54 INCONTRID'AUTORE Raffaele La Capria LAVITA Cl ATTRAVERSA Incontro conMarcoCassini Per me che ho un terzo esatto dei suoi anni, che ho iniziato a leggere i suoi libri non molto tempo fa, e che nel volgere di poche stagioni ho letteralmente divorato tutti i suoi testi, fino a convincermi del fatto che si tratta di uno dei maggiori scrittori contemporanei, avere la possibilità di stare a stretto contatto con Raffaele La Capria è uno di quei piccoli sogni che prendono forma e consistenza di realtà quasi per necessità, o per caso, ma inavvertitamente, e come se il confine fra l'idea (dell'incontro) e il suo realizzarsi siano conseguenziali. Negli ultimi mesi, avendo concordato di realizzare per la mia casa editrice un libro di La Capria (che è anche, come ogni suo libro, un libro su La Capria), sono stato spesso nella sua bellissima casa, nel centro storico di Roma, ogni volta sbirciando - come si fa per scoprire, unframmento alla volta, la vita privata, i gusti, le abitudini altrui senza doverlo chiedere espressamente - ji·a i suoi libri, o fuori dalla finestra che si apre su un panorama commovente, o sulla scrivania sempre ingombra di carte, ritagli, e dei quaderni su cui La Capria scrive a mano, con una stilografica nera, la prima stesura dei suoi libri, o ancora sulla macchina da scrivere - del tipico azzurro sbiadito Olivetti - per vedere cosa spunta dal rullo. Il primo ad accogliermi, ogni volta che arrivo, è Guappo, il cane dello scrittore, col quale in queste mie visite ormai frequenti si è instaurato un rapporto muto,fatto di qualche carezza, un po' di iniziale reciproca diffidenza che poi si èfatta amicizia. li rapporto con Raffaele La Capria invece è stato sin dal!' inizio molto diverso. L'ho conosciuto, come succede generalmente tra un lettore e uno scrittore, dalle pagine dei suoi libri. La lettura è stata entusiastica, quasi vorace: ebbi la fortuna qualche anno fa di trovare su una bancarella un'edizione economica dei Tre romanzi di una giornata e ne divorai subito il suo racconto più famoso, Ferito a morte, del quale avevo tanto sentito parlare ma di cui non conoscevo che il nome di qualcuno dei protagonisti: Massimo, Sasà, Guidino Cacciapuoti. Quindi niente timidezza o ritrosia, ma amore a prima vista, immedesimazione con i suoi personaggi che vuol dire poi immedesimazione con l'autore stesso, e - voluto, necessario, emozionante - l'incontro con lui, telefonico e anche epistolare, poi finalmente di persona, un paio d'anni fa, e persino, nel frattempo, una sorta di "pellegrinaggio letterario" sulle orme dei suoi testi, a Palazzo Donn' Anna a Napoli e sul Monte Solaro a Capri. li libro che esce in questi giorni èfrutto di uno scambio continuo di suggestioni, di idee, di proposte. Un entusiasmo quasi adolescenziale, il suo, sempre tenuto a freno da una forte timidezza e dal temuto "rischio del!' autocelebrazione" anche se in queste pagine di autobiografia letteraria l'autore "parla d'altro parlando di sé, e parla di sé parlando d'altro". Da qui abbiamo preso le mosse per la nostra conversazione. RaffaeleLoCoprio. FotoG.F Sonti/Controluce/Farobolofoto. li timore di un resoconto del tuo "apprendistato da scrittore" è suscitato solo dalla paura che l'operazione venga fraintesa e giudicata pretestuosa, o anche dal rischio intimo che il ripercorre la propria vita può comportare? Io trovo perfettamente legittimo farlo, perché è naturale che uno scrittore s'interroghi su quello che ha fatto. Soprattutto se si tratta di uno scrittore come me che si è interrogato continuamente per cercare delle risposte a quello che fa. Come diceva Gian Battista Vico: "io conosco facendo"; ecco, io ho bisogno di fare, e mentre faccio di scoprire perché lo faccio, e così conoscere quello che sto facendo. E non c'è nessun rischio in questo continuo ristudiare le proprie mosse? Ma non è poi quello che facciamo sempre? Noi non facciamo altro che interrogarci su noi stessi e su quello che stiamo facendo. L'importante è come lo si fa. Quando parlo di me stesso, lo faccio in perfetta buona coscienza, come se fossi un altro, o come se mi guardassi fare le cose che faccio e le giudicassi. Questo serve, per uno scrittore, a stabilire una specie di continuità e di memoria: questo tipo di memoria è fondamentale, e siccome la memoria non esiste se non quando c'è un giudizio, io questo giudizio lo esercito continuamente per creare una memoria di me stesso che è la mia continuità. Questo è molto necessario per me, ed è un movente disinteressato, direi. Già negli anni settanta, con False partenze, avevi affrontato il genere del!' autobiografia letteraria, e quindi ripercorso le tappe della tua vita e della tua formazione attraverso quelle pagine. Questo nuovo sguardo ali' indietro da dove muove, quali differenze riscontri tra quel resoconto e questo, vent'anni dopo? Mentre il primo era concepito organicamente, perché False
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