60 VEDERE,LEGGERE,ASCOLTARE ILCROLLODELLEPOETICHE L'ULTIMOPASOLINI CarlaBenedetti A vent'anni dalla morte, l'opera letteraria di Pasolini è ancora oggetto di disputa: non però la disputa delle interpretazioni, come succede a tutti gli scrittori elevati al rango di "classici", ma proprio quella sul valore. Ancora ci si chiede cosa sia "da salvare o da buttare" - per riprendere il titolo di una pagellina critica assai ingenerosa, che buttava quasi tutto, firmata da Renzo Paris su "l'Espresso" del 22 ottobre 1995, all'interno di un dossier dedicato a Pasolini. A spiegare questo trattamento, più unico che raro (Calvino, per esempio, era già un "classico" al momento della morte) non bastano le riserve legittime che ogni lettore può nutrire sul valore di questa o quell'altra opera di Pasolini. Non bastano nemmeno le polemiche che lo scrittore attraversò in vita, o le sue analisi sociali capaci ancora di sollevare discussioni. Io credo che ci sia anche un'altra ragione, che forse non è mai stata bene messa a fuoco: ed è che l'opera di Pasolini è in conflitto con l'idea di letteratura che è stata dominante in Italia negli ultimi decenni. Già il fatto di non poter essere letta come un testo separato dalla storia e dalle opinioni del suo autore è qualcosa che disturba il paradigma teorico-critico egemone, che nega all'autore ogni rilevanza all'interno della comunicazione letteraria. Secondo questo paradigma, nato dal mito strutturalista della morte dell'autore, ed ereditato pienamente sia dalla semiotica sia dall'ermeneutica, la letteratura non sarebbe altro che una fitta rete di testi, presi in un'."intertestualità dialogante": testi che dialogano con altri testi, lettori che dialogano non con gli autori ma con i testi. In questa idea di letteratura non può esserci posto per un autore ingombrante come Pasolini, che pretende di rivolgersi al lettore "direttamente e non convenzionalmente" (quanto diverso dal Calvino di Se una notte d'inverno un viaggiatore), fuori dal gioco protetto che ormai è diventata la nostra letteratura: un "autore reale" che si rifiuta di scomparire dietro le maschere narrative e le rifrazioni d'identità, dietro l'uso ironico della parola d'altri e della propria, che scommette su di un'impossibile parola diretta, che parla per convincere, per esprimere le proprie angosce o per lasciare testamenti. Ecco, se ci si chiede come mai l'opera di Pasolini a vent'anni dalla morte non sia stata ancora accolta stabilmente nella letteratura, la ragione che bisogna invocare è innanzitutto questa. Ogni idea di letteratura è una sorta di selezione entro i possibili letterari: ne ammette alcuni per escluderne altri. E anche l'idea di letteratura oggi dominante, in apparenza molto liberale, in cui tutto sembra essere ammesso (dai versi zoppicanti agli endecasillabi rimati, dai trattati manieristi ai romanzi rosa o d'avventura), in realtà è molto selettiva e si fonda necessariamente sul!' esclusione di certe possibilità a vantaggio di altre. Non tutto Pasolini, ma in particolar modo l'ultimo, quello di Petrolio, della Divina Mimesis, di Bestia da stile, di Trasumanar e organizzar, va a urtare contro alcune restrizioni, ma diciamo pure contro dei veri e propri tabù letterari della nostra epoca, di cui finora non ci siamo forse ben resi conto, ma che come tutti i tabù, diventano visibili nel momento in cui c'è qualcosa che li infrange. Del resto, è proprio quest'ultimo Pasolini il più bocciato dalle pagelle che continuano a comparire in riviste e quotidiani; oppure il meno compreso, il più misinterpretato. Giovanni Raboni, per esempio, scrive che Petrolio è un "saggio sull'impossibilità di scrivere un romanzo": definizione grossolana ma molto tranquillizzante, capace di sopire ogni rovello residuo attorno all'ultima opera di Pasolini, sistemandola in una casella in cui stanno in buona pace, da Musi! in poi, centinaia di romanzi o antiromanzi del Novecento. La definizione si trova ali' interno di un articolo intitolato Poeta senza poesia (anch'esso nel dossier dell "'Espresso") dove Raboni sostiene che Pasolini è stato poeta in tutto tranne che nelle poesie, nella narrativa e nel teatro. È stato insomma poeta nei saggi critici e filologici, nella teoria del cinema, nelle analisi sociali e di costume: vale a dire proprio dove non bisognerebbe esserlo. Ma, al di là di questa mossa retorica che addolcisce la svalutazione con un'apparente concessione al valore, quel che mi interessa notare è l' idea di letteratura su cui si basa un simile giudizio: un'idea di letteratura fatta passare come universale, quando invece è solo un'idea opinabile o, per meglio dire, un'ideuzza. Eccola: la poesia secondo Raboni non deve essere "discorso", non deve essere affidata agli "strumenti della descrizione e della dimostrazione", bensì a quelli "della suggestione formale e dell'ambiguità metaforica". La poesia non deve essere "ragionamento in versi", non deve analizzare, criticare e denunciare con lucidità, giacché "se questo è un grande merito per un intellettuale, non lo è per un poeta". Un simile enunciato, di per sé già discutibile, diventa poi un coltello di gomma se lanciato per colpire un'opera come quella di Pasolini, che palesemente rifiuta una tale idea di poesia e che, di questo rifiuto, ha fatto (o per lo meno ha cercato di fare) il suo punto di forza. Soprattutto nell'ultima produzione poetica e narrativa, Pasolini rifiuta quella "suggestione formale" che Raboni gli rimprovera di non avere; rifiuta di confezionare !'"oggetto estetico", sottraendosi persino aU'obbligo dello stile, ali' obbligo di essere una "bestia da stile". E ciò che lo spinge a tanto è un rovello che né Raboni né altri sembrano avere: tentare di "forare" la convenzionalità della scrittura letteraria. "Se io dessi corpo a ciò che qui è solo potenziale - si legge per esempio nella lettera a Moravia che chiude Petrolio - e cioè inventassi la scrittura necessaria a fare di questa storia un oggetto, dovrei per forza accettare quella convenzionalità che è in fondo giuoco". Esistono insomma delle ragioni non banali per cui Pasolini non è poeta come vorrebbe Raboni, dense di significati estetici ancora tutti da indagare e che, a vent'anni dalla morte, sarebbe ora di indagare, invece di compilare pagelline di scarso lume critico. Se Raboni va molto in fretta sull'ultimo Pasolini, Sanguineti addirittura lo rimuove. In un articolo intitolato Radicalismo e patologia, apparso sul numero 4/95 di "MicroMega", egli continua ad accusare Pasolini di uso neorealistico del dialetto, riferendosi ai romanzi romani, oppure di "iperliricità", riferendosi ai versi giovanili. Certamente a Sanguineti interessa parlare dei tempi di "Officina", in cui ebbe inizio la violenta polemica che oppose lui e gli scrittori a lui vicini, che si riconobbero nel Gruppo 63, a Pasolini (polemica che, evidentemente, stenta ancor oggi a raffreddarsi). Ma è significativo che l'unico Pasolini di cui egli discute letterariamente in quell'arti-
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