40 INCONTRI/DYER veva era semplicemente trattato in modo diverso, era trattato come reportage, diciamo, laddove, invece, è qualcosa in più: c'è altrettanta capacità immaginativa e abilità di costruzione nei suoi libri di quanta ce n'è in molti romanzi. Certo. Per tornare al tuo lavoro: Natura morta con custodia di sax è chiaramente nato dal tuo profondo interesse nel jazz, nella musica e dalla necessità di raccontare le storie in maniera anticonvenzionale, lontana dalle agiografie dei jazzisti che a volte sono quelle che ifan vogliono leggere e naturalmente, come riconosci nel saggio conclusivo, c'è anche un debito nei confronti di Michael Ondaatje, che di quel genere di storie si era già occupato in Coming Through Slaughter (Buddy Bolden's Blues, Garzanti, 1995). Però, secondo me, nel tuo libro c'è un po' più dicoscienza critica, cioè, non è solo un libro di racconti su/jazz, ma è anche un libro di critica sul jazz. Anche questo si può ricollegare a questo compito di ridefinire i confini della scrittura? Ondaatje ha esercitato senz'altro un'influenza diretta, voglio dire, è chiaro: lui ha scritto un libro sul jazz che io conoscevo, ma a quel punto io mi interessavo già di lui proprio come scrittore. Mi piaceva quella sua intensità e irregolarità. Secondo me, certe intensificazioni di sensazioni che si trovano in Natura morta derivano proprio da Ondaatje. Però, è vero, il mio libro cerca anche di portare avanti apertamente alcuni compiti propri della critica. Se ricordi, all'inizio del libro, l'ho scritto chiaro: "Quanto segue vuole quindi essere un saggio di critica creativa e insieme una raccolta di storie sul jazz". La parte creativa si vede subito, ma parecchie persone si sono chieste: "Va bene, ma dov'è la critica? Dove sono le valutazioni e i giudizi?" Per rispondere a queste obiezioni, vorrei usare una frase di Steiner, dal suo libro su Dostoevskij e Tolstoj: "Qualsiasi critica dovrebbe nascere da un debito d'amore". Dunque, se si articola la propria risposta emotiva a quello che si legge o si ascolta, e se lo si fa con abbastanza precisione e fedeltà, secondo me in quell'articolazione s'incorpora automaticamente un giudizio. C'è una frase di Goethe, citata da Walter Benjamin e anche da Berger, in About Looking, e a cui anch'io sono molto affezionato, che dice: "Esiste una delicata forma di empirismo che s'identifica così strettamente con l'oggetto esaminato da diventare teoria". È un concetto che mi piace moltissimo. Perciò, per conto mio, avevo l'impressione che se riuscivo a immergermi sufficentemente nella musica, anzi, più mi ci immergevo, più mi abbandonavo a essa, più accuratamente svolgevo il mio compito di critico. A proposito,funziona lo stesso nella traduzione: se ci si sente "dentro" un'opera, si fa un bel lavoro ... altrimenti ... Da quello che dici e dalla lettura di The Search (In cerca, Jnstar libri, 1996) mi è sembrato di cogliere anche un influsso di Calvino, in questa dedizione alla precisione, l'immaginaria precisione del- /' empatia. Ah, sì, certo. Se facciamo un passo indietro, come ho detto, ali 'università ho studiato letteratura inglese. Poi mi sono laureato e ho cominciato a vivere nella periferia sud di Londra, la vita descritta nel mio primo romanzo, The Colour of Memory, che non è stato tradotto in italiano, insomma in quel periodo ho cominciato a leggere scrittori come Roland Barthes, Foucault, Adorno, Benjamin e, questo è molto importante, li ho sempre considerati, appunto, scrittori e non teorici. Nello stesso periodo ho letto per la prima volta anche diversi narratori stranieri e Calvino era uno di loro, perciò, in un certo senso è successo un po' tutto insieme e dalla lettura di tutte queste persone ho ricevuto come un gran senso di liberazione. La cosa mi incuriosisce molto. Mi capita sempre più spesso di notare giovani scrittori inglesi influenzati da Calvino: McEwan, la Winterson, te ... Puoi approfondire questo rapporto con Calvino? La cosa che mi è piaciuta di più in Calvino (anche se mi rendo conto che rischia di essere una reazione scontata) è l'incredibile leggerezza della sua scrittura. È chiaro che Le città invisibili è l'influenza più evidente di In cerca, perché vedi, nell'edizione inglese sottolineano il fatto che queste città invisibili sono allegoriche, che corrispondono ad argomenti o a stati d'animo precisi, mentre invece, quando ho letto il libro, preferivo considerarle alla stregua di posti veri e, in seguito, con il passare degli anni, o mi è capitato di visitare luoghi che mi colpivano come incredibilmente calvineschi, oppure, ancor più spesso, mi capitava di leggere saggi su posti che sembravano davvero delle città invisibili. Un esempio ovvio: in Tristi tropici, Levi-Strauss descrive San Paulo nel periodo in cui la città cresceva così in fretta che le cartine non facevano in tempo a essere stampate che erano sorpassate dalla realtà: puro Calvino. Mi attirava l'idea di scrivere un romanzo che comincia realisticamente e poi, pian piano, impercettibilmente, diventa sempre più strano, ma il lettore non riesce mai a indicare con esattezza il momento in cui la realtà, il realismo, le città vere, diventano, per così dire, città invisibili. Naturalmente, oltre gli influssi letterari, In cerca è anche una ... ricerca in altri territori: i più evidenti sono la fotografia, il cinema, l'architettura, la pittura ... specie nel!' ultima parte del libro la presenza di De Chirico mi pare massiccia ... Insomma la ricerca non è solo l'argomento del libro, ma anche il suo metodo di composizione. Assolutamente sì. In un certo senso il libro finisce per essere un commento sulla propria composizione. Hai ragione anche a proposito di De Chirico. La sua presenza è molto forte; chissà perché, De Chirico e Calvino erano molto collegati nella mia mente. Non lo so con certezza, ma sono abbastanza sicuro che Calvino avesse un sacco di De Chirico in testa. Sono sempre stato molto attratto da quegli artisti i cui quadri offrono un mondo immaginario completo, in cui l'immaginazione del pittore travalica la cornice del quadro, l'immagine continua anche al di là della cornice. Un'altra cosa che mi ha colpito nel tuo libro è che c'è anche una ricerca nella tradizione della letteratura inglese: si passa dai miti medievali di re Artù e i suoi cavalieri alla saga Western e poi ai gialli alla Chandler e così via, passando anche per posti molto strani; per esempio, mi è sembrato di riconoscervi anche The Pilgrim's Progress. Insomma, voglio dire, c'era un programma preciso, un tentativo di coprire certe aree di questa tradizione o è nato tutto dal processo di ricerca ... Sì, immagino che il libro può dare l'impressione di emergere esplicitamente da uno schema, ma è nato tutto dal fatto di visitare Pisa e Siena e lì mi è venuta l'idea del film con cui si chiude il romanzo: il montaggio delle foto e dei filmini dei turisti. E poi avevo tutta una serie di paesaggi che volevo far attraversare al protagonista. Questo era molto, molto chiaro sin dall'inizio. E poi mi è parso che ci fosse una sovrapposizione chiarissima tra il cavaliere che parte nella sua quest romanzesca e l'investigatore privato che inizia la sua indagine. Quasi sempre in quei film, prendi quelli di Bogart, per esempio, ali' investigatore viene affidato un incarico da una donna misteriosa che lo seduce e gli dice: "Porta a termine questo compito". E c'è sempre una sorta di messaggio erotico subliminale. E poi, l'incarico che gli viene af-
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