Linea d'ombra - anno XIV - n. 118 - settembre 1996

VEDERE,LEGGERE,ASCOLTARE 67 di quelle "brutte donne", del loro trasfigurare, della loro capacità pittorica ed evocativa con l'esclusivo uso della voce. È vero, ho sicuramente imposto le mie scelte, ma devo anche dire che se è vero che i bambini erano molto fiduciosi e disponibili fin dall'inizio, è altrettanto vero che la fiducia è andata costantemente crescendo, ed è cresciuta non su basi fideistiche ma a partire dall'accumulo delle "buone esperienze" che andavano facendo. Inoltre, spesso, le letture sono state fatte in conseguenza dell'emergere di interessi specifici scaturiti per le più diverse ragioni. E dirò anche di avere proposto diverse letture pensando (paternalisticamente? colonialisticamente?) che non avrebbero potuto affrontarle da soli in quel momento, e magari non avrebbero più avuto l'occasione di farlo. È ovvio che a questo proposito mi rimangano degli interrogativi, anche se accompagnati dal rasserenamento derivante dalle "risposte" dei bambini. Una cosa voglio precisare di non avere mai fatto, e di esserne in qualche modo "orgoglioso": usare quei libri, e quelle felicità, per attivare qualsivoglia esercitazione scolastica. Se ne è però parlato tantissimo, nei momenti più disparati, e mi sembra che i bambini abbiano sempre dimostrato di capire molto. E, a questo proposito, vorrei anche sottolineare con forza particolare le già citate parole di Yehoshua: "anche se non capivo proprio tutto, me la godevo moltissimo quella lettura". Perché mi sembra questa la strada per potere arrivare a capire davvero. Aveva ben ragione Auden quando affermava che "Il piacere è ben lungi dall'essere un criterio critico infallibile: è però il meno ingannevole". E, per non fare che un esempio, dirò che non ho dubbi che, se avessi organizzato un qualunque lavoro con tutte le sue brave articolazioni, avrei potuto assistere a esiti molto più banali di quelli cui ho assistito nella discussione, seguita all'affermazione molto estemporanea di una bambina che, un giorno, interruppe il proprio lavoro e mi venne vicino dicendomi che la sera precedente, prima di addormentarsi, aveva pensato, e ne aveva provato piacere e paura, che Silver, il pirata di L'isola del tesoro, le piaceva molto; e si arrovellava, perché secondo lei era contemporaneamente una sorta di rappresentante del Male e del Bene, e diceva di avere avuto il sospetto che proprio questa fosse la ragione per cui le piaceva tanto. Dire che questa attività è piaciuta è affermazione abbondantemente eufemistica. Per rendere davvero pienamente l'idea avrei bisogno di molto tempo, e dovrei dire soprattutto degli sguardi, delle suppliche a non interrompere, delle richieste di replica, delle richieste di - "almeno una volta, ti prego, almeno oggi" - leggere per tutto il giorno. Non tutto, ovviamente, è piaciuto in eguale misura; ognuno ha avuto precise preferenze che ha caparbiamente sostenuto a fronte delle allettanti preferenze altrui. Se dovessi dire un titolo che più di altri ha ottenuto la definizione di "più bello di tutti" sarei abbastanza in difficoltà, ben sapendo quanti, e con quanta forza di convinzione, si siano innamorati di L'isola del tesoro, di Harun e il Mar delle Storie (Mondadori) di Rushdie, di Ronfa (Mondadori) di Astrid Lindgren, di Tom Sawyer; e ben sapendo anche quanti abbiano ripetutamente insignito Cion Cion Blu (Vallardi), di Pinin Carpi, della propria "menzione d'onore" con la motivazione struggente che "È stato il primo". Sì, sarei in difficoltà, e però potrei forse dire che il "più-più bello" sia stato quel capolavoro piuttosto misconosciuto che è il libro di Frances H. Burnett, Il giardino segreto, libro disponibile presso vari editori, ma sempre corredato di illustrazioni stucchevoli o ignobili (Mursia, Giunti, Mondadori) - e quando, fortunatamente, sia disponibile senza figure, si trova in inevitabilmente respingenti collane scolastiche (De Agostini, Bruno Mondadori). Mi preme sottolineare anche che i miei alunni erano bambini senza particolari stranezze: amavano i giochi, i fumetti, la televisione, andare al parco e quant'altro. Voglio solo aggiungere, in conclusione, che ogni tanto mi arriva una lettera, una telefonata: mi si racconta della scuola media, di un braccio rotto, di una vacanza, mi si chiede un consiglio di lettura. E una sera, a due anni di distanza dalla lettura del libro di Rushdie, uno di loro mi ha telefonato e m'ha detto, fra l'altro: "Domani vado a comprare Harun: ho convinto mia mamma a farmi un regalo". Scriveva Rainer Maria Rilke nei Quaderni di Malte Laurids Brigge: "Nell'infanzia, leggere mi sembrava una professione che si sarebbe assunta un giorno, più tardi, quando tutte le professioni si sarebbero presentate, l'una dopo l'altra". E questo può anche accadere, ovviamente, ma io metterei in guardia un ragazzino così, cercando di fargli arrivare prima di tutto il senso forte e profondo delle parole di Anna Maria Ortese (da un'intervista del 1977 pubblicata in appendice al' Iguana, Adelphi 1986): "Scrivere è cercare la calma, e qualche volta trovarla. È tornare a casa. Lo stesso che leggere. Chi scrive o legge realmente, cioè solo per sé, rientra a casa; sta bene. Chi non scrive o non legge mai, o solo su comando - per ragioni pratiche - è sempre fuori casa, anche se ne ha molte. È un povero, e rende la vita più povera". Più delle esortazioni e delle prescrizioni è questo che mi preme fare arrivare. Racconta Peter Bichsel, nel già ricordato Il lettore, il narrare, di essere diventato lettore per avere avuto la ventura di leggere un libro di Adalbert Stifter che nascondeva sotto il letto. "Avevo una gran paura che mia madre potesse trovarlo e pensare male di me, perché una storia del libro, Brigitta, mi aveva molto erotizzato, e me ne vergognavo. Se mia madre l'avesse trovato non avrebbe dovuto poterlo leggere, e se l'avesse potuto leggere non avrebbe dovuto trovarci nulla di male, nulla di pornografico. Ero diventato veramente un lettore, ed ero in un altro mondo, con altre qualità. Se qualcuno mi avesse introdotto allora nel mondo di Stifter - cosa che mi capitò molto più tardi, alle superiori, ed è per questo che posso esprimere un giudizio oggi - Brigitta non mi avrebbe certo eccitato, e non mi sarebbe capitato di leggere qualcosa provando la sensazione di non poterlo fare. Solo chi fa l'esperienza della lettura come di un mondo 'opposto' diventa lettore. E questa è un'opportunità che la scuola non può offrire, anche mettendoci tutta la buona volontà. Il leggere ha bisogno di momenti lunghi, di tempi lunghi, che non passano mai, di lunghi momenti di noia. Come potrebbe la scuola riuscire a produrre questa noia, o se preferite che lo dica in tono più piano: a permettere di prendersela con calma, con tutto comodo?" La tendenza che si va affermando anche nella scuola elementare è di segno esattamente contrario. Anziché elasticizzare il tempo, favorendo il nuotarci dentro fluttuanti, se ne prefigura e concretizza una segmentazione spigolosa e questo, alla faccia delle esortazioni ministeriali, è anche un atto concreto contro la lettura.

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