50 VEDEREL,EGGEREA,SCOLTARE porto (anche qui per giungere a unità) tra due mondi e due letterature, il risultato assai convincente di una miscelazione tra i modi della nostra letteratura e cultura e quelli latinoamericani, in particolare parlando di "un paese pieno di italiani che non sono più tali" per scrivere in un italiano che non è più tale. Il cuore del romanzo è più nascosto, ed è, credo, nella fascinazione che una colta donna italiana, che deve esser stata adolescente al tempo del terrorismo, ha avvertito per la violenza e per, diciamola brutalmente, il maschio che spara in nome di un ideale molto dichiarato e assai poco meditato. Non aver affrontato più chiaramente questa parte fondamentale della vicenda, averla anzi respinta e coperta, è l'unica riserva che mi sento di fare a un esordio d'alto livello, che sa invece parteciparci "la vertigine della giovinezza" e, soprattutto, splendidamente, "il miracolo dello stupore". IL PUMA REDENTORE Marcello Benfante "né più mi occorrono le coincidenze, le prenotazioni, le trappole, gli scorni di chi crede che la realtà sia quella che si vede" Eugenio Montale Soffocata dall'insulsa pletora dei giovin-scrittori e dai loro - non meno perniciosi - esegeti, la nostra letteratura finalmente rifiata e per un attimo si rivitalizza grazie all'apporto splendidamente senile del nuovo capolavoro di Anna Maria Ortese. Alonso e i visionari, da poco uscito presso Adelphi, è un libro di cui si avvertiva il bisogno (dopo l'incompiutezza postrema della Di Lascia, che ha avuto il merito di riprendere la grande lezione morantiana e il limite di non riuscire appieno a rielaborarla) in un panorama narrativo come quello italiano che sembra ormai incapace di indagare con il rigore e la vastità di vedute necessari il conflitto e il dolore universali, e si appiattisce invece nelle miserrime dimensioni di un formalismo e di un cronachismo altrettanto vuoti. Tutt'altra aria, invece, si respira in quest'ultima accorata e straordinaria opera della Ortese. Tutt'altra luce promana da questo libro oracolare che rifulge di miracoli e miraggi, oppure così fortemente abbarbicato alla realtà, la cui chiave di lettura (o almeno una delle tante possibili di un'opera così complessa pur nella chiarezza pedagogica del suo impulso etico) sta forse nelle parole dello scrittore russo - vittima delle persecuzioni del regime sovietico - Iosif A. Brodskij riportate in frontespizio. La conoscenza della natura, della vita, del mondo è possibile soltanto seguendo quelle labili "tracce" che sono le "allucinazioni". Questa è l'avvertenza con cui il libro si apre. Non attraverso la ragione positivistica possiamo penetrare e interpretare la realtà: ma nemmeno, ovviamente, attraverso la stagione, l'irrazionalità, il delirio insano della follia distruttrice. Bensì - ultima salvezza - grazie all'illuminazione dei visionari che supera l'illuminismo meramente meccanicistico, che è luce d'amore, di carità, di partecipazione, di solidarietà universale. La ragione che con superbia "scientista" guarda verso un malinteso progresso è un freddo e spietato armamentario di distinzioni, separazioni, scissioni a cui sfugge il senso vero della vita. Per cogliere quest'ultimo invece un'anima che unisce, che coglie l'uguale nel diverso, che riesce a seguire il continuum metamorfico del reale, a vedere l'invisibile, ciò che "non visto, verrà". Non a caso Ortese cita ripetutamente il filosofo statunitense Ralph Waldo Emerson riallacciandosi ai grandi temi del trascendentalismo (la natura come incarnazione dello spirito divino e in quanto tale sacra e inviolabile), ma più che in una chiave mistico-panteistica - mi sembra - riprendendo le implicazioni di ribellione morale care, per esempio, a un Thoreau, da cui scaturisce il moderno ambientalismo, la convinzione che ogni offesa recata al creato, alle sue creature, sia offesa alla vita stessa nella sua proteiforme articolazione. Il fascino di Alonso e i visionari sta proprio in questo intreccio e in questa stratificazione di motivi filosofici, sia gnoseologici sia etici (il senso del mondo è decifrabile ma non tramite gli strumenti ermeneutici dell'odio e della contrapposizione), ma anche politici (l'animalismo e la condanna del terrorismo, per esempio), ed estetico-letterari (la frantumazione relativistica del vero storico, ottenuta attraverso la frammentazione narrativa, in gran parte epistolare e soggettiva, e una sorta di ribaltamento continuo delle apparenze, che però non approdano a un nichilismo intellettualistico, ma a una adesione pascaliana alle verità del cuore). Alonso e i visionari è una favola metafisica. Come tutte le favole ha per protagonista un animale ("questa, però, non è una storia di animali", avverte la Ortese), un cucciolo di puma travato in un deserto dell'Arizona e chiamato Alonso (nome fatidico che si ripete e ritorna come negazione antitetica o come una sorta di reincarnazione) che diventa il fulcro e l'anima di una vicenda piena di risvolti e strazianti, ma anche pervasa da un intenso lirismo. Nell'intreccio - una sorta di allegorico giallo disseminato di indizi metaforici, di simbologie, di emblemi, di un greve e angosciante senso misterico - confluiscono tre personaggi principali: la narratrice Stella Winter, una signora americana, ormai alle soglie della vecchiaia, che vive in Italia: il professor James Opfering, suo connazionale, uomo ipersensibile e candido, animato da un appassionato idealismo; il professore Antonio Decimo, amico e corrispondente del collega americano, ma lontanissimo da questi in spirito, e come invasato da una volontà blasfema di distruzione. La Winter - grimaldello attraverso cui la Ortese consente gradualmente, con faticoso apprendistato, al lettore di scardinare una visione del mondo gretta e menzognera - è una donna mediocre ma consapevole dei propri limiti e capace di riscatto. Ella stessa si definisce e si riconosce una persona avara, priva
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