Linea d'ombra - anno XIV - n. 118 - settembre 1996

52 VEDERE,LEGGERE,ASCOLTARE te lo splendido apologo di José Saramago) che hanno distolto il loro sguardo vuoto dal sacro e dal dolore (e la comunione col divino è sempre comunione nel dolore), dal vero e dal giusto, dimenticando i doveri della responsabilità e della partecipazione, omettendo di dare da bere agli assetati (come invece la Winter impara a fare riempiendo la ciotola sacra del puma con un atto di fede assurdo e perciò imprescindibile) e riducendo il mondo e i valori in un immane "immondezzaio". Come dice il professor Op in una visionaria e perciò lungimirante lettera-manifesto indirizzata (non a caso) al presidente Lincoln, colui che nel tentativo di sanare la frattura della questione razziale subì, morendone, la scissione armata e fratricida del suo popolo: "il Mondo, Signore, solo apparentemente è l'Utile e il Visibile. Dietro i suoi confini scintillanti, nelle profonde notti d'estate, regnano l'Inutilità e la Grazia, la Gioia e la Dolcezza assoluta. Tutto ciò che è eterno, che conforta quanti attendono nella disperazione, tutto ciò che è piccolo e che è in attesa del Padre". LEGGEREDAVVERO ' EuTORNAREA CASA" Antonella Anedda Ci si sente leggendo queste poesie come il conte protagonista de l'iguana. Pensate a una persona che davanti a una creatura non attraente, anzi, metà umana, metà bestiale, guardandola davvero e vedendone tutta l'inermità ne scopra improvvisamente la luce, quella bellezza fino allora velata, accantonata dallo sguardo del mondo. Voglio dire che una prima lettura di Il mio paese è la notte può lasciare stilisticamente perplessi per certi arcaismi, per certi tributi letterari molto evidenti, per un altrettanto evidente disinteresse al ritmo. Poi invece, proprio mentre si legge, il pensiero di dolore che affiora da questi versi è così forte, così vero da travolgere ogni riserva e da incantare, rivelando una bellezza verticale, luminosa, insostenibile. C'è dalle prime alle ultime raccolte, cioè dagli anni trenta (Tu vai, tu vieni è del 1933) agli ottanta (Di notte è del 1980) un elemento che resiste, che scorre, accanto, non oltre o dopo, la prosa ed è una necessità di giustizia e di espiazione che sostiene (e annienta) Jimmy Opfering, la sua vita di offerta e sacrificio, in Alonso e i visionari. È come se quelle "composizioni ritmiche" (così le definisce l'autrice nell'introduzione) fossero la traccia di un passaggio più ampio, di un orizzonte diverso, forse l'annuncio di quella seconda natura, di quella "patria" - come la chiama Anna Maria Ortese che l'inganno del mondo rimanda o tiene distante e che può essere raggiunta "solo patendo l'universale umile patire ..." Davvero allora leggiamo e pensiamo che tanto strazio, peso e responsabilità nei confronti dell'esistenza non possono che dilaniare, che un così arduo trascorrere da realtà a sogno, da vita interiore a mondo che ferisce e si impone, lascia chi è fuori da questa traiettoria in un'impotenza che sfiora il nulla e gli angeli e i demoni. Anche in queste poesie spira - sono ancora le stesse parole di Ortese in Alonso e i visionari a proposito di Opfering, un "vento di rovina", un vento di carità che coincide con una sincerità tremenda, un'esposizione senza scampo alle offese della storia reale. Anche in queste poesie regna l'inumano, che certo può essere letto come una tentazione gnostica, ma che qui è invece l'umano nella sua inermità, la punta più estrema di ciò che è indifeso perché senza parola, come la piccola iguana gettata in un'oscurità indicibile, come i lumi dolorosi del Porto di Toledo, come il piccolo puma in Alonso, e Hieronimus dalle orecchiette a punta nel Cardillo. Creature addolorate e mute che sono realmente la disperata invocazione di giustizia di Anna Maria Ortese. E c'è la meditazione dolente del distacco, la pena mai sopita della separazione dai vivi e il ritorno non visto, silenzioso e difficile dei morti. Manuele, una delle liriche giovanili (della raccolta intitolata Tu vai, tu vieni), è il racconto di una morte, quella del fratello dell'autrice, dunque la storia di un abbandono, di una scomparsa ma anche l'intuizione struggente di un ritorno che "non si vede", ignoto a chi ancora resta fra persone e cose. Il ritorno che non si vede è infatti il titolo di una lirica di questo periodo, dove l'immagine del colletto azzurro da marinaio che balena per le scale per l'ultima volta si sovrappone a quella di un'ombra che passa inosservata e vorrebbe restare, ma viene scacciata dalla luce di un lume, da un oggetto del mondo che solo il mondo contempla. È il richiamo di una realtà più forte del deserto dei cieli che spinge i morti di nuovo nella vita. Come le anime "esaurite, sottili" che in Grande uomo rosso che legge di Wallace Stevens tornano sulla terra per desiderio e si stringono intorno alla presenza viva e rossa del poeta: "C'era chi tornava per sentirlo leggere dal poema della vita / della pentola sulla stufa, la brocca sul tavolo, i tulipani. / Erano quelli che avrebbero pianto pur di rientrare scalzi nella realtà ..." Nell'abbandono, nell'esclusione, nella morte rifonda la grande riflessione sul male che è davvero la spina di tutte le opere della Ortese. Non è poi così frequente che una scrittura si ponga davvero davanti a questo problema, né che faccia di questa meditazione una fedeltà che non ceda, pagandone lo scotto, a compromessi estetici. La teodicea di Anna Maria Ortese non conosce conforto; conosce, anzi descrive il lamento: un lamento puro, senza redenzione "nel petto carcerato" - che si replica ogni giorno sapendo che non ci sarà consolazione fino a,che resterà sulla terra anche la più piccola offesa. E un ammonimento che negli anni sembra farsi più forte e scavalcare anche quella luttuosa adolescenza, quella fanciullezza che passa piangendo, ombra di un'ombra, corpo sottile come la farfalla di un'altra tremenda, bella poesia di questo libro. Questo è l'orrore che sale dalle crepe della scrittura nei romanzi e che è davvero quello di un Cristo morto, livido, morto per sempre come sbarrato fuori da ogni resurrezione, per sempre deposto su pietra e terra come il Cristo di Mantegna. Questo è l'orrore che si percepisce anche in queste pagine.

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