more, che era per me come la presenza di uno spirito amico, a Roma mi mancava moltissimo; e mi mancavano i risvegli su quelle giornate aperte sul golfo, e l'odore di ozono della giornata, e andare sott'acqua a pescare o anche solo a nuotare fra gli scogli. I primi tempi di Roma li sentii come una privazione di tutto questo, privazione che poi col tempo si attenuò, ma che è rimasta sempre nel fondo dell'anima, e dal fondo dell'anima si fa sempre sentire: e non a caso da questo sentimento hanno origine tutti i miei libri, perché tutti i miei libri successivi a Un giorno d'impazienza (che ho scritto per metà a Napoli e per metà a Roma), li ho scritti interamente a Roma, a partire da Ferito a morte. L'hai scritto a Roma, ma il raggio di sole con cui si apre Ferito a morte entra dalla finestra di Palazzo Donn' Anna ... Sì, è la finestra della mia camera di Napoli, e di quel piccolo raggio di sole è rimasto qualcosa che non riesce a sparire. Perché ognuno di noi nasce con un imprinting, ogni animale ha dei comportamenti, movimenti, atteggiamenti che sono inspiegabili razionalmente, ma sono entrati a far parte del suo istinto perché vengono ripetuti quasi automaticamente da generazioni. E così nel mio imprinting c'è questo raggiolino di sole, riflesso dal!' onda marina sul muro e tremolante, che rappresenta per me il ricordo di quelle belle giornate, di quel mare, di quei tuffi, di quelle nuotate, di quegli abbracci dell'acqua (perché il mare lo concepivo come un abbandono nelle braccia della natura, un abbraccio e un contatto che mi sentivo scorrere sulla pelle). Così ali' inizio sentii questa privazione che però nella vita pratica si attutì, perché mi sposai, ebbi una figlia, fui preso dalla praticità delle cose e degli eventi della vita di un uomo che appena sposato deve guadagnare i soldi per la famiglia, ma anche per comprare i dischi, o i mobili, o per andare al cinema o fare un regalo alla bambina: insomma la felicità e la miseria di chi comincia una vita dal niente ... Andar via da Napoli significò rompere i rapporti (anche economici) con lafamiglia? La mia partenza coincise tra l'altro con la crisi del commercio del grano e con la fine della concessione e l'inizio del monopolio statale, per cui mio padre non faceva più import-export per conto proprio, ma per conto dello stato: da dirigente di un' azienda privata si trovò trasformato in dipendente statale, e i carichi di grano che i vapori scaricavano al porto di Napoli li acquistava ormai solo per conto dello stato e non più per il suo consorzio. Questo significò che non poteva più mantenere anche me, che stavo a Roma, e quindi a me e alla mia nuova famiglia dovevo pensare da solo. Questo acuì il mio distacco dalle radici napoletane, sentivo che questo distacco era sempre più doloroso. Anche se sempre più necessario. Se fossi rimasto a Napoli non so cosa avrei fatto di me stesso, forse niente. Napoli è una città che ti ferisce a morte o ti addormenta. Io probabilmente sarei stato tutt'e due le cose: sarei stato uno che dorme tormentato da una ferita. Ma qualcosa cambiò con la pubblicazione del primo libro? Dopo quei primi anni di grande attività a Roma cominciò a pesare su di me il fatto che dopo il primo libro non avevo fatto più niente, non avevo scritto più niente. E dove era andata a finire la letteratura? Così, sul ricordo e sull'onda di quel raggio di sole cominciai a pensare a tutte quelle cose che avevo lasciato e scrissi Ferito a morte che è il libro della perdita della giovinezza INCONTRI/LA CAPRIA S7 mentre sei ancora giovane, di un presentimento che nella bella giornata sta come un'ombra che l'attraversa, ed è il presentimento che questa bella giornata non solo nasconde delle cose "nemiche" ma dura anche poco, e presto passerà. Volevo scrivere un libro che trattasse questi temi senza però incasellarsi nel filone del!' eterno rapporto del napoletano con la sua città, nei logori termini di una volta: volevo un romanzo con dei nuovi termini, basato su una nuova simbologia, su un nuovo modo di sentire e su un nuovo tipo di scrittura. Lo scrissi in quel modo non per delle precise ragioni estetico-letterarie di bellezza stilistica e di tecnica narrativa, ma semplicemente per una ragione di carattere morale, conoscitivo, espressivo: doveva essere al di fuori dei canoni di bellezza, del "come si compone un'opera d'arte" o di "come si scrive un libro", canoni condivisi dalla maggioranza dei miei concittadini, ossia il bozzetto, la cartolina, il lieto fine o anche il libro bello, ben scritto di un Rea, realizzato però sempre su un rapporto con la città configurato nei termini noti. Volevo invece trovare una via di rottura, un modo nuovo di affrontare la vecchia materia: usai quelle tecniche novecentesche caratteristiche di Ferito a morte che sono principalmente due: il sincronismo (che non esisteva nella letteratura meridionale) e il punto di vista multiplo, che permetteva a ogni personaggio di esprimersi per quello che era (e questo rompeva la paternalistica unità del punto di vista che, nel Sud, poteva essere quello unico del "padrone", ossia di una coscienza educata secondo la cultura meridionale), frammentando così non solo il punto di vista ma, conseguentemente, anche l'oggetto che veniva osservato, nel mio caso Napoli. Come hai realizzato, nel lavoro pratico di scrittura, tutte queste idee che avevi impostato teoricamente? Certamente tutto questo richiedeva una tecnica, infatti ho impiegato due anni a scrivere il romanzo (dal 1959 al 1960), e un tempo lunghissimo a maturare tutti i miei pensieri. Avevo dei quaderni di appunti su cui annotavo frasi, colori, descrizioni di un'alba, di un tramonto, di un'onda che s'avvolge: avevo fatto proprio come tante piccole prove d'artista, per pagine e pagine, per crearmi uno stile che fosse morbido e allo stesso tempo seguisse quelle tecniche novecentesche, ma senza quel taglio e quella "tecnologia apparente" che si vede nelle opere di molti grandi del Novecento: volevo che la mia mano, per così dire, scomparisse e scomparisse anche la struttura nel tessuto della narrazione, che volevo fosse un tessuto dolce, morbido, non duro. C'è stato un lungo periodo, quindi, tra l'uscita di Un giorno d'impazienza e l'inizio della stesura di Ferito a morte ... Una parte di quel tempo l'ho utilizzata per le mie collaborazioni alla Rai, e quindi per "mantenere la famiglia", ma in realtà non lavoravo poi così tanto. In definitiva, adesso posso dire di aver perso degli anni, tanti. Chissà che scrittore sarei se non li avessi persi ... Ho perso, proprio nel senso di averli sprecati, dieci anni fra il primo e il secondo libro, e altrettanti fra il secondo e il terzo. Non ho mai lavorato tanto, non sono mai stato uno scrittore come, per esempio, Calvino: no, non ero proprio uno sgobbone. Gli altri scrittori sono davvero sgobboni, scrittori infaticabili; sapessi quanto hanno lavorato gli altri più di me! Calvino, Parise, Pasolini, Moravia ... loro lavoravano tantissimo e io intanto non facevo niente, perché pensavo che la letteratura non m'interessava, forse anche perché non ero contento di quello che avevo fatto. Perché in vent'anni che ho perduto ho guadagnato solo due libri, che per uno che di mestiere fa lo scrittore non so-
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