Linea d'ombra - anno XIV - n. 118 - settembre 1996

VEDERE,LEGGERE,ASCOLTARE 43 Nannini), c'è un nuovo capitolo dell'amoroso teatro poetico che Giudici mette in scena per noi da oltre quarant'anni: qui possiamo fare i conti in tasca a tutta la sua carriera saggistica, dal 1966 al 1993. Per Giudici il saggio è sempre un utensile, uno strumento della sua officina poetica. Gli serve a ricapitolare lo stato del1'arte nel suo laboratorio, ad autodefinirsi per consonanza o per contrasto, a parlare di sé sotto spoglie altrui e neanche troppo mentite. Si dirà che questo capita a tutti gli scrittorisaggisti, poeti o prosatori che siano. In Giudici però il fenomeno è osservabile con più evidenza e immediatezza. Se ne ha la prova a contrariò, vale a dire isolando le zone d'ombra di questo libro; esse sono sostanzialmente di due generi: il discorso teorico a se stante sulla poesia, la dichiarazione di poetica librata nel cielo delle idee (o sospesa nel limbo delle intenzioni) e il discorso critico su scrittori non congeniali, al punto di sbagliarne il cognome e appioppargli un accento di troppo: Pérec, il quale teneva moltissimo al suo cognome ebraico senza accenti, talismano di beatitudine e cicatrice primordiale (vedi il romanzo W ou le souvenir d' enfance). Diciamo subito che queste zone sono assai circoscritte. Giudici è, e non da oggi, un grande scrittore di poesie narrate e un grande narratore della poesia, a cominciare dalla propria. Inspiration and perspiration Questo libro si presenta dunque come una continuazione di quel "racconto sulla poesia" che fu qualche anno fa, il bel libretto uscito da E/O Andare in Cina a piedi. Ma forse si può essere un po' più precisi. Più che scrivere racconti sulla poesia, Giudici sa scrivere racconti da dentro la poesia, vale a dire racconti di come una poesia si fa, si fabbrica, si costruisce. Ha detto qualcuno che "genius is ten per cent inspiration and ninety per cent perspiration", il genio è per un dieci per cento ispirazione e per un novanta per cento sudore. Giudici sa raccontarci come il poeta capta ovunque, nei modi più inopinati, quel divino dieci per cento (parole, immagini, discorsi immagazzinati in una memoria involontaria - una frase di Giovanni XXIll, una luce incongrua che piove dentro l'alta fantasia) e come si affatica amorevolmente su (o si arrende al flusso di) quel novanta per cento che dovrà assemblare in officina. Se per Carducci il poeta è un grande artiere, Giudici è un artiere perplesso ma innamorato del proprio lavoro. Quando ci racconta dei suoi lavori di traduzione, mette in evidenza il lento e faticoso lavoro di lima o il lanciarsi, di fronte a una difficoltà, su una soluzione azzardata: un atteggiamento, questo, proprio da artigiano, o la va o la spacca. Di rado Giudici ci parla della spada dell'ispirazione che taglia il nodo di Gordio della lingua. Prima che,come poeta, Giudici si presenta come lettore, un lettore non professionale eppure informatissimo. Così, ad apertura di libro, ci dichiara che vorrebbe essere letto: letto da "uno come me quando leggo Machado". (In Andare in Cina a piedi ci ha già raccontato che almeno un lettore così ce l'ha: un giovane insegnante di matematica che, dopo aver visto l'articolo in cui Giudici esprimeva questo desideri, gli scrisse che lui lo leggeva proprio così). Tutti i saggi più belli di questo libro ricreano l'entusiasmo della prima lettura, l'accendersi dell'interesse e il diradarsi dell'ignoranza: "Mi sbagliavo( ...) per una quasi totale mia ignoranza dell'opera poetica di Seifert". Di conseguenza, la prima cosa che questo libro ti mette Giovanni Giudici_ FotoGiovanni Giovannetti/Effigie, addosso è la voglia di leggere gli autori di cui Giudici parla, e di leggerli nello stesso modo libero e fortunoso in cui Ii ha letti lui: John Berryman, Jaroslav Seifert, il Sant'Ignazio della spuria Autobiografia, la Christa Wolf di un'opera solo apparentemente minore su Chernobyl. .. Il petit commis No, non è una raccolta di prefazioni e di recensioni questo libro. I libri, difatti, non bisogna recensirli. Non si deve avere nessuna idea impiegatizia e ministeriale della letteratura. I libri non hanno fatto niente di male per meritarsi le nostre recensioni. Meritano invece la nostra attenzione, la nostra lettura e forse, ma solo alla fine, dei discorsi che si mettano sulla loro strada, li perdano di vista, li vadano a cercare dove sono, dove credono di essere, dove si sono nascosti, dove hanno cancellato le loro impronte e dove hanno lasciato un manichino con la loro maschera. Discorsi che provino, a seconda dei casi, a prenderli per mano, a seguirli, a farsi inseguire, a perdersi con loro o a riportarli in mezzo alla gente, in mezzo agli altri lettori. È paradossale che proprio Giovanni Giudici debba ripeterci ancora

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