli obiettivi più generali, inducono a ipotizzare che la positiva strada intrapresa potrà essere rapidamente ed efficacemente percorsa. L'intervista rilasciata dal ministro a "L'Espresso" contiene elementi più che sufficienti per trasformare il sistema dell'istruzione e dell'educazione in modo radicale e moderno: il richiamo alla manualità e ai limiti del liceo classico, che tante polemiche ha suscitato anche all'interno del Pds e dell'Ulivo, ha dimostrato che le proposte di Berlinguer sono figlie di un'avanzata riflessione culturale, forse troppo innovativa per l'ambiente politico e per gran parte dello stesso mondo della scuola. La parte più difficile della scommessa del nuovo ministro dell'istruzione sarà infatti quella di ignorare, e possibilmente sconfiggere, le numerose forze che si oppongono alle sue idee di riforma e che sono numerose anche all'interno del suo schieramento pur se talvolta si dichiarano del tutto d'accordo con lui: si pensi ai tanti "baroni rossi" dell'Ulivo che discettano di universi~à~u(~randi quo~idiani o alla lobby (ideologica) dei pedagogisti d1sinistra o a1sindacati confederali e no della scuola. Una vera riforma, per poter diventare realtà, deve naturalmente trovare consenso, tanto nella fase di progettazione che in quella di attuazione: non potranno mancare, quindi, né compromessi né scelte che divideranno, in un equilibrio che si spera fruttuoso. Più di altre riforme, questa della scuola e dell'università dovrà in gran parte il suo successo o meno alla capacità di coinvol- ?ere il pe~sona_ledipendente dall'ente pubblico, vale a dire gli insegnant1. Chmnque ha conoscenza del mondo dell'insegnamento, di ogni ordine e grado, sa che questo sarà il vero tallone d'Achille che anche il miglior ministro dovrà necessariamente accettare. Se l'autonomia, su cui tanto insiste giustamente Berlinguer, ha un senso, essa dovrà significare ridare spazio e voce a quel terzo di insegnanti capaci e volenterosi che ancora vi sono; stimolare e utilizzare al meglio l'altro terzo che vivacchia stretto tra il buon senso delle proprie delusioni e l'egoismo dei 'propri particolarismi, eliminare al più presto quel terzo che riesce a dare alla scuola intera la propria immagine di categoria incolta e frustrata, nostalgica di un passato gerarchico e di un sapere nozionistico da cui veniva legittimata nel mentre gratificava le famiglie. Il reclutamento dei nuovi docenti, la riqualificazione di chi è in servizio e soprattutto la selezione dei nuovi presidi, sarà un momento cruciale per valutare il successo della riforma; che richiederà_,tuttavi~, un non brevissimo periodo di transizione per poter esplicare a pieno le sue potenzialità. Due cose vorremmo che, nel prossimo futuro, il ministro tenesse a mente mentre continua a elaborare un progetto su cui la nostra fiducia iniziale è notevole, ben maggiore di quella suscitata da qualsiasi altro ministro passato: la prima riguarda la scelta dei suoi interlocutori; la seconda i valori culturali che devono fare,da sfondo e da base per la riforma. E giusto, e lo è stato soprattutto nella prima fase, rivolgersi all'opinione pubblica generale, alle forze politiche e sindacali agli esperti. Ora, tuttavia, è il momento di coinvolgere piena~ mente i docenti e, soprattutto, gli studenti, che sono il vero atout eh~ Berling_uerpotrebbe avere con sé per superare ostacoli e pas~oted'ogm genere. Non esiste, al di fuori di quella repressiva o d1 quella I?aternalistica, una tradizione di coinvolgimento studentesco. E un terreno non facile, ma decisivo, in cui grande importanza avranno le modalità (culturali e linguistiche oltre che di contenuti e provvedimenti) con cui si affronterà il dialogo, il confronto, l'eventuale conflitto, la necessaria mediazione. Ed è qui che s'innesta il tema dei valori culturali che la riforma porta con sé e deve riuscire a far trionfare. Il coro di voci amiche e nemiche che hanno discettato sui mezzi d'informazione in questi ultimi mesi, ha avuto come comune denominatore il richiamo al "rigore" degli studi, alla "severità", alla "serietà". L'uso di questi vocaboli, al di là dell 'ovvietà o dell'insensatezza che è connaturata all'ultimo termine è stato spesso un modo per richiedere maggiore selezione e insieme rivendicare la sacralità dell'istituzione, secondo una tradizione che ha sempre visto la scuola come luogo di sofferenza per gli alunni e di sacrificio per gli insegnanti. ~ c~sto di deludere molti suoi compagni e colleghi, e portando fino in fondo lo strappo con la cultura storicista in cui si è formato (cui la maggior parte degli uomini di cultura di ogni generazione è totalmente ancorata: e il ministro pensa e parla infatti

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