Linea d'ombra - anno XIV - n. 118 - settembre 1996

VEDEREL,EGGEREA,SCOLTARE 51 di misericordia e d'immaginazione, misantropa (ma non incapace di amare), istintivamente razzista, abitudinaria e amante dell'ordine borghese, delle chiare regole dei benpensanti. Ma il contatto con Jimmy Op - come affettuosamente lo chiamano gli amici - è destinato a mutarla radicalmente, a essere per lei rivelazione e disvelamento. Op è un uomo buono: questa è la sua "malattia". In quanto tale egli è "perduto". All'umanissima debolezza dell'amica Stella Winter, egli contrappone una disumana virtù che lo condanna alla follia e quindi alla morte. Così come alla severa limpidezza di Op si contrappone il sinistro rigore intellettuale di Decimo, cattivo maestro e maestro cattivo (cui tuttavia la Ortese, da grande scrittrice, non nega umanità, credibilità e qualche pietosa giustificazione), altero e astratto (fin nel nome) teorico di una feroce supremazia della mente su ogni sentimento e di un iracondo prometeismo vagamente freudiano. Egli ha elaborato una sorta di filosofia del distacco: allontanato da Dio per ignote ragioni, l'uomo si dilania in questa memoria adorante del padre che non lo volle, e non può avere altra salvezza che il rifiuto del padre stesso. Da qui l'esaltazione e l'invocazione di una nuova umanità fatta di orgogliosi distruttori ribollenti di vita, una nuova generazione iconoclasta e pregiudicata, priva di scrupoli e vincoli morali, che rimuova ogni pietà, ogni limite, ogni impegno o responsabilità, e goda dissennatamente della sua barbarie arrecando dolore e provandone libidine. Contro questa teologia rovesciata del distacco e della perdita, Opfering (cioè "offerta", ma - azzardo - in quell'Op c'è forse anche la radice di un'opposizione al male e all'errore che ben si coniuga con l'utopismo ingenuo e infine demente del personaggio), ha sviluppato un'opposta teoria che nega ogni separazione, ogni soluzione di continuità: non tra la cultura degli Usa e quella dell'Europa, non nella realtà, in cui "nulla si perde o si divide", non nell'amore, che è cosmico, non nella vita, che è continuo mutamento. Op è quindi portatore di una cultura della comunione, mentre Decimo - esponente di quella che un personaggio minore del romanzo definisce la schiera degli "uomini in lutto" - afferma quella della divisione. L'uno si offre, l'altro si nega. Op si sacrifica, donandosi come capro espiatorio la cui missione è riparare al male inferto al cucciolo, al puma, ai deboli, agli innocenti, ai bambini, agli animali, al mondo tutto, immenso grumo di sofferenza. Decimo - quasi incrocio di Faust e Mefistofele - istiga invece alla violenza, a una ribellione luciferina che si ritorcerà infine contro lui stesso (giacché il figlio/discepolo Julio, sanguinario leader terrorista, sarà la causa diretta o indiretta della sua morte). In questa speculare contraddizione di bene e male raffigurata dai due intellettuali, Stella Winter è l'arido inverno delle anime senza passione (Op s'ammala in casa sua, colto da brividi e febbre da cui non guarirà più), dei pavidi, dei rinunciatari, degli ignavi che non sanno opporsi al male e si rifugiano in una quieta e modesta moralità formale. Ma, grazie a Op, anche Stella riuscirà a redimersi e a rivolgere la sua preghiera al Cristo/puma, al piccolo redentore di un regno animale che si umanizza, si ammansisce, mentre l'umanità si ferinizza e smarrisce il valore della mitezza. Il puma è padre e figlio, angelo e messaggero del cielo, creatura d'aria che non di meno ha un corpo che soffre le ferite e la sete, agnello che monda i peccati e "cane bianco" (nome che assume anche Op) randagio per le vie di Genova, mistero metamorfico che viene perseguitato, muore, risorge e, invisibile, ritorna, annunciando la provvida mutazione del feroce in inerme. Il puma della Ortese (che anch'esso ha il suo doppio nel fantasmatico e indefinibile domestico spagnolo Alonso Torres) sembrerebbe avere qualche consonanza con altre immagini letterarie di felini: le tigri dorate di Borges (simbolo di una lungimirante cecità che varca la soglia d'ogni inizio e d'ogni fine) e soprattutto il leopardo (o meglio, la sua "carcassa stecchita e congelata") che si trova in apertura del racconto di Hemingway Le nevi del Chilimangiaro. Hemingway stesso rammenta al lettore che la vetta del più alto monte africano è denominata dagli indigeni "Casa di Dio", e che nessuno ha mai saputo spiegare che cosa ci facesse un leopardo a quell'altitudine. A livello simbolico il puma Alonso non ha né l'ambiguità della balena bianca di Melville (per citare un assoluto capolavoro) né la valenza negativa dei cani neri da McEwan (per citare invece un libro mediocre di cui si salva solo questa suggestiva epifania del male). Il puma della Ortese è un redentore e un salvatore del mondo animale che rimanda a un dubbio espresso splendidamente nell'Ecclesiaste: "Chi sa se lo spirito dell'uomo salga in alto, e quello delle bestie scenda giù sotto terra?" Feconda apertura etica sulla quale ha ben riflettuto Marguerite Yourcenar, mostrando come il cristianesimo avrebbe avuto nella sua tradizione vasta materia per assecondare - anziché la trista supremazia di Adamo - una solidarietà amorevole fra uomo e animale. Si pensi - per citare soltanto gli esempi più noti riportati dalla scrittrice belga - al bue e all'asinello di Betlemme, al leone di san Girolamo, al cane di san Rocco, al lupo, agli uccelli e ai pesci di san Francesco, a san Biagio protettore delle creature del bosco, alla preghiera per gli animali di san Basilio: "Vi erano nel cristianesimo tutti gli elementi di un folclore animale quasi non meno ricco di quello del buddismo, ma l'arido dogmatismo e la priorità data all'egoismo hanno prevalso". Con questa figura sovrumana e nel contempo subumana del puma/messia, la Ortese ci consegna un libro visionariamente religioso e cioè pervaso dalla grazia: un libro che annuncia la sacralità pagana e animista della Terra in un'epoca in cui essa è stata del tutto profanata e si accinge a essere irreparabilmente distrutta, e insieme l'avvento di un cristianesimo e di un umanesimo rovesciati eppure integri nella loro compiuta valenza rivoluzionaria. Ma ci consegna anche un libro civile (come d'altronde sempre sono anche gli stessi libri sacri) che ci solletica a una riflessione sul tema attualissimo della visibilità come accettazione del mondo così com'è (conformismo), del male che vi compie (complicità, connivenza), dell'apparenza di false verità (acquiescenza, omologazione) così come ci vengono propinate dal sistema dei media, dal realismo volgare delle classi dominanti, della televisione, del giornalismo (conto cui la Ortese infligge sferzanti e sprezzanti giudizi). La civiltà dell'immagine, basata sulla supremazia del sembrare sul!' essere, è anche una società di ciechi (e viene in men-

RkJQdWJsaXNoZXIy MTExMDY2NQ==