48 VEDERE,LEGGERE,ASCOLTARE CRITICOEPOLITICO KINGEILCINEMA Gianni Canova Qualcuno ha detto giustamente che Stephen King, più che un semplice scrittore, è un vero e proprio museo. Cinema, letteratura, folclore, fumetti, musica rock: non c'è pagina di King che non abbia sapore di un repertorio enciclopedico della moderna cultura di massa, non c'è libro che non ricicli con geniale bravura tutto il repertorio orrorifico dell'immaginario di fine millennio. Tra i materiali costitutivi del "museo-King", il cinema ha senz'altro un ruolo prioritario. Non solo perché tutti i suoi libri sono zeppi di cinema - classico e moderno, di genere e d'autore, sperimentale e popolare - ma perché la sua stessa scrittura ha il ritmo, il respiro e perfino il timbro che sono tipici del linguaggio cinematografico: come se il cinema si fosse incuneato dentro la pagina scritta, permeandola con alcune "figure" caratteristiche (la soggettiva, il flashback, il montaggio parallelo) e rendendola eminentemente visiva. Forse è per questo che King, notoriamente, non ama più di tanto i film tratti dalle sue opere (detesta per esempio il bellissimo Shining di Stanley Kubrick): perché la scrittura di King è già cinema, è cinema in potenza, è visione cresciuta sul sogno, l'incubo e il ricordo di altre precedenti visioni. Non tutti i film tratti da King, certo, hanno la stessa forza, la stessa potenza fantastica e mitopoietica. Ma se alcuni sono ormai divenuti StephenKing.FotoFarabolafoto. piccoli "cult" del filone neo-apocalittico (La zona morta di David Cronenberg, Carrie di Brian de Palma), anche i film "minori" riservano una sorprendente capacità di frugare dentro gli orrori del mondo in cui ci è dato di vivere. Prendete per esempio il recente Cose preziose (1994) di Fraser C. Heston, tratto dal romanzo Needful Things del 1992. Nella piccola città di Castle Rock arriva un nuovo antiquario "diabolico". Offre a ognuno quel che desidera di più e chiede in cambio solo qualche piccolo dispetto da compiere ai danni del vicino di casa. La gente compra, fa i dispetti e non ci pensa più. Ma nel giro di pochi giorni Castle Rock diventa una specie di Sarajevo del New England. Homo homini lupus, guerra di tutti contro tutti. Fino all'esplosione di quell'inferno che - suggerisce King - forse nasce proprio dal bisogno della piccola borghesia di avere qualcuno da odiare. Orrorifico? Forse. Apocalittico? Anche. Ma poi - soprattutto - lucidamente politico, ferocemente critico e capace come pochi altri di snidare le insidie che si nascondono dentro e dietro le strategie planetarie del marketing, in quel bazar di sogni a buon mercato, di "gratta-e-vinci" e di "ruote-della-fortuna", che è diventato il mondo. A ben guardare viene come il sospetto che King sia diventato prigioniero del proprio "mito" e che l'etichetta di "scrittore di paura" sia diventata una condanna (per lui) e un luogo comune (per molti dei suoi recensori). Condannato a frequentare i mostri sanguinari, i cimiteri viventi e i poteri paranormali che il cinema si ostina a sottolineare e a enfatizzare nella sua opera, negli ultimi tempi King sembra manifestare sempre più spesso la voglia di cambiare registro e di mutare tono, andando a frugare soprattutto nelle piccole storie dell'orrore quotidiano. Non a caso, i film più recenti tratti dalle sue pagine (Misery non deve morire di Rob Reiner, La metà oscura di George Romero, Dolores Claiborne di Taylor Hackford) hanno poco a che vedere con gli stereotipi dell'horror codificato e sono più compromessi con quello che potremmo definire il male di vivere: cioè con gli otTori e le paure che chiunque ha sperimentato o potrebbe sperimentare nel corso della vita. Da grande artefice di mostri, King sta insomma diventando a poco a poco un lucido analista degli incubi mentali del nostro tempo caotico e feroce. Il cinema, purtroppo, non ha ancora percepito questo mutamento di tono e continua a usare King come se fosse ancora quello di quindici anni fa. Arrivando al punto di sfruttare il suo nome (la sua griffe?) anche per operazioni che - come i recenti Cimitero vivente 2 di Mary Lamberto Il tagliaerbe di Brett Leonard - non hanno nulla a che fare con lui. È un errore: il nuovo King magari piace un po' meno ai ragazzini, ma serve di più a tutti. E costruisce metafore, metafore sempre più lancinanti su quella zona della vita che sta "ai confini della realtà". Da disincantato scrittore apocalittico qual è, King - come dimostra esplicitamente il cinema che a lui si è ispirato - non è né un Dario Argento del New England né un dottor Frankenstein della narrativa di massa. È piuttosto un lucido e disincantato cantastorie di fine millennio, impegnato a descrivere e narrare la nostra paura quotidiana, la sua epica dimessa, la sua terrificante ubiquità. Per questo è bene che, anche al cinema, il suo nome cessi di essere rinchiuso nel ghetto dei ragazzini fanatici dell'horror per diventare finalmente un patrimonio di tutti. Perché le sue storie riguardano il nostro mondo comune. E raccontano soprattutto l'orrore che trama la vita di quelli che non han mai visto un film horror nel timore inconfessato di provare paura.
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