VEDERE,LEGGERE,ASCOLTARE 49 UN ANARCHICO, TRA ITALIA EARGENTINA ILROMANZODIMARIALUISAMAGAGNOLI GoffredoFofi Tra i molti mediocri e troppo lodati esordi dell'anno il migliore, assieme a quello di Tiziano Scarpa, che si muove su un registro totalmente diverso e di cui sarebbe difficile prevedere cosa gli seguirà, mi è parso Un caffè molto dolce (Bollati-Boringhieri, pp. 257, lire 32.000.) della ligure-milanese Maria Luisa Magagnali. Di lei si è parlato poco, ed è un'ingiustizia. Un caffè molto dolce è un romanzo anomalo, per le nostre lettere. Appare molto meditato, costruito, limato, è stato messo a punto con evidente ostinazione artigianale, per trovare il tono giusto, l'equilibrio delle parti, il linguaggio preciso che la vicenda meritava. E poi ha una vicenda non indifferente e non qualsiasi, non minimale o generica. Narra di una fascinazione e l'autrice vi parla in prima persona, riuscendo a trascinare il lettore nel flusso di questa fascinazione, anzi ossessione. Le è capitato, come a volte agli storici, di innamorarsi di un morto, e di volerne sapere tutto, di volerne conoscere e svelare il mistero. Attorno a pochi dati e a una foto, un personaggio reale le si impone e le chiede venir narrato: Severino Di Giovanni, un anarchico nato a Chieti, sbarcato a 23 anni in Argentina, diventato editore, rapinatore e assassino, catturato e ucciso nel 1931 a trent'anni e divenuto una sorta di mito nazionale della cultura popolare argentina e portegna, l'altra faccia, a ben vedere, del mite Gardel voce del tango. "Credevamo che il mondo fosse fatalmente destinato a camminare verso l'uguaglianza sociale, lentamente ma fatalmente", dice, rievocandolo, un vecchio che l'ha conosciuto, e che l'autrice incontra nel corso del racconto, "A noi spettava solo il compito di accelerare il processo". L'impazienza di Severino lo spinse al rapporto più stretto tra parole e azione. Scrisse: "Il nostro comportamento deve essere da ribelli. Dobbiamo armarci senza tanti dubbi, alla cieca. Per fronteggiare l'alluvione non si può procedere per il sottile, ma è necessario sfruttare tutte le forze alla nostra portata". Questo gli mise contro i suoi stessi compagni di fede e lo isolò spingendolo in avventure che furono dapprima rapine (per trovare il denaro per la sua minuscola casa editrice che voleva diffondere in Argentina gli scritti del saggio Kropotkin), e poi assistito da pochi, attentati finché la dittatura argentina del tempo non lo catturò e mise a morte. Tra i pochi che lo seguivano c'era una giovanissima, América, per cui aveva lasciato la moglie, e i fratelli di lei Paolino e Alejandro. L'autrice è affascinata da Severino perché nell'Italia delle Br dice (fuggevolmente) di sentirsi sgomenta per gli eterni ritorni della violenza e del suo mito come della sua storica inutilità. Ma afferma di essere chiamata da manifestazioni diverse da quella della politica o della storia e che a chiamarla è Severino medesimo, che lei vede e sente, e che la trascina in un mondo al limite del fantastico e del parapsicologico che è anche non dichiarato, il mondo della grande letteratura latinoamericana nella sua vena "real-meravigliosa" più europeizzante (Borges appunto, cui sembra essere un omaggio un capitolo tra i più belli del libro, quello del cerchio delle vendette tra le pagine 79 e 87, quasi un episodio di un'altra "storia universale dell'infamia" e Roberto Arlt) non priva di riferimenti ai più "latini" Garcfa Marquez (la pioggia di farina blu, e dieci altre piccole invenzioni similari) e Vargas Uosa (quello della Guerra della fine del mondo, nelle fughe della protagonista nell' interno del grande paese, tra indios fantasmi, mitici angeli col fucile). Questo della Magagnoli è un gran bel romanzo più latinoamericano, insomma, che italiano, ma che non avrebbe potuto che essere italiano e opera di una donna, nella sua ricostruzione di una storia vista da qui e da una sensibilità femminile. Il suo carattere insolito non gli viene solo dall'insolita occasione narrativa, gli viene soprattutto dall'adesione a un modello che non è italiano o europeo, però dichiarando l'esigenza di un ponte tra i due mondi, quello che non è riuscito all'esperienza di Severino di stabilire. La protagonista decide di andare in Argentina, vi si ferma mesi e mesi, vi incontra la antica donna di Severino e ne diviene amica (América, "compagna di un grande fanatico, si rivela una donna che non conosceva, o aveva dimenticato, le esaltazioni dell'estremismo") e vecchi anarchici sopravvissuti che la aiutano a ricostruire, a perlustrare, a vedere e a intuire se non a capire. "Sempre a caccia di presagi", circondata da amiche e amori un filo più bizzarri di quelli che avrebbe potuto avere nell'omologata e priva d'anima Milano, l'autrice-protagonista attraversa ambienti e sentimenti, "vede" spesso Severino, è vista spesso come una figura che torna, poiché tutti le trovano somiglianze con qualcuno e anche con Severino, e infine, dopo la bella ricostruzione delle ultime ore di Severino e di Paolin~, ha il dono di scoprire il testamento del giovane anarchico. E questo il capitolo più ambizioso del romanzo, e ovviamente si tratta di un testamento inventato. Severino lo ha lasciato per lei, proprio per lei, dall'ultimo confronto con la morte: "Tu che non porterai il peso di grandi colpe sarai più leggera e più libera, più svelta nel capire il segreto, perché il segreto c'è." Ma, appunto, qual è il segreto di questa lotta "priva di uno scopo adeguato", di questa fuga dalla "nebbia" che Severino sa "di dover attraversare per annullarsi"? È poi vero che I 'autrice-protagonista, "vivendo accanto a Severino, il tribuno, il ribelle, l'anarchico", arriva a scoprire dentro di sé "le sorgenti della tolleranza e della compassione"? Ma allora, perché proprio Severino e non un anarchico di quelli buoni e idealisti, seri e grandi che pure hanno popolato la storia della prima patte del secolo e della fine dell'altro? Un caffè molto dolce, grande e maturo esordio di una scrittrice sul cui futuro si può scommettere sicuri di vincere, ha il suo solo limite nel non aver messo a fuoco a sufficienza il cuore stesso della sua vicenda, visto che non ha voluto sdoppiarsi in scrittrice e protagonista e ha anzi stretto indissolubilmente le due in una. Questo cuore non mi sembra quello dichiarato dal risvolto del libro ("nell'incontro di due epoche cogliamo un messaggio: il presente non trova oggetti di passione che non vengano da un passato che di passioni era capace") anche se tutto questo ha il suo peso. E non mi sembra bastare il rap-
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