Linea d'ombra - anno XIV - n. 118 - settembre 1996

VEDEREL, EGGEREA,SCOLTARE 63 ELOGIODELLEAZIONI SPREGEVOLI Giuseppe Pontremoli Raccontare la mia esperienza di lettore con i bambini contiene in sé la necessità di partire un po' più da lontano, e include inevitabilmente anche il dire di almeno un paio di azioni spregevoli da me avviate in due diversi momenti della vita. Una cominciata quando avevo più o meno sei anni, l'altra all'incirca all'età di vent'anni. Per dire delle mie azioni spregevoli mi servirò però delle parole del direttore del "Premiato Collegio Minerva", il signor Tobia Corcoran, come racconta Silvio D' Arzo in Una storia così - racconto incompiuto risalente alla fine degli anni quaranta e pubblicato per la prima volta in appendice a un libro di saggi di Paolo Lagazzi, Comparoni e l' "altro". Sulle tracce di Silvio D' Arzo, Edizioni Diabasis, Reggio Emilia, 1992, e ora, presso le stesse edizioni, in una delle tre plaquettes (Lettere per Ada, Poesie, Una storia così) che formano il cofanetto cui il racconto citato dà il titolo complessivo -, il signor Tobia Corcoran dirigeva appunto il "Premiato Collegio Minerva" e non aveva nulla di strano se non questo fatto: "aveva in testa soltanto un'idea. (E non una alla volta, intendiamoci: no, il signor Tobia Corcoran sotto il suo vecchio cappello aveva quella e poi quella soltanto. [...]) Ed ecco qui la sua idea: 'Uno studente dai sei anni in avanti non può compiere azione più immorale, malvagia, spregevole, pericolosa, allarmante che leggere libri che non siano i tre libri di testo. E a sua volta un maestro dai vent'anni in avanti non può compiere azione più infamante, allarmante, pericolosa, spregevole, malvagia, immorale che far leggere libri che non siano i tre libri di testo'." Ebbene sì, dai sei anni in avanti ho letto ben altro che i libri di testo. E poi, dai vent'anni in avanti, giacché è da allora che ho cominciato a insegnare, ho fatto leggere libri che non erano proprio i tre libri di testo. A tutt'oggi vado a scuola ogni giorno, e poi ne ritorno, con il convincimento che quel che più conta sono le storie. Con tanti saluti al signor Corcoran. Sono stato indubbiamente un privilegiato. Nel piccolo paese della mia infanzia ho sentito infatti raccontare innumerevoli storie. Soprattutto ho potuto sentirne da voci svariate. Venivano dall'aldilà. Dall'aldilà del monte, beninteso, ma fors 'anche da qualche altro al di là, aldilà demoniaci e stregati, aldilà incantatori. Io ascoltavo, perlopiù di nascosto, inchiodato nel fascino e nella paura. Ascoltavo, ascoltavo le storie. Abitavo in un piccolo paese dell'Appennino Toscoemiliano. Là i miei genitori avevano un negozio: quando c'era qualcuno me ne stavo lì a guardare e ascoltare, a studiare i gesti e le voci - gesti e voci che io e le mie sorelle avremmo poi riprodotto, quando non ci fosse nessuno, in piena impietosa crudeltà. A volte però quel luogo era precluso in modo assoluto, con determinazione severa. Questo accadeva quando in negozio c'erano due persone particolari, due donne, completamente indipendenti l'una dall'altra, che rimanevano anche un'intera mattina ma arrivavano raramente, e a intervalli più lunghi nei mesi invernali, giacché arrivavano a piedi dall'al di là del monte e dovevano quindi fare i conti con la neve, le strade, le frane. Mia mare cercava ogni pretesto per tenermi occupato altrove, mandandomi di qua e di là con gli incarichi più disparati, e a volte dicendomi esplicitamente di fare qualunque cosa ma di non stare lì, perché quelle, diceva, erano brutte donne. Più difficile era l'esclusione dalle storie della levatrice del paese, che abitava nella nostra stessa casa e veniva molto spesso la sera in filoss e aveva un repertorio accentuatamente demoniaco. Io non capivo perché allora mia mare ascoltasse quelle "brutte donne", e con tanta attenzione, se poi la sera, io e le mie sorelle ufficialmente a dormire, raccontava a mio padre le loro storie. Il fatto è che loro, raccontando, pronunciavano parole d'ogni tipo, e bestemmiavano, anche, e rivolgevano a molti di cui raccontavano furibonde invettive inframmezzate da innumerevoli invocazioni a Dio perché li maledicesse e procurasse loro irrimediabili malattie e ogni immaginabile tormento per l'eternità. Pur ben sapendo quante distinzioni debbano essere fatte, ora associo sempre queste donne alle scerpellate e tignose e squarquoie e bavose e musute narratrici che raccontano le storie del Pentamerone di Giambattista Basile. Soprattutto le associo alla Gianna Xaviel di cui parla Joao Guimaraes Rosa in Una storia d'amore (Feltrinelli 1989; una delle sette storie di quel prodigioso Corpo di ballo che la Feltrinelli si ostina a non ripubblicare nella sua interezza): "Gianna Xaviel dimostrava una forza per dentro, un'inclinazione selvaggia. Quando lei cominciava a raccontare le storie, al chiarore della lucerna, la gente riceveva un imbalordimento di illusione"; "Gianna Xaviel si entusiasmava tutta. Una capacità, che nessuno regolava, s'impadroniva di lei, in certi momenti. Il re, il vecchio re, si teneva la barba, le mani piene di brillanti di oro di anelli; il principe amava la fanciulla, recitava affettuosità, esclamava e sospirava; la regina filava alla rocca e diceva il rosario; il tafe-zaf delle spade dei guerrieri indiavolava nell'aria lì davanti: la gente vedeva il brandire delle spade, che tinnivano, sfavillavano; sentiva tutti cantare le loro battute, il "suono della voce dell'uno e dell'altro. Gianna Xaviel diventava un'altra. Al chiarore della lanterna, c'erano momenti in cui lei era vestita con abiti sontuosi, il volto mutava, ingentiliva i lineamenti, anticipava le bellezze, diventava sembiante. Uno si distraeva, aereo dal contenibile della figura di lei, di quella - che era una bifolca di riva di fiume, grossa, scura, con una salienza di gozzo nel collo, donna piazzata nei suoi quarant'anni, nessuno di meno, senza educazione. Ma che ardeva ardore, si trasformava. Gli occhi prendevano di più, emettevano lucori cupi, aggredivano." Queste donne raccontavano fatti e leggende, avvenimenti e storie da fare tremare. Diavoli, stregonerie, maledizioni, inseguimenti, apparizioni, sentenze, punizioni, penitenze, miracoli, amori, dedizioni, vendette, perdoni, nascite, morti, assassinii, conflitti, apocalissi, furbizie, grullaggini, santi, madonne, cavalieri, folletti, bestie, mendicanti, malattie, guerre, rancori, agguati, salvataggi, eroismi: tutto condito forte, tutto per-

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