Linea d'ombra - anno XIV - n. 118 - settembre 1996

44 VEDERE,-LEGGERE,ASCOLTA~E una volta questa lezione, proprio lui di volta in volta celebrato o vituperato per aver dato vita in poesia al cosiddetto "uomo impiegatizio". Tutto sta in ciò che s'intende per impiegato: non il raggelante burocrate, ma il solerte commis della letteratura. Così, a partire da un amor di lettore professato in tutta umiltà, possono accendersi le grandi intuizioni critiche: l'idillio di Zanzotto come riflessione non di un mondo ma sul mondo: la "nostalgia europea", bellissima immagine, di Sereni: la nostalgia invece "estetica" in Nabokov e Kundera; Gozzano come poeta cui voler bene al di là della sua poesia; le pagine splendide sul senso del tempo in Guerra e pace; l'ironia come musa nascosta del Manzoni più paludato e solenne, quello degli Inni sacri, delle Odi, dei cori tragici. Infine, da segnalare a parte, un reportage su casa Pascoli e la lettura critico-autobiografica di una delle poesie più belle e famose di Robert Frost, The gift outright, Il dono totale, è la poesia che ha detto una volta per sempre - anche per la sua totale rimozione della presenza degli indiani - che cosa significa essere americani: "La terra era già nostra prima che noi della terra". Teatro della Prova Per finire, vorrei dare al lettore un'immagine di questo libro affollato di personaggi e di idee aiutandomi con i versi finali di quella che secondo me è una delle poesie più belle - se non la più bella - di Giudici, il poemetto Stopper che si trova nel libro Prove del teatro. Ricordate? È il sogno comico e angoscioso del Giudici convocato in Nazionale da Bearzot per giocare, con la maglia numero cinque, una partita in cui vincere o perdere è lo stesso. Lui, "Tersite d'indegna statura", vecchio, senza scarpette, né maglia, né calzoncini, in uno stadio che si gela ali' annuncio del suo nome, detto per di più sbagliato: "con la e/ Finale ebraicamente invece che/ La mia provvida / battesimale". Il contrario, dunque, di ciò che Giudici ha fatto con Perec nel suo libro di saggi. Ebbene, Stopper si conclude con una strofa che stacca bruscamente dal tono onirico, eroicomico, concitato, percussivo delle strofe precedenti, e che a tutti, a cominciare dall'autore, è parsa sempre enigmatica. Voce di chi non abbia volto Non proferita e purissimo ascolto Fu la cosa che solo nel suo farsi Trova il nome nel quale consumarsi Fu credente indagato nel creduto E sguardo di chi vide nel veduto E nel signore il servo Chiamato a udire il verbo La notizia ufficiale Che fui lo stopper della Nazionale Provo sempre una forte emozione nel ripetermi mentalmente i rintocchi profondi di questa strofa. La poesia è tutta un precipizio, un accavallarsi d'immagini "con gli stranguglioni", come avrebbe detto Gianni Brera, evocato nella poesia quale sponsor di Giudici presso il commissario tecnico. Il sogno vero e proprio si conclude con una dissolvenza sulla figura caritatevole - sull'ombra purgatoriale - di Bulgarelli che si protende a soccorrere il poeta: "Ma affabile dalla panchina ecco/ In quella venire a me una sparuta/ Mezz'ala della squadra che fu detta abatina ..." A questo punto si fa un grande e improvviso silenzio nella poesia. Si trattiene il respiro, manca il fiato, c'è un vuoto d'aria. Tutto il rumore si smorza: il brusio, lo stadio, il mitragliare e il sovrapporsi delle immagini. Si passa improvvisamente da Malebolge, dal ventunesimo dell'Inferno, da Farfarello e Rubicante pazzo, dal cul fatto trombetta, al trentatreesimo del Paradiso. La musica è quella di un organo che riesca a dare il suono filiforme di un flauto di Pan. Mi scuso se eccedo in metafore nel raccontare questa poesia di metafore: questa strofa, oltre che pura e musicale, mi è sempre parsa semplice. La voce di chi non ha volto, voce non proferita, non portata all'orecchio eppure ascoltata, può essere quella di Dio, dell'ispirazione che piove dentro l'alta fantasia (il primo verso di una poesia, diceva Paul Valéry, è un dono di Dio, il resto è artigianato), del sogno che si crea e si srotola davanti ai nostri occhi chiusi. Il sogno parla dentro di noi e sembra sgorgare da un altro luogo, parla con una voce che non è nostra eppure ci appartiene, è il solo ascolto nel quale beneficiamo di un abbandono totale alla musica degli eventi involontari. Dio, l'ispirazione, il sogno non hanno nome prima di esistere, la loro realtà è il loro stesso farsi (ma non permanere), il loro lampeggiare, il loro trapassare, il loro attraversarci lasciando tracce. È il Vero veduto dalla mente irrevocabilmente, una volta per sempre, di cui parlava l'ironico e solenne Manzoni e che il solenne e sarcastico Fortini scelse a suggello della sua opera di poeta. Dio, l'ispirazione, il sogno lasciano tracce dietro di sé (la poesia Stopper appena scritta) eppure restano irrecuperabili, sono consumati per sempre, ne rimane solo un'eco, un'impronta, la certezza di una visione: "Fu credente indagato nel creduto/ E sguardo di chi vide nel veduto". Il sogno, la poesia, l'immagine di Dio restano nello scritto, nel creduto, come in un precipitato chimico; a partire dal creduto e dal veduto noi lettori potremo indagare - con gli strumenti dell'estetica, della fede, della psicoanalisi, della polizia giudiziaria magari - il credente, il poeta. Il poeta che è insieme lo spettatore e lo spettacolo, il pubblico e il teatro, lo "sguardo di chi vide nel veduto". Stopper è il racconto di un'annunciazione, della scoperta di una vocazione: tu, Giovanni Giudice, "esteticamente opinabile", "zimbello di plebaglia e vilipeso", servo, renderai testimonianza di poesia, di atletica valentìa, con i tuoi soli poveri mezzi. Dovrai giocare la poesia, la cosa inutile per eccellenza, la cosa che può perderti la vita ma non cambiare il mondo: la poesia è la partita in cui vincere o perdere è lo stesso. Giudici è stato intelligente e discreto a scrivere con la minuscola parole come signore, verbo, nome: la metafora o l'allegoria, specie se è metafora di un'annunciazione al figlio di un dio minore, non va mai sottolineata. L'ascesa al Paradiso è una caduta: l'annunciazione si recita sulle tavole sconnesse di un teatrino di parrocchia, basso, stretto, scomodo. Le scene sono di compensato e le ali dell'arcangelo Gabriele, che ha tra le labbra la pipa di Enzo Bearzot, sono di cartapesta maldestramente dipinta di giallo, lì lì per staccarsi. Maria è un giovanotto di vent'anni, mingherlino, senz'arte né parte. Un giovanotto che, uscito da quel teatro di periferia, correrà a spendere le sue sole seicento lire per comprare due libri: uno di Piero Jahier, poeta per forza, e uno di Umberto Saba, poeta per amore.

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