VEDEREL,EGGEREA,SCOLTARE 65 vaso dall'aceto e dal sale e dal pepe di una lingua sferzante e corrosiva e che portava perlopiù a epiloghi in cui si sentiva sulla pelle l'intollerabile arsura delle fiamme infernali o il nettare a fiumi e folate delle beatitudini. Si trattava di storie da cui sembravano banditi gli esiti purgatoriali; per quanto intricata fosse la vicenda, per quanto problematico fosse il sentire e l'agire dei personaggi, il loro arrabattarsi in comportamenti eticamente difficilmente connotabili, la soluzione portava sempre a collocare chiaramente, senza possibilità di equivoci, gli uni nelle viscere della terra e gli altri ben oltre le nuvole. Finita la storia, la scala che la raccontatrice aveva percorso su e giù, se ne restava lì, spoglia e luminosa, come invito terribile e suadente a essere nuovamente percorsa. Io non capivo mai bene se si fosse trattato di una storia inventata oppure riferita alla cosiddetta realtà; quel che capivo è che ero rimasto incantato nel mio nascondiglio, e dopo mi riraccontavo le storie, con negli occhi e sulla pelle le vicende e le voci ascoltate. Ma quello che capivo soprattutto è che, fossero inventate o meno, quelle storie erano comunque vere. Vere perché fatte di sangue e di respiro, di voci vive, di sentimenti forti come la terra, forti come il vento, i rami, l'erba, le radici. Vere perché non mi lasciavano più. In casa non c'erano molti libri. C'erano, però. E soprattutto erano considerati con un atteggiamento che potrei definire di devozione. Non era una situazione come quella di cui parla Salman Rushdie in un saggio contenuto in Patrie immaginarie (Mondadori 1991), ma vi si avvicinava molto. Scrive Rushdie: "Sono cresciuto baciando i libri e il pane. Nella nostra casa, ogniqualvolta qualcuno lasciava cadere un libro o un chapati, una 'fetta', che era il modo in cui chiamavamo un triangolino di pancarré ricoperto di burro, era necessario non solo raccogliere l'oggetto caduto, ma anche baciarlo, come in segno di scusa per quel gesto insensibile di mancato rispetto". A casa mia non si arrivava a questo, ma non vi si andava molto lontano. In particolare c'erano alcuni libri che, con una circolarità che mi piacerebbe riuscire a ricostruire, tornavano regolarmente sul comodino di mia madre: / miserabili, I promessi sposi, I fratelli Karamazov. Essendomi sentito dire innumerevoli volte che si trattava di libri che avrei dovuto leggere solo quando fossi stato più grande, li ho a lungo desiderati, congetturando molto, in una complicata mistura di attrazione e timore. Ed è così che, in un periodo di assenza de/ miserabili dal comodino di mia mare, lessi l'immenso libro di Victor Hugo, in un'ebbrezza che non ho mai saputo decidere se attribuire al fatto di accedere finalmente al luogo proibito o al sentirmi molto grande oppure al fatto che trepidavo davvero per le sorti di Jean Valjean e Gavroche. Una funzione molto importante è stata svolta da un altro luogo che ho lungamente frequentato e si è ripetutamente connotato ai miei occhi come un'entità che racchiudeva gioie proibite: il Centro di lettura. Per chi non sappia cosa fosse il Centro di lettura, ricorrerò a quello che scriveva Andrea Zanzotto in Misteri della Pedagogia (una poesia contenuta in Pasque, Mondadori 1973): "Qui si somministra la dolcissima linfa del sapere/ anche a ore impensate/ e i fanciulli e i vecchi suggono/ è certo che apprendono al Centro di lettura". Anche a ore impensate, sì, e infatti io andavo la sera, dopo cena, a suggere un po' della dolcissima linfa in una stanza della scuola elementare del paese, dove si trovava rinchiusa in un armadio. In una nota alla poesia Zanzotto dice che "questi centri sono organizzati a cura del Ministero della pubblica istruzione per integrare le attività scolastiche delle elementari e sono aperti a tutti". Integrava le attività scolastiche delle elementari il Centro di lettura del mio paese? Non saprei; quel che so è che le non molte persone che lo frequentavano - avessero pochi anni come me o tanti come alcuni che ricordo - varcavano le ante dell'armadio con bagliori negli occhi e il cuore che pulsava nella gola. Per quanto mi riguarda aggiungerò che il Centro di lettura è un'istituzione nei confronti della quale coltivo una memoria devota: essa è però un miscuglio di gratitudine e rabbia, e quest'ultima per la reiterata, frustrantissima frase che mi ha raggelato un numero incredibile di volte: "No, quel libro lì non va bene per te, sei ancora troppo piccolo". Per mia fortuna andavo a prendere i libri del Centro di lettura con la mia sorella maggiore, e così succedeva che lei mi offrisse una complicità che mi permetteva spesso di accedere al proibito. E quel che pure lei mi precludeva, ma prendeva per sé, finiva poi non di rado per essere raggiunto, in una clandestinità che si dimostrava ogni volta troppo agevole per non generare almeno qualche dubbio sulla sua effettiva necessità. Ma il mio convincimento sulla straordinaria importanza delle storie si è continuativamente consolidato, per il contributo di numerosi altri raccontastorie, illetterati e non. Infatti, a quelle stregonesche narratrici, a quegli esempi domestici, a quei bagliori negli occhi dei frequentatori del Centro di lettura si sono aggiunti altri apporti. E da alcuni di essi, oltre al grande piacere che ne ho avuto per le vicende e le voci, ho anche ricavato fondamenti, per così dire, teorici. Uno di questi, per esempio, riguarda il quotidiano di ognuno, in ogni tempo e paese, e proviene da un racconto di lsaac Bashevis Singer, Nafta/i il narratore e il suo cavallo Sus (Salani 1992; ora anche nelle splendide Storie per bambini di Singer, pubblicate nella bellissima traduzione di Riccardo Duranti in due volumi presso Mondadori, 1995 e 1996). Dice infatti Reb Zebulun: "Quando un giorno è passato, non c'è più. Che cosa ne rimane? Niente più che una storia". E poi ce n'è un altro, e riguarda qualcosa come la storia dell'umanità, e ne parla Ursula K. Le Guin in Il linguaggio della notte (Editori Riuniti 1986), là dove afferma che "ci sono state grandi culture che non usavano la ruota, ma non ci sono state culture che non narrassero storie". Ma non ce n'è solo per l'umanità e i suoi giorni: ce n'è anche per Dio. Dice infatti il commissario di La tempesta di Emilio Tadini (Einaudi 1993): "Io credo che Dio abbia creato gli uomini perché lui adora i racconti. Che cosa se ne farebbe, siamo sinceri, Dio, non dico delle formule di un fisico, ma anche dei discorsi di un professore che venisse a parlargli del1'ente o addirittura dell'essere? Ma se qualcuno gli si alzasse davanti dall'abisso della propria miseria e incominciasse a dire con un filo di voce: 'C'era una volta', io credo che persino lui, l'Onnipotente, si metterebbe comodo, e si disporrebbe a ascoltare". Mille e mille potrebbero essere le testimonianze a riprova del fatto che quel che più conta sono le storie, ma in fondo forse potrebbe anche bastare il pensare a Sheherazad, che salva la propria vita raccontando, oppure a quella storia della tradizione orale chassidica che Gershom Scholem racconta in Le grandi correnti della mistica ebraica (Einaudi), riportandola
RkJQdWJsaXNoZXIy MTExMDY2NQ==