VEDEREL, EGGEREA,SCOLTARE 61 colo non vada oltre i primi anni sessanta: come se Pasolini non avesse negli anni successivi mutato posizioni e soprattutto tentato una nuova via di scrittura. Come se, dopo i romanzi romani e dopo Le ceneri di Gramsci, non avesse scritto più niente, o meglio solo zavorra: documenti di una disperazione molto privata in cui "il fondo sadomaso esplode in una patologia molto manifesta", tutti da dimenticare, ivi compreso Petrolio, "i cui risultati catastrofici si possono considerare l'equivalente di Salò". Insomma l'unica "figura" che Sanguineti sa riconoscere è quella, già catalogata, di un Pasolini dialettale e iperlirico, nostalgico del mondo preborghese, contro cui poter scagliare facilmente l'accusa di "anticapitalismo reazionario e romantico"; oppure, sul versante letterario, l'accusa di non aver fatto altro che una "registrazione neorealistica" di quel mondo in via di sparizione. Accusa tra l'altro un po' abborracciata, che trascura del tutto l'intreccio di realistico e di mitico in quel primo Pasolini - ma non è questo il punto di cui qui mi preme discutere. Il punto è che Sanguineti confina tutto il Pasolini successivo nella grande ellissi dell'attesa della morte: "Quando scoprì che tutto era perduto, rimase inaridito e disperato. A quel punto la morte non poteva che chiudere il cerchio". Io credo invece che proprio quest'ultimo Pasolini, scrittore "superstite", sia di straordinario interesse, non solo per chi voglia riconsiderare globalmente la sua opera, ma anche per ripensare in maniera critica l'idea di letteratura che ha guidato i nostri ultimi decenni. Certamente, è uno scrittore che si è visto crollare la certezza dell'iniziale poetica con cui aveva debuttato e ricevuto successo, ma è appunto questo crolJo che lo costringe a imboccare una "nuova assurda strada", non solo inedita ma, stando ai paradigmi correnti, impraticabile. II poeta friulano e il narratore delle borgate romane avevano una poetica certa, che si lascia schematicamente riassumere in tre punti: Gramsci, le culture "altre", il discorso indiretto libero (nel senso ampio che Pasolini dava ali' espressione). Questa poetica, che è appunto quella bersagliata da Sanguineti, dava ordine a molte cose: non solo dava al poeta una soluzione linguistica per parlare del mondo rappresentato, ma fissava anche il suo ruolo in rapporto a esso, in un certo senso legittimandolo: l'uso del dialetto in chiave mimetica era nello stesso tempo un'esperienza dell'altro e un'esperienza mitica, in una dimensione preculturale, vissuta con la nostalgia per ciò che sta per scomparire, dove lo scrittore trovava le sue radici e la sua ragione d'essere scrittore. Negli anni sessanta, per motivi che Pasolini ha fin troppo spiegato e razionalizzato, e che dunque non starò a ripetere, tutti quei punti di riferimento crollano: le culture del mito sarebbero state distrutte da un nuovo potere che rende tutti uguali e omologati, anche nel linguaggio; più nessuna ragione quindi per l'uso mimetico dei dialetti; più nessuna cultura "altra" in cui immedesimarsi. È la nota diagnosi di Pasolini sulle modificazioni apportate dal tardo capitalismo, della cui validità non è qui il caso di discutere. Qui mi interessa soltanto fissare questo punto: il senso di perdita che attraversa un po' ogni pagina dell'ultimo Pasolini: perso non solo il mondo da rappresentare, ma soprattutto la lingua con cui rappresentarlo. Lo scrittore non ha più un modo per parlare letterariamente del mondo. Insomma, Pasolini non ha più una poetica, ma nemmeno può sostituirla con un'altra. La crisi - ecco il punto più importante - non colpisce una poetica in particolare, sostituibile con un'altra; ma la poetica in generale, la possibilità PierPaoloPasoliniel1960. FotoFarabolafoto stessa di avere una poetica, cioè di vedere affidata a una certa soluzione stilistica e di impostazione di voce il senso della propria attività letteraria. Si è parlato spesso, per questi anni di trapasso, di caduta delle ideologie, e mai di caduta delle poetiche. Eppure se c'è qualcosa che si può sicuramente annoverare tra gli aspetti della crisi della modernità è proprio quest'ultimo (quanto alle ideologie, non sembra che siano mai crollate, come mostrano gli innumerevoli conflitti ideologici che stanno devastando il mondo). Le poetiche del resto non funzionano molto diversamente dalle ideologie. Esse forniscono quel complesso di ragioni che spingono un autore, o un gruppo di autori, a scegliere una certa forma di espressione piuttosto che un'altra. Ragioni che toccano spesso i massimi problemi: il rapporto tra linguaggio e realtà, tra arte e società, tra arte e istituzioni artistiche. Così, oltre che un programma operativo, la poetica è anche un concetto che implicitamente legittima una produzione letteraria. Essa dà allo scrittore una giustificazione di ciò che fa, e fissa il suo posto in rapporto al mondo, e alla restante produzione letteraria. È appunto questo sistema di certezze che l'ultimo Pasolini non ha più. Petrolio, da questo punto di vista, è un'opera tardomoderna, nata dal crollo delle poetiche. La rinuncia allo stile da parte dell'ultimo Pasolini non va intesa come semplice rifiuto dell'elaborazione stilistica, ma come impossibilità di assumere una poetica univoca. Ecco allora la scommessa sulla "parola diretta" (sì, proprio su quel "ragionamento in versi"
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