Linea d'ombra - anno XIV - n. 118 - settembre 1996

66 VEDERE,LEGGERE,ASCOLTARE come l'aveva sentita dalla voce di Shemuel Yosef Agnon: "Quando Bàal-Shem doveva assolvere un qualche compito difficile, qualcosa di segreto per il bene delle creature, andava allora in un posto nei boschi, accendeva un fuoco, diceva preghiere, assorto nella meditazione: e tutto si realizzava secondo il suo proposito. Quando, una generazione dopo, il Maggìd di Meseritz si ritrovava di fronte allo stesso compito, riandava in quel posto nel bosco, e diceva: 'Non possiamo più fare il fuoco, ma possiamo dire le preghiere' - e tutto andava secondo il suo desiderio. Ancora una generazione dopo, Rabbi Moshè Leib di Sassow doveva assolvere lo stesso compito. Anch'egli andava nel bosco, e diceva: 'Non possiamo più accendere il fuoco, e non conosciamo più le segrete meditazioni che vivificano la preghiera; ma conosciamo il posto nel bosco, dove tutto ciò accadeva, e questo deve bastare'. E infatti ciò era sufficiente. Ma quando di nuovo, un'altra generazione dopo, Rabbi Yisra'el di Rischin doveva anch'egli affrontare lo stesso compito, se ne stava seduto in una sedia d'oro, nel suo castello, e diceva: 'Non possiamo più fare il fuoco, non possiamo dire le preghiere, e non conosciamo più il luogo nel bosco: ma di tutto questo possiamo raccontare la storia'. E il suo racconto da solo aveva la stessa efficacia delle azioni degli altri tre." E poi a me sembra che - misteri della pedagogia - avendo a che fare con i bambini si impari più che mai che i conti veri e profondi vanno fatti, anzitutto e dopotutto, con la paura e con la gioia. E così il mio cuore pedagogico è il continuo pulsare di una frase di Heinrich Heine ("Da ragazzo lessi tanto che non ebbi più paura di nulla") e una di Elias Canetti ("Senza libri le gioie marciscono"). Inoltre sono venuto a sapere da Heinrich Boll (Terreno minato. Saggi 1977-1981, Bompiani 1990) che "leggere fa pensare, può farti libero e ribelle", e anche solo questo a me potrebbe bastare. Potrei forse dire che siano sostanzialmente queste le ragioni che continuano a indurmi a perseverare nelle già menzionate spregevoli azioni. Ma queste ragioni non riescono invece a indurmi a rivolgere nei confronti di chicchessia esplicite esortazioni a seguirmi. Queste ragioni non riescono a farmi passare alla prescrizione del balsamo. Ho sempre troppo presente la predica di don Culatta, riportata da Luigi Meneghello in Libera nos a malo (Feltrinelli 1963; ora anche negli Oscar Mondadori): "Bisogna - èssare - bòni". Predica sicuramente benintenzionata, ma è una predica che probabilmente hanno sentito anche i Pietro Maso. E poi, come potrà essere possibile che risulti convincente davvero nel proporre, che so, la lettura di Don Chisciotte, chi si produca in esortazioni senza avere qualcosa egli stesso di Don Chisciotte, e cioè qualcuno di cui si possa davvero dire che "tanto s'immerse nelle sue letture, che passava le nottate a leggere da un crepuscolo all'altro, e le giornate dalla prima al1'ultima luce; e così, dal poco dormire e il molto leggere gli s'inaridì il cervello in maniera che perdette il giudizio"? Quanti sono disponibili o intenzionati a "perdere il giudizio", cioè a spendersi davvero nel fare qualcosa che non porta alcun profitto immediato e tangibile, che non porta ad alcunché di misurabile? Perché leggere è inoltrarsi nel cammina cammina. Leggere è aprirsi alle domande. Leggere è cancellare il prezzo del tempo. Leggere è esporsi, mettersi in gioco. Gratuitamente. E i dati sulla lettura in Italia sono ben conosciuti, come ben conosciuti sono i dati su quanto leggano gli insegnanti. E aggiungerò anche, dolorosamente ma doverosamente, che Peter Bichsel, in Il lettore, il narrare (Aelia Laelia 1985; ora anche presso Marcos y Marcos), precisa di conoscere "addirittura alcuni professori che non sono dei lettori. Li si riconosce dal fatto che si lamentano fin troppo dei loro studenti che non leggono". E a me scappa molto da ridere, pensando a quanto e come, con quale pathos, certi insegnanti (potrei fornire nomi e cognomi e indirizzi) inseriranno nelle loro programmazioni le indicazioni o esortazioni o prescrizioni ministeriali relative alla lettura. Inoltre ho ben presente quel che raccontava in Fantasmi d'infanzia e di gioventù (Theoria 1992) William Butler Yeats, il quale diceva che "la materia nella quale andavo peggio era la letteratura, poiché leggevamo Shakespeare solamente per studiarne la grammatica". Potrei dilungarmi molto sulle perversioni derivanti dalla frequentazione coatta delle felicità. Mi limiterò a rinviare ancora una volta a qualche lettura. Per esempio al romanzo di Pawel Huelle, Cognome e nome: Weiser Dawidek (Feltrinelli 1990), là dove si racconta dell '"unica professoressa della scuola alla quale fossimo sinceramente affezionati. La signora Regina ci insegnava il polacco, non parlava mai dello sfruttamento, non ci sgridava e leggeva le poesie in modo così fantastico che quando Ordon faceva saltare in aria la ridotta con dentro se stesso e gli aggressori moscoviti, o quando il generale Sowinski moriva difendendosi a spada tratta dai nemici della patria, non c'era volta che non stessimo a sentirla con il fiato sospeso. Sì, probabilmente la signora Regina badava poco ai programmi didattici, e oggi gliene sono infinitamente grato". Oppure a L'amante (Einaudi 1990), di Abraham B. Yehoshua: "Leggevamo il Peer Gynt di Ibsen. Non lo studiavamo. Non stavamo a sviscerarlo, lo leggevamo soltanto, come se fosse a teatro. Ognuno aveva la sua parte. Era molto bello. (...) C'era silenzio nella classe. E io, anche se non capivo proprio tutto, me la godevo moltissimo, quella lettura. E d'un tratto entra in classe quella disgraziata segretaria, a disturbare". Nello scorso ciclo, dalla prima alla quinta classe elementare, io e i miei alunni abbiamo letto insieme delle storie. Con questa affermazione mi riferisco a una cosa molto circoscritta e precisa: libri di racconti e romanzi che io, docente, ho letto ad alta voce ai miei alunni. E questo esclude molte altre letture che si sono fatte in classe, come esclude tutto quello che ognuno ha letto per proprio conto, di propria iniziativa o dietro suggerimento, mio o di altri. E dunque noi a scuola leggevamo, e siamo stati bene, molto bene. Si rosicchiava il tempo qui e là, ci si sedeva in cerchio e io leggevo la storia. Leggevo la storia, inevitabilmente a puntate, sussurrando e gridando, emettendo rantoli di moribondo e grida incontenibili di gioia, singhiozzi e risate, balbettando e cantando: infilavo la voce nelle innumerevoli pieghe dei personaggi e degli eventi. Alla fine dei cinque anni ci siamo così ritrovati a avere letto un certo numero di libri (ottantatré), ai quali andrebbero poi aggiunte le poesie e filastrocche pescate in moltissimi libri, nonché un'infinità di singole fiabe popolari, favole, leggende, narrazioni di miti. È stata un 'attività di sconfinata complicità, un 'iniziativa appassionata contro la solitudine e contro la noia. E l'aiuto maggiore è venuto dalle belle storie, ma anche dalla memoria

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