58 INCONTRI/LA CAPRIA no certo molti: Un giorno d'impazienza, che non è poi questo gran guadagno, e Ferito a morte che è un buon guadagno ma non è certo un capolavoro, come La montagna incantata o I' Ulisse di Joyce. E così ancora oggi mi domando che scrittore sarei, che persona sarei, se avessi lavorato, se non mi fossi lasciato sfuggire quei vent'anni dalle mani, come fossero sabbia o acqua di mare: avrei scritto altri libri? O libri migliori? O anche solo altri libri di narrativa? Anche se poi mi tranquillizzo dicendomi che tutto quello che ci accade ci doveva accadere e in un certo qual modo anche quei vent'anni sprecati fanno parte della mia formazione. E adesso che reazione hai a quello spreco, lo accetti serenamente oppure hai una sorta di ansia di recuperare, e sei alla ricerca del tempo perduto? Una reazione c'è stata, perché se prima producevo molto poco e scrivere mi costava fatica, mi dava addirittura quasi fastidio, adesso - da quando ho deciso di farlo con la naturalezza che mi appartiene - è diventato facilissimo, scrivo ormai quasi senza correzioni. Questo è un grande vantaggio, perché rende il rapporto con la scrittura meno penoso, purché resti nell'ambito del saggismo narrativo. Se devo concepire invece l'idea di una narrazione, di una struttura romanzesca che la sostenga, degli intrecci e dei personaggi, immediatamente la mia immaginazione si blocca. E questo può significare che ho un 'idea troppo alta di quello che dovrebbe essere un romanzo, oppure potrebbe voler dire semplicemente che la mia scrittura è ormai legata indissolubilmente al genere del saggio di carattere narrativo. E c'è, nella letteratura italiana contemporanea, tutta una vena di questo tipo: Flaiano, Savinio, Cardarelli, Landolfi, Manganelli, e più recentemente autori come Macchia, Garboli, Citati che sanno scrivere saggi che hanno la stessa piacevolezza di una narrazione, quelli cioè che Moravia chiamava "scrittori" in contrapposizione ai "romanzieri" (e che sono invece quegli autori che costruiscono i romanzi, e che, come degli ingegneri che devono costruire un palazzo, devono sapere tutto quello che riguarda le fondamenta o la struttura cementizia); chi invece scrive nell'altro modo, chi è appunto uno "scrittore", come diceva Moravia, è più simile a un artista, a un violinista che si deve preoccupare meno di cemento e fondamenta. Poi ci sono quegli autori in cui lo scrittore e il romanziere convivono: e in questa categoria credo di potermi mettere anch'io, perché quando io scrivo sento in me lo scrittore che dice al romanziere: "Ma come scrivi male, ma perché continui a scrivere questi romanzi?" e il romanziere allo scrittore: "E tu cosa credi di fare con tutte queste storie dove dici sempre 'io, io, io' e dici quello che tu pensi del mondo. Ma a chi credi che importi il tuo parere?" e poi "Ma io" risponde lo scrittore "mi esprimo meglio in prima persona, solo così riesco a dire veramente quello che penso ..." E vanno avanti così per ore, giorni, anni, e questa lotta dentro di me non finisce mai. In questo rapporto fra generi letterari che posto occupa la scrittura giornalistica? Io non faccio proprio nessuna differenza fra la mia scrittura giornalistica e la scrittura dei miei libri, anche perché spesso questi si nutrono degli articoli che scrivo per il "Corriere della sera" che, adeguatamente ritoccati e modificati, diventano l'ossatura dei miei libri. Mi ha dato molta vitalità il fatto di portare avanti, ormai da vent'anni, una collaborazione con un giornale importante come il "Corriere": la scrittura giornalistica mi permette di avere un riscontro quotidiano su quello che scrivo, perché subito, dalle telefonate degli amici, dal giudizio spontaneo e immediato proprio dei lettori del giornale, riesco a rendermi conto se ho scritto un buon "pezzo". Tutto questo mi dà fiducia non solo per il morale, ma anche proprio per la scrittura stessa, perché mi fa capire che posso continuare questa strada, che posso - forse devo - scrivere ancora in questo modo. lo credo sia davvero necessario collaborare a un giornale, e non tanto perché bisogna portare avanti una bandiera o chissà quali grandi ideali: di questa scrittura mi piace il mestiere perché aiuta anche I '"altra" scrittura. Ecco, credo di poter dire che in questa seconda parte della mia vita ho trovato il mestiere, e ho scoperto che è davvero gratificante. Certo, c'è stato bisogno di "conquistarlo", questo mestiere, con il lavoro di tutta una vita, perché ho dovuto lavorare molto per arrivare a scrivere in quella che ormai è la mia lingua, ad avere un mio gusto, a evitare di cadere in certe trappole della scrittura e del mestiere stesso: è stato un lavorio continuo, da castoro, che alla fine mi ha portato a raggiungere l'obiettivo, che è un po' la morale della storia dello zen e il tiro con l'arco. Alla fine posso dire di poter colpire il bersaglio quasi senza mirare. Certo, poi c'è chi colpisce un elefante e chi riesce a colpire una pulce, ma questo è un altro discorso. E la naturalezza che ormai hai acquisito per questo genere di scrittura non sei riuscito a trovarla nella scrittura narrativa: è questo che volevi dire? Sì, credo di sì, anche se per quanto riguarda la narrativa c'è un discorso più generale da tener presente. Io penso che noi italiani non siamo nati per scrivere romanzi: a guardare a tutta la storia della nostra letteratura scopriamo che in fondo i romanzieri che valgono davvero sono pochi. E possibile che ci sia una natura in noi che non è fatta per il romanzo. Il romanzo ha sempre al centro una coscienza che s'interroga, ma che s'interroga veramente, senza mediazioni, e s'interroga su questioni di vita e di morte, rischiando la vita e la morte. Ora, vedi, gli italiani sono accomodanti perché sono cattolici, non hanno un io che colloquia direttamente con Dio, e quindi non può per esempio chiedere perdono o chiedere indulgenza direttamente a Dio: fra un io e un Dio ci sta semplicemente la verità. L'io davanti a Dio non può crearsi (come faceva per esempio Fellini) una maschera, o fare una danza intorno all'obiettivo invece di centrarlo direttamente. Sto parlando di una coscienza puritana, che è certamente più adatta al romanzo di quanto non lo sia una coscienza cattolica, anche se in Francia o in Inghilterra per esempio ci sono molti scrittori cattolici (si tratta però di cattolici veri, "duri", quelli che credono davvero nel peccato, nel rapporto immediato con Dio). Per noi che siamo abituati a farci sempre perdonare i nostri peccati, e questi peccati per noi sono sempre veniali perché non riusciamo mai ad assumerci la responsabilità di un peccato mortale, ebbene credo che per noi ci siano poche possibilità di riuscire a creare un vero romanzo. Hai abbandonato del tutto l'idea di scrivere un romanzo? No, non è detto, può anche essere che in futuro riprenderò questo genere. Il fatto è che adesso tutti scrivono romanzi, non si sente proprio il bisogno di altri romanzi. Sono migliaia, ogni anno, e il fatto è che tutti sanno scrivere un romanzo. Intendo: tutti sanno come si deve scrivere: con una buona lingua, con delle belle frasi, con delle pagine che "tengono", con dei personaggi che fanno tutte le cose che devono fare, che si salutano come si
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