56 INCONTRI/LA CAPRIA delle battaglie di Alessandro Magno e delle conquiste di Giulio Cesare: siamo tutti uomini piccoli condannati a delle piccole vite quotidiane e un destino universale. Però c'è sempre dentro di noi un altro richiamo, la tensione verso qualcosa di più grande e di più alto, e ogni tanto l'incontriamo nelle nostre vicende quotidiane, l'incontriamo al circolo nautico o in un vicolo di Napoli o su un divano mentre io e te parliamo ... Allora uno scrittore ha proprio bisogno della ferita, non può farne a meno. Sì, uno scrittore ha bisogno della ferita, ha bisogno di sentire di non appartenere all'enorme massa, di non fare tutto ciò su cui ognuno può essere d'accordo. Uno scrittore nasce per essere un critico della società in cui vive e quindi ci dev'essere per forza in lui questo disaccordo, questa scissione, questa discrepanza fra lui e la città in cui vive. Perché se lui l'assecondasse, se non ci fosse questa separazione, se lui "fosse d'accordo", non potrebbe scrivere i suoi libri: i suoi libri devono invece testimoniare continuamente di cose che in qualche modo mettono un po' di scompiglio in un ordine prestabilito, che se fosse assecondato sempre e da tutti sarebbe la morte. Per questo, per ogni vicolo c'è un circolo nautico, e per ogni Massimo c'è un Sasà: perché sono due tipi umani. Ci sono quelli che s'interrogano sulla vita e su se stessi, i Tonio Kroeger, quelli che sono nati per essere testimoni; poi ci sono i "beniamini della vita" come li chiama Thomas Mann, che non guardano la vita dal di fuori per interrogarsi sul suo significato, ma vengono "attraversati" da essa. Eppure gli "attraversati dalla vita" spesso sono invidiati da quegli altri che si sentono proprio come Tonio Kroeger, che una sera vide danzare due ragazzi bellissimi, con i loro occhi azzurrini da neonati, e mentre i ragazzi danzavano lui rimase in disparte a osservarli, e sentì che quella era la danza della vita e che lui ne era escluso per sempre. Quand'è che hai deciso di lasciare Napoli? È stato forse proprio quando hai sentito di correre il rischio di "essere attraversato dalla vita"? Ho lasciato Napoli nel 1952; sono venuto a Roma perché - uscito dalla guerra, congedatomi nel 1946, presa la laurea nel 1947, avendo cominciato a fare qualche lavoretto in quell'anno e avendo trovato solo una possibilità, e cioè le mie collaborazioni radiofoniche alla Rai (curavo una rubrica settimanale intitolata "I pomeriggi letterari") - da un lato avevo ogni settimana questo piccolo compitino che mi portava qualche soldo appena necessario a comprarmi le sigarette, dall'altro avevo l'immensa palude che era la vita a Napoli, che rappresentava un futuro senza prospettive per ogni ragazzo della mia età che come me voleva occuparsi di letteratura. E come me, una vita senza prospettive conducevano altri ragazzi della mia stessa generazione: erano Francesco Rosi, che voleva fare il regista ma invece era costretto a lavorare al catasto, in un ufficio orribile, e Giuseppe Patroni Griffi, che per mantenere la famiglia ebbe un posto al Consorzio agrario (grazie a mio padre, che ne era il direttore) dove stava tutto il giorno in una stanza a parlare del grano e delle sue tariffe, mentre avrebbe voluto fare il regista teatrale. Ora, tutte queste vite, se fossero rimaste a Napoli, si sarebbero perse, sarebbero affogate e morte in quella palude che era la nostra città. Ma un giorno uno di noi prese il coraggio a due mani, lasciò alle spalle la palude e si avventurò verso Roma: Patroni Griffi, che aveva acquisito una certa esperienza lavorando con gli alleati a Radio Napoli, trovò un lavoro alla Rai, a Roma. Francesco Rosi ebbe la possibilità di fare l'aiuto di Giannini, il regista che precedette Visconti nella raffinatezza dell'elegia teatrale, e venne quindi a Roma per girare Carosello napoletano insieme con Achille Milio e altri. Insomma chi prima chi dopo, chi con promesse poco solide chi con lavori un po' più stabili, tutti partirono alla spicciolata per lasciare Napoli e approdare a Roma. Ultimo partii io. Fui l'ultimo proprio perché avevo promesso ai miei genitori che mi sarei laureato, e volevo mantenere la promessa, anche se dopo la laurea avrei voluto comunque fare lo scrittore, e con questi progetti e senza avere né arte né parte, certo i miei non erano molto contenti delle mie scelte. E così presi la mia laurea in Giurisprudenza, anche se poi non ho mai preso l'habitus del giurisprudente, dal momento che le mie passioni erano altre: mi dispiace di non aver studiato Lettere perché da allora, non avendo mai appreso dai libri le basi della storia della letteratura, mi sono sempre considerato un "dilettante". Ma, in fondo, adesso che in Italia ci sono molti "professori", sembra che questa scelta sia stata un bene perché i dilettanti sono molto richiesti, e sono utili proprio perché portano una ventata di estrosità; e io spero, da dilettante, di riuscire ogni tanto a portare la mia piccola ventata di estrosità ali' edificio del sapere. E a Roma uscì il tuo primo libro... Sì, uscì quando ormai abitavo a Roma. A Capri avevo conosciuto Alberto Moravia, ed ebbi la possibilità di fargli leggere un mio manoscritto. Moravia lo avevo conosciuto personalmente, era un amico e amichevoli sono sempre stati i nostri rapporti, anche se lo consideravo un maestro, una persona da ammirare e stimare. Così gli feci leggere il manoscritto di Un giorno d' impazienza e a lui piacque molto, tanto che lo passò immediatamente a Bompiani. Bompiani lo lesse e dopo appena due mesi il libro era già pubblicato. Ma successe un piccolo incidente ed è per questo che già il mio primo libro fu una "falsa partenza": eccitato dalla novità di quel romanzo, Bompiani, che era l'editore di Moravia, lo fece uscire con una fascetta rossa, sulla quale era scritto in bianco: "Venti anni fa Gli indifferenti. Questi sono gli impazienti", creando quindi questo paragone esagerato fra un esordiente come me e un grande scrittore come Moravia, che io pensavo potesse rimanerne quantomeno seccato. Invece, mentre Moravia non se ne preoccupò affatto (anche perché, secondo me, vedeva che nessun pericolo poteva derivargli dall'accostamento), di questo approfittarono tutti i recensori di Un giorno d'impazienza. Non ce ne fu neppure uno che non sottolineò l 'audacia del paragone, e tutti ci andarono giù pesante. La cosa però non mi sconvolse più di tanto, perché in fondo ero già bravo da solo a denigrare il mio lavoro, non c'era bisogno che ci si mettesse pure i critici ... E nei tuoi primi anni romani cosa ne fu della "palude", com'era Napoli vista e vissuta dalla distanza? Sentivo una grande nostalgia per la natura di Napoli, per lo "spirito del luogo", perché a Roma vivevo sì in una città grande, storica, con un passato immenso che incontri a ogni passo, con un'architettura diversa, ma a me mancava soprattutto il mare. Col mare ho sempre avuto un rapporto particolare, essendo nato in un palazzo, Palazzo Donn 'Anna, che stava proprio dentro al mare: e ogni sera io per tutta la vita mi ero addormentato cullato dal rumore del mare, il fruscio meraviglioso dell'acqua che passa tra gli scogli, che diventava un rumore forte quando c'era tempesta (e siccome abitavo al primo piano qualche volta le onde più alte entravano addirittura dalla finestra). Ora questo ru-
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