Linea d'ombra - anno XIV - n. 118 - settembre 1996

partenze ha come tutti i libri un inizio, un centro e una fine, i pezzi di L'apprendista scrittore sono usciti sporadicamente, a distanza di anni l'uno dall'altro, ogni volta che scrivevo qualcosa e m'interrogavo su quello che avevo fatto. Perché dopo ogni libro mi domandavo: quali erano le mie intenzioni? Sono riuscito a esprimerle? Ne valeva la pena? Ogni volta mi facevo queste tre domande, che sono domande che altri tipi di scrittori forse non si fanno, ma di cui uno scrittore come me ha bisogno. Nelle altre letterature ci sono stati sempre degli scrittori che si interrogavano sulla propria scrittura e sul proprio mestiere, da Virginia Woolf a Joyce, dalla Lettera a un giovane poeta di Rilke ai libri di Thomas Mann, a Tolstoj a Dostoevskij. Ed è normale, perché in fondo questa è l'unica cosa che uno scrittore conosce: la propria scrittura. Hai giudicato il periodo della tua formazione come una falsa partenza, dunque. Adesso invece, guardando non più alla tua formazione ma alla tua maturità di scrittore, come giudichi questo cammino artistico? Le mie partenze iniziano ogni volta che inizio un libro. Io sono uno scrittore eternamente incipiente. Ogni libro per me è un inizio come se non avessi nessuna esperienza: ognuno presenta le stesse difficoltà, le stesse ansie, come se scrivessi per la prima volta. Questo determina in me una sorta di insicurezza, l 'insicurezza propria dello scrittore che comincia: questo non è un male, perché evita a chi scrive di ricorrere a delle soluzioni di mestiere, grazie alle quali tutto è più facile, perché le soluzioni sono già più o meno pronte. Quando comincio un nuovo libro io non so mai che libro sarà. Hai appena detto di cominciare a ogni nuovo libro, eppure hai sempre affermato che la tua opera è un unico grande libro e che ogni tuo romanzo o saggio è solo un capitolo di un'opera più grande. Come uno scrittore che fa un'ultima revisione del suo manoscritto, puoi dire quali sono i capitoli più riusciti del tuo "grande libro", su quali invece rimetteresti le mani, quali infine, se ce ne sono, vorresti del tutto cancellare? Ho già detto più volte, e lo ribadisco anche in questo nuovo libretto che esce per Minimum fax, che ci sono dei libri che ho scritto che non mi piacciono. Per esempio ho detto che non mi piace, o per lo meno non mi piace del tutto (anche se ammetto che contiene delle pagine buone), Amore e psiche, dal momento che corrispondeva a un 'idea della letteratura che poi si è rivelata in me stesso superata, e che però non per questo è superata in assoluto. Posso aggiungere che, nella mia produzione, ci sono dei libri che sono per così dire più importanti, e altri che lo sono meno, ma questo credo succeda per tutti gli scrittori. Io ho scritto finora dieci libri e di questi i più importanti sono Ferito a morte e L'armonia perduta. E poi c'è, tra i miei libri più recenti, Capri e non più Capri che, almeno nella sua seconda parte, corrisponde molto alla mia natura, e un altro, Letteratura e salti mortali, che manifesta molto chiaramente il mio sentimento della letteratura. Ma in generale posso dire che di tutti i miei libri nessuno mi sembra veramente un capolavoro; anche se tutti mi sembrano di buona qualità e di buona tenuta. Almeno, naturalmente, in rapporto alle mie possibilità, certamente non in senso assoluto. Più volte mi hai confessato che ti dispiace un po' il fatto di essere considerato generalmente "l'autore di Ferito a morte" ... E vero, perché in definitiva ho scritto dieci libri, ma nell'imINCONTRI/LA CAPRIA 55 magi nario della maggior parte dei lettori io resto l'autore di F erito a morte; e molti dei lettori di quel libro forse non sanno neppure che ne ho scritti altri: talvolta penso che lo sappiano soltanto gli "addetti ai lavori", quelli che s'interessano di letteratura. Ma siccome sono già pochissime in Italia le persone che leggono letteratura, e se poi da questi leviamo una buona fetta e lasciamo solo gli "addetti ai lavori", vedrai che se Manzoni diceva di avere solo venticinque lettori e Stendhal quarantacinque, io se sono fortunato potrei arrivare a quarantasei, ma solo perché oggi l'industria culturale ed editoriale è molto più diffusa di allora ... lo credo che il successo di Ferito a morte sia dovuto principalmente al fatto che nel suo protagonista, come in ognuno dei personaggi dei tuoi libri, oltre a riconoscersi senza grosse difficoltà un forte tratto autobiografico, è riconoscibile la sofferenza di un'età, l'irrequietezza di un'intera generazione ... Vedi, io credo che i miei libri rispecchino abbastanza fedelmente due bellissimi versi di Umberto Saba: "O mio cuore dal nascere in due scisso/ quante pene durai per uno fame". Ecco, questa scissione in due del cuore, questa ferita aperta, è proprio la caratteristica di tutti i miei personaggi, e principalmente del protagonista di Ferito a morte, e credo sia questa la ragione per cui molti sono legati a questo mio romanzo più che agli altri libri che ho scritto. Ma poi ha senso ricucire la ferita, non è innaturale "fare uno" di due cose separate? Penso ai tuoi libri: ha senso unire Uomo e Personaggio, passato e presente, Massimo e Sasà, Foresta vergine e Sabbie mobili, Bella giornata e Occasione mancata? In fondo un senso c'è, anche se si tratta non di unire ciò che è separato, cioè di arrivare proprio all'unione: nei miei libri io racconto il movimento verso questa unione. Perché l'unione significa la fine dell'angoscia, la fine dell'io diviso, la fine della pena data dalla ferita: il sollievo, insomma. Ma questa ferita, come la ferita di Filottete, è sempre aperta, sempre sanguinante: per questo il movimento, la tensione, l'obiettivo è quello di rimarginarla. La ferita del mondo, la ferita dell'uomo è naturale, è una ferita che tutti conoscono, ma che non tutti sentono con la stessa intensità, non tutti ne sono consapevoli allo stesso modo: è la ferita emblematica del Novecento, da cui nasce tutta la letteratura del nostro secolo, contraddistinta proprio dal fatto che il protagonista è sempre un io diviso. Quando l'uomo si è separato dalla totalità, questa separazione ha creato la ferita, perché la totalità era quella possibilità di credere in un'armonia universale in cui lui stesso era felice. Da quando si è saputo, con Galileo e Copernico, che non è vero che la terra è il centro di tutto ed è piatta e il sole quando tramonta cade dietro il mare, e che invece tutto quello che ci dicono i nostri sensi è un'invenzione, una fiaba, e i nostri sensi ci ingannano e noi non siamo il centro dell'universo ma una piccolissima parte errante nel buio vuoto stellare, ecco che questa ferita acquista un valore non più solo simbolico, ma storico, universale. E il valore della tua opera mi sembra proprio quello di essere riuscita a portare il senso storico, cosmico, di questa ferita, sui tavolini dei bar, nei circoli nautici, sulle spiagge affollate. E nella piccola quotidianità che accadono le grandi cose. O per lo meno è nella piccola quotidianità che abbiamo la possibilità di creare un rapporto con la storia, con gli eventi più grandi. Perché la nostra vita è fatta di piccolissimi eventi, non è fatta

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